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Quei vini dei balconi bergamaschi sulla pianura padana…

Veduta della tenuta Le Mojole

Automobili, furgoni, camion, TIR, autobus, camper… mannaggia, quanti! Incessantemente, tutti di corsa, intruppati tra Milano e Venezia sull’autostrada più trafficata del nostro Paese, quella che si ostinano a chiamare Serenissima (sic!) soltanto perché attraversa l’antica repubblica dei dogi…
Fra questi milioni di trafelati (a causa del lavoro oppure per raggiungere la costa del nord-est durante i fine settimana) ce n’è una marea che rivolge anche lo sguardo sulle vicine colline, là dove sorgono abitazioni da sogno, sia per la posizione luminosa e dominante sulla pianura sia per la rigogliosità della vegetazione da cui fanno capolino. Con un po’ d’invidia, forse. Ma, si sa, bisogna sempre correre per andare lontano, perciò quel paradiso un po’ troppo vicino riesce a restare magicamente tranquillo e non soffre il caos.
Dalle colline bergamasche si gode una vista magnifica sulla pianura padana. L’esposizione dei pendii verso meridione, la ventilazione, i suoli e la gente caparbiamente ancorata a queste terre benedette sono davvero ideali per la coltivazione della vite. Sì, avete letto bene: davvero ideali! Chissà quanti lombardi come me, però, in passato non avrebbero osato scrivere un’affermazione simile. Abbiamo territori e vini stupendi in Valtellina, Franciacorta, Oltrepò Pavese e sul Garda, tanto per fare un esempio, perciò ci mancano sempre tempo e voglia per deviare l’attenzione verso le meno famose eno-gioiellerie sotto casa, specialmente quelle in cui si pensava solamente a fare un vino comunque e allora andava già bene così. Ai più non passava neanche per la mente che si poteva farlo anche meglio; un’ambizione che non apparteneva a quei bergamaschi sgobboni.
Sarà stato proprio questo carattere della gente del luogo, famosa per la sua dedizione al lavoro e capace di sostenere l’economia nazionale in modo esemplare, a tirare fuori tutto il possibile da uve coltivate in piccoli appezzamenti soltanto per avere qualcosa da fare anche quando gli altri riposano, dopo il lavoro e nei fine settimana.
Tutto il possibile, non il meglio del meglio. Le cantine più grandi non brillavano per apprezzamenti mediatici e soffrivano l’inerzia mentale del consorzio. Ricordo vini Valcalepio strapaesani, allappanti, che annodavano la lingua e puzzavano di brett, roba da “cichin da cinq” in osteria, che la va semper ben, madama la marchesa.
Elena MianoDa qualche decennio avevo perciò deciso di non insistere nemmeno più a cercare vini buoni da quelle parti. Era solo tempo sprecato e la cosa mi dispiaceva immensamente poiché lavoravo in fabbrica e nei cantieri con dei bergamaschi che augurerei a tutti d’incontrare sul lavoro almeno una volta nella vita. Un bel giorno l’ho scritto sinceramente a commento di un bel pezzo di Cinzia Tosini sull’agriturismo Polisena di Pontida. Mi ha contattato subito la sua amica Elena Miano che, augurandosi di farmi cambiare idea, mi ha invitato a degustarne almeno un paio di quelli tra le sue conoscenze.
Pochi giorni dopo ho preso l’aereo dalla mia Polonia e sono volato come ogni mese in Sardegna passando dall’aeroporto di Orio al Serio, dove mi aspettava proprio l’intraprendente comunicatrice. Elena mi ha scarrozzato abilmente, prima nel traffico autostradale abitualmente impazzito e poi per le strette stradine in salita di una borgata tanto tranquilla che sembrava fuori dal mondo. Mi aveva organizzato apposta una degustazione dei vini di due produttrici a un tiro di schioppo una dall’altra, presso la casa della prima, Marta Mondonico, che ci aspettava nell’ampio terrazzo sopra la cantina, con una vista panoramica sulla vigna, sulla pianura e sulle colline intorno. Lassù ci avrebbe raggiunto anche Cristina Kettlitz con i suoi vini. Scriverò ancora delle tenute e delle cantine di queste due intraprendenti donne del vino, ma mi preme di raccontarvi subito quello che conta e cioè… come ho cambiato idea sui vini Valcalepio.
Le due tenute, Le Mojole di Marta e Castello di Grumello di Cristina, si trovano alle due estremità dell’anfiteatro collinare che scende dal Monte della Croce sulla conca di Boldesico e abbraccia Tagliuno di Castelli Calepio con Grumello del Monte in continuità orografica e pedoclimatica. Marta usa, però, l’indicazione geografica protetta Bergamasca invece di una delle due DOC locali. Io non bevo etichette che certificano soltanto la provenienza, ma bevo vino da cui pretendo qualità e, com’è mio solito, non lo sputo, proprio come fa un cliente a tavola, in trattoria o al ristorante, moderando semmai la quantità nel calice, pur di apprezzarlo in pieno. Cristina invece usa la DOC Valcalepio da sempre, ma gestisce una produzione maggiore, circa dieci volte tanto.
Ne ho trovati otto (su otto) che mi hanno convinto. Bottiglie a magazzino, in vendita, non della scorta speciale per la stampa che si potrebbe trovare presso i marpioni del marketing, ma vini sinceri come le persone che li fanno con passione e senza grilli per la testa. Ve li descrivo brevemente, con qualche nota di presentazione delle due aziende, nell’attesa di ritornare sul posto con un po’ più di tempo e di concentrazione, anche perché non mi aspettavo certo una qualità del genere, per dirla con estrema sincerità. Ammiro queste due donne del vino che riescono a sfatare i pregiudizi, sfidando il detto “nemo propheta in patria“.

