Alto Piemonte Doc: la zona del Novarese ieri e oggi

Emozione. È questa la sensazione che si prova percorrendo la strada che da Borgomanero porta al Lago d’Orta, in un paesaggio che via via si trasforma e dalla pianura novarese lentamente sale sulle colline che più a nord si congiungono alle montagne dell’Ossola. Ci troviamo nell’alto Piemonte, in provincia di Novara, il tempo è favorevole, caldo e asciutto. Siamo in terra vocata ai grandi vini, ma per motivazioni diverse rimasta a lungo nell’ombra, schiacciata dalla notorietà delle vicine Langhe e incapace di liberarsi da una condizione di staticità che non le ha consentito di cogliere l’opportunità del grande rilancio degli anni Ottanta. D’altronde la storia del dopoguerra ci ricorda come progressivamente furono espiantati i vigneti per dare spazio all’industria metalmeccanica che spingeva da Torino e Ivrea e tessile dalla Valsesia. Nel giro di pochi decenni quello che era quasi un unico vigneto che si estendeva tra Biella, Vercelli e Novara, si frammentò e ridusse drasticamente. In questa situazione era ben difficile che le nuove generazioni puntassero alla vitivinicoltura, consce che era molto più remunerativo lavorare in una fabbrica tessile o di rubinetterie. Come sempre accade, però, quando troppe persone puntano allo stesso obiettivo, questo finisce per saturarsi e non portare più sufficienti benefici a tutti; inoltre la progressiva crisi del settore industriale ha portato via via negli anni ad un ritorno, almeno in parte, alla coltivazione della vite. Per questa ragione sarebbe stato fondamentale cogliere il treno del rinnovamento e del seguente successo che ha travolto il mondo del vino negli ultimi vent’anni.
Ma anche gli errori del passato possono servire: oggi c’è una nuova crisi, forse ancora più grave e drammatica di cui non si parla mai abbastanza, quella dell’omologazione nel modo di fare vino (e non solo). Omologazione che a macchia di leopardo ha coinvolto un po’ tutto lo stivale, ma soprattutto le regioni che proprio negli anni ottanta avevano contribuito alla rinascita del vino italiano di qualità. E se in Langa ci si sta ancora leccando le ferite a causa di un divario ideologico tra vecchie e nuove generazioni che ha portato non pochi problemi e contraddizioni, qui in Alto Piemonte, proprio perché le mode non sembrano aver lasciato traccia, si ha la possibilità di emergere in modo pulito proponendo ciò che di meglio questo territorio può offrire in campo enogastronomico e turistico, cercando di imparare dagli errori degli altri, evitando inutili e controproducenti levate di testa, ma lavorando sodo per proporre, a prezzi che non disorientino chi si accosta per la prima volta a questa realtà, vini e cucina di territorio, legati alla tradizione di questi stupendi luoghi. Si tratta di un’area abbastanza vasta che coinvolge in misura diversa le tre province di Novara, Vercelli e Biella, dove il nebbiolo (qui soprannominato “spanna”) è il vitigno principe, ma per ora desidero soffermarmi sulla provincia di Novara, che ho avuto modo di conoscere più a fondo.
La zona vitata si estende a nord della provincia, partendo dal comune di Briona per giungere fino a Gattico, Borgomanero e Maggiora, a ridosso del lago d’Orta. Comprende la Docg Ghemme (che coinvolge il comune omonimo e Romagnano Sesia) e le Doc Boca (Boca, Cavallirio, Grignasco, Maggiora e Prato Sesia), Colline Novaresi (la più estesa, praticamente abbraccia tutti i comuni vitati: Briona, Fara Novarese, Barengo, Oleggio, Sizzano, Cavaglietto, Vaprio d’Agogna, Mezzomerico, Marano Ticino, Ghemme, Cavaglio d’Agogna, Suno, Romagnano Sesia, Fontaneto d’Agogna, Cressa, Bogogno, Prato Sesia, Cavallirio, Cureggio, Grignasco, Boca, Maggiora, Borgomanero, Gattico e Veruno), Fara (Fara Novarese e Briona) e Sizzano (comune omonimo).
I produttori
Vi sono alcune aziende che lavorano con impegno da anni, facendo da punto di riferimento e da stimolo per le nuove generazioni. Fra questi sono da ricordare Antichi Vigneti di Cantalupo, Sebastiani, Platinetti e i fratelli Antonello e Paolo Rovellotti a Ghemme, Barbaglia (Antico Borgo dei Cavalli) a Cavallirio, Bianchi e Lorenzo Zanetta a Sizzano, Podere ai Valloni a Boca, Giampiero e Giorgio Ioppa a Romagnano Sesia, Prolo a Fara Novarese, Brigatti a Suno.
