Vezzoli e la via senza compromessi al terroir franciacortino

Guerra al rame e agli zuccheri esogeni, in nome della sostenibilità e del terroir, in questo caso franciacortino. Un messaggio chiaro, senza troppi giri di parole, quello che Nico Danesi, Luigi Reghenzi, rispettivamente enologo e agronomo dell’azienda condotta da Giuseppe Vezzoli, hanno voluto sottolineare qualche tempo fa a Milano durante una degustazione – finalmente dal vivo! – davanti a un nutrito gruppo di operatori del settore e giornalisti/degustatori.
Del metodo SoloUva si è detto e scritto da tempo e, probabilmente, in pochi hanno ormai bisogno di spiegazioni, anche se l’enologo Nico Danesi lo ha ripercorso dettagliatamente nella sua genesi e applicazione, sottolineando il suo essere a disposizione di tutti. Niente zucchero né in fase di tiraggio né in quella di degorgement, ma solo mosto d’uva. Il motivo? Le uve in Franciacorta, secondo Danesi, possono maturare già perfettamente in vigna e quindi non c’è alcun bisogno di aggiungere zucchero esogeno, utilizzando magari uve troppo acerbe. La sperimentazione iniziò nel 2008, poi nel 2010 l’applicazione stabile su tutti i vini di Vezzoli: un metodo, quello SoloUva, che dal 2014 ha inoltre ottenuto anche la certificazione (CSQA DTP115). Un’avvertenza da tenere in considerazione secondo l’enologo: dopo la sboccatura i vini hanno bisogno di più tempo assestarsi e donare integrità al sorso.

Se questa scelta posiziona certamente i vini di Vezzoli in una dimensione differente e tutta da scoprire per gli appassionati di Metodo Classico, anche il recente approccio in vigna si è indirizzato su una strada precisa e senza compromessi. “I francesi scoprirono l’efficacia del rame casualmente, per combattere la peronospora – ha spiegato Luigi Reghenzi -. Oggi, sappiamo che il rame è un metallo pesante, non entra in circolo e quello che va in terra rimane lì e si accumula. In alcuni casi i terreni muoiono“. Da due anni a questa parte ecco quindi la scelta, vale a dire di adottare una filosofia denominata “Cu-free”: “al posto del rame usiamo molecole di sintesi smaltibili“. Niente guerra alla chimica, quindi, quanto il ricorso ad una chimica, diciamo, differente, che consente di percorrere quella famosa strada verso la sostenibilità, da tempo in cima ai pensieri di molti produttori, anche se da pochi poi applicata realmente con costanza.

I vini
Vini verticali, piacevolmente giocati su note di agrumi, minerali, severi al palato, anche troppo in alcuni casi nei quali l’allungo finale e la persistenza sembrano come un po’ compressi e sacrificati dalla chiusura limonosa. Certo, non mancano bevibilità e succosità. Quelle di Vezzoli sono bollicine che bevi, più che degusti, con grande facilità, e sicuramente questo è un aspetto non secondario che unito ad un rapporto qualità-prezzo davvero invitante, li rendono una scelta molto interessante soprattutto a tavola, in abbinamento a tutto pasto. Ecco, se cerchiamo quei sentori di “crosta di pane” e “pasticceria” come il manuale classico della sommellerie insegna di ricercare nei Metodo Classico, qui bisogna ingegnarsi alquanto per andarli a rintracciare. Anzi, forse è meglio rivolgersi altrove.
FRANCIACORTA BRUT S.A.
L’attacco olfattivo è decisamente agrumato, ricorda l’albedo del limone, un descrittore che anche al palato fa capolino con nettezza. Un floreale appena accennato lascia spazio a tocchi vegetali di menta e basilico, rinfrescanti e che ravvivano il bouquet complessivo. La persistenza non è indimenticabile, chiude secca, velocemente, con un ricordo quasi di china, quella dell’acqua tonica per intenderci. Al palato la carbonica è fine e per gli amanti del sorso tagliente e diretto, questo Brut da Chardonnay in purezza è certamente un vino da non perdere.
Valutazione 88/100
FRANCIACORTA SATÈN BRUT
Se tutti i Satèn avessero questa verticalità, probabilmente il paradigma di questa tipologia che ha fatto dalla rotondità e avvolgenza di beva uno dei suoi marchi distintivi verrebbe completamente rovesciato. Non che anche in questo caso il sorso non sia più gentile rispetto al Brut: lo è, con piccoli accenni di zucchero filato che lo rendono sicuramente meno aggressivo. Ma poco dopo agrumi e mineralità prendono il sopravvento. Piccoli saldi di Pinot Bianco a una base di Chardonnay restituiscono un vino di grande presenza in questa tipologia, un tempo campione di vendite. Sboccato da poco più di un mese, ha ancora tempo per assestarsi al meglio.
Valutazione 90/100

FRANCIACORTA VENDEMMIA ZERO DOSAGE ZERO
Deciso, severo e asciutto al palato, ma non così più aggressivo rispetto al Brut come ci si potrebbe aspettare. È un vino – in questo caso allo Chardonnay si unisce, in pari misura anche il Pinot Nero – di bella tensione, sempre giocato su note agrumate e minerali, ma con punte di frutta secca. Al palato ha grinta e discreto allungo. Il tiraggio è avvenuto nel 2017, l’annata, anche se non dichiarata, è 2016.
Valutazione 89/100
FRANCIACORTA ROSÉ BRUT
Semplice, beverino, schietto. Forse, di tutti i vini degustati dell’azienda, il meno eclatante, ma non per questo meno convincente. Un classico color buccia di cipolla, apre su note delicate che ricordano le fragoline di bosco. Al palato ha sapidità e freschezza e un finale discreto. Può essere una scelta vincente per un classico aperitivo.
Valutazione 86/100
FRANCIACORTA BRUT MILLESIMATO 2015
In questo caso da una dimensione tesa e severa, ci si imbocca versa la strada dell’eleganza. Le note agrumate diventano più gentili e variegate, la florealità più incisiva e la nota iodata e salmastra aggiungono un tocco che rende il vino davvero affascinante. Al palato il timbro fresco e di bella tensione non manca anche in questo caso, anche se la carbonica è più cremosa e fine. Quasi tutto Chardonnay, con un 5% di Pinot Nero, 36 mesi sui lieviti, sboccato ad aprile di quest’anno, ha ancora tempo davanti a sé per trovare un equilibrio ancora maggiore di quello già raggiunto.
Valutazione 94/100
FRANCIACORTA VENDEMMIA ZERO PAS DOSÉ
Questo è la bollicina di Vezzoli che scompagina le carte. Note quasi liquorose, di zafferano, con una lieve ossidazione che va e viene. Difficile staccare il naso perché l’ossigeno gli fa bene e fa emergere note di miele e di spezie, tante spezie. Nonostante questo approccio mantiene freschezza e integrità acida: al palato il finale è minerale, snello e di ottima persistenza. Il tiraggio è del 2014, la sboccatura del 2018, le vendemmie, tutte di Chardonnay, sono una cuvée di 2007, 2008, 2009, 2010, 2011 e 2012. La fermentazione del vino base avviene in parte per 6 mesi in barrique. Vino di grande complessità, da sperimentare con abbinamenti altrettanto elaborati.
Valutazione 94/100
Alessandro Franceschini