I Rovellotti, che ho avuto modo di incontrare durante il mio soggiorno a La Capuccina, un eccellente agriturismo gestito da Gianluca e Raffaella Zanetta nelle vicinanze di Cureggio, all’età di 15 e 13 anni si trovarono di fronte all’opportunità di lavorare nella vigna del nonno, fortunatamente inconsapevoli, data la giovane età, del peso e dell’impegno che stavano per accollarsi quando decisero di utilizzare come cantina e deposito i piccoli locali del Castello-Recetto, una fortificazione medievale risalente al XII secolo dove gli abitanti di Ghemme trovavano rifugio durante i frequenti saccheggi che avvenivano all’epoca a causa delle lotte fra le due opposte fazioni dei guelfi Brusati e dei ghibellini Tornielli. L’impresa per Antonello e Paolo fu ardua, perché i locali erano stati abbandonati al loro destino da tempo e avevano anche subito allagamenti. Oggi, dopo oltre trent’anni di duro lavoro, che hanno portato fra l’altro all’acquisizione di nuove aree vitate fino agli attuali 15 ettari, i Rovellotti possono essere fieri del risultato raggiunto. Le loro vigne, situate in regione Baraggiola, Val d’Enrico, Valplaza e Ronco Maso, sono state progressivamente adeguate alle rigide norme di rispetto ambientale, con l’assistenza tecnico-agronomica dell’Associazione Produttori Vignaioli Piemontesi, che prevedono l’eliminazione totale dei trattamenti chimici contro gli acari e i parassiti della vite, attraverso la lotta integrata (insetti antagonisti) e l’uso limitato di rame nei casi di estrema necessità. Decisamente interessante e di grande pulizia la gamma dei vini, dal sontuoso Ghemme Riserva (notevole il millesimo 1999, di grande respiro, dove nebbiolo e vespolina sembrano aver trovato un’intesa particolare, offrendo un bouquet dove la viola, la rosa e il glicine appassiti si mescolano a note di fragoline di bosco e ciliegie in confettura, liquirizia, pepe, tartufi, mentre al palato esprime già un ottimo equilibrio dove i tannini appaiono ampi e vellutati e la freschezza sostiene bene la trama espressiva di spezie e frutta) alla stimolante Vespolina delle Colline Novaresi (la versione 2004 è un bell’esempio di quello che può offrire questo sorprendente vitigno autoctono, che per certi aspetti gusto-olfattivi può essere paragonato al pelaverga piccolo di Verduno, nelle Langhe, con le sue note di pepe, timo e ciliegia, e quella verve all’assaggio che induce nel degustatore una sensazione di piacevole benessere), al Valdenrico (splendido esempio di passito da uve greco del novarese, come viene chiamato in zona questo particolare clone di erbaluce, il cui punto di forza è nel grande equilibrio fra dolcezza e freschezza e nella bella interpretazione dei caratteri peculiari del vitigno).
Le aziende emergenti
Fra le aziende di recente istituzione vorrei ricordare Francesca Castaldi a Briona, Ca’ Nova a Bogogno, Il Roccolo di Mezzomerico a Mezzomerico, Alfonso Rinaldi a Suno e Tiziano Mazzoni a Cavaglio d’Agogna.
Alfonso Rinaldi è una di quelle persone che lasciano il segno: esuberante, pieno di vita, dall’energia contagiosa, ti accoglie come fossi un suo amico di sempre, con una fisicità spontanea che non può non coinvolgerti. Non ci sono formalità con Alfonso, tutto è immediato e diretto, come immediato è il colpo d’occhio su quella vigna di poco più di un ettaro di greco del novarese, da lui curato, coccolato, sofferto come fosse un bambino, accudito foglia per foglia, acino per acino. Il suo piccolo grande gioiello che dà vita al Colline Novaresi Bianco Costa di Sera dei Tabacchei, vinificato e imbottigliato dall’azienda dei F.lli Guidetti a Boca, perché Alfonso non dispone ancora di una propria cantina (ma gira voce che, con l’aiuto dei suoi numerosi amici, darà vita all’ambizioso progetto di produrre il vino in proprio). E’ il suo unico vino, ma vale la pena passare da lui in Via Botticella 13, a Suno (338/7310027), per acquistarlo ed avere occasione di conoscerlo. Il vino si può trovare anche all’agriturismo La Capuccina, in via Novara 19b, a Cureggio, o all’enoteca Valsesia vini in Via F. Piana 84/88, a Borgomanero. Per farvi capire ancora meglio il carattere di Alfonso, se avrete modo di andarlo a trovare, scoprirete che ha una vetrina con esposte le copertine di dischi storici degli anni 70, dai Deep Purple, ai Rolling Stones, o i primi numeri di fumetti come Tex. Insomma, un vero personaggio, carico di simpatia, il cui eccellente vino ha il solo limite di essere prodotto in pochi esemplari.
Si fa fatica a credere che sia possibile produrre un Ghemme di straordinaria pulizia e finezza, dopo aver visto la cantina in cui lavora Tiziano Mazzoni: un vero buco di pochi metri quadrati, dove solo un artista del vino poteva essere capace di tirar fuori etichette tanto buone. Tiziano ci spiega che Cavaglio d’Agogna, per la sua particolare collocazione geografica, si trova a ridosso della collina, su una falda acquifera che passa pochi metri sotto le case; per questo motivo la vecchia cantina è costruita “fuori terra”, ed è difficile trovare un’alternativa più grande se non uscendo dal paese. Tiziano lavora molto bene, lo dimostra la qualità dei suoi prodotti, dal Ghemme, vino di punta aziendale, nebbiolo in purezza vinificato in modo tradizionale, in botti da 14 ettolitri, alla deliziosa Vespolina delle Colline Novaresi. Ma vi parlerò nel dettaglio dei vini di questa giovane e promettente realtà in un prossimo articolo. Voglio comunque sottolineare che anche qui, come per i Rovellotti, si seguono i metodi di allevamento meno invasivi, dalla lotta integrata alla drastica riduzione di prodotti antiparassitari, attenendosi rigorosamente alle più recenti direttive CEE, segno di una filosofia improntata alla qualità e al rispetto per l’ambiente.
Roberto Giuliani