Marta Mondonico
Le Mojole è sorta nel 2002 su un pendio molto scosceso (c’è stata anche una frana nel febbraio 2014). È una villetta dall’ampio terrazzo sotto il porticato, con 2,3 ettari circa a vite e 1 ettaro circa a bosco, ma per tutt’altro che la villeggiatura! Marta ha fatto tutto da zero. Suo marito, Roberto Verderio, è un appassionato di vino, se ne intende, ma fa un altro lavoro e lei ha scelto, per amore, di occuparsi non soltanto della casa, ma anche della vigna e di fare dei vini che a lui piacessero. Non aveva, però, nemmeno l’idea di cosa significasse gestire un’azienda vitivinicola e neanche di quanto fosse impegnativa l’enologia. Era astemia (come l’indimenticabile “bicchierino” Giulio Gambelli) e si è messa a studiare, a imparare, a provare, si è rivolta a gente del luogo che non era abituata a quel nuovo modo di pensare e di curare la vigna che si rivelava tanto scrupoloso e accurato nei particolari.
I metodi di coltivazione sono i più naturali possibili (il moscerino nero Drosophila Suzukii Matsumura, una tragedia per il Cabernet Sauvignon viene combattuto con acqua e zucchero, non con gli antiparassitari), ma ancora non basta e perciò si usa il minimo indispensabile di composti di rame e zinco. Da qui la scelta delle numerose piante di rose che abbondano a tutte le estremità dei filari e qualcuna in più ai lati delle vigne, poiché favoriscono l’impollinazione e fanno da spia in anticipo per molte malattie che possono attaccare le viti.
A inizio aprile la scacchiatura e la spollonatura, quindi il taglio dell’inerbimento controllato fra i filari, poi la potatura corta a maggio e la vendemmia verde in estate per mantenere solo circa 4 grappoli per ceppo. In vendemmia si fa la raccolta manuale dei grappoli a maturazione polifenolica ideale, con trasporto immediato di 60/70 quintali d’uva per ettaro in piccole cassette al nastro di cernita della cantina, dove si fa selezione per contrasto sotto lo stretto controllo dell’enologo Paolo Posenato, che avvia immediatamente la vinificazione e, data la delicatezza di tutte le fasi fino alla svinatura, vuol essere disponibile giorno e notte, perciò si acquartiera sopra la cantina, riuscendo alla fine a imbottigliare circa 8.000 bottiglie l’anno di 4 vini diversi. Azienda piccola, ma dalle idee molto chiare, condotta con passione.
Mi ha impressionato la delicatezza del Donna Marta Rosa 2014 (annata controversa per i rossi), è una cuvée di uve merlot in purezza da piccole vigne diverse; 6 ore di macerazione, vinificato in acciaio, ha un bel color salmone, un profumo che richiama il confetto da sposa e un sapore minerale cristallino. All’inizio lo avevano fatto macerare 18 ore e ne era uscito un rosato fruttato, ma non così delicato. Chissà se proveranno, in un’annata un po’ più normale, a produrlo con 12 ore di macerazione, anche per confrontare i risultati. In ogni caso ha un fondo che ritengo adatto anche per produrre un metodo classico rosé.
Buono il Rosso Le Mojole 2011, un classico taglio bordolese che farebbe però impallidire milioni di insulse bottiglie prodotte dai galletti d’oltralpe nelle nuove vigne girondine e lanciate sui mercati sfruttando la fama meritata dei grandi, nobili, impareggiabili Châteaux. Cabernet Sauvignon 60% e Merlot 40% maturati in tonneaux per 6 mesi e quindi in acciaio. Di grande pulizia organolettica, è un bel vino da tutto pasto, ma con grande soddisfazione.
Ottimo il Donna Marta Rosso 2011, una selezione di uve in taglio bordolese alla pari tra Cabernet Sauvignon e Merlot, 24 mesi in tonneau e almeno un anno di affinamento in bottiglia. Qui vado in tilt. Chiudo gli occhi per un attimo e gli aromi e i sapori mi portano in… Ungheria e sono proprio gli stessi che i migliori eno-autori ricercano nei loro vini, a cominciare da Lajos Gál, Győrgy Lőrincz, József Simon, il tridente dei miei magnifici sette di Eger. Non è facile descriverli senza fare degli esempi e alcuni sono fin troppo osé, tanto spinti che si può perfino arrossire ed è meglio che non siano fatti in presenza di bambini e prelati, perché più che floreali, fruttati e minerali sono animali. Chiamiamoli “foxy”, vada pure il “manto equino” (anche sudato…), ma è un intenso, sensuale, aroma di donna. Il vino buono merita la precisione esplicativa. Senza toni professorali, ma va compreso così com’è.
Sorpresina: Marta, a conferma che è proprio in Ungheria che il suo vino è particolarmente gradito, mi presenta proprio il vino che qualche settimana prima aveva conquistato enologi, produttori e sommelier magiari e vinto la medaglia d’oro come primo assoluto fra oltre cento vini rossi pregiati del Concorso Enologico Internazionale di Budapest. Ecco quindi l’eccellente Cabernet Sauvignon Le Mojole 2010, una riserva che sorprende per la profondità e la complessità delle sensazioni olfattive emergenti già nel Donna Marta Rosso. Non riuscivo a intingere la lingua nel calice, me lo sarei bevuto dal naso.
Passavano i minuti e non mi decidevo, piuttosto sognavo. Con tutte le cure di cui ha bisogno quest’uva lassù a 300 metri d’altezza… complimenti davvero! Maturato per 18 mesi in tonneaux e 1 anno almeno in bottiglia, è un vino di razza che mi ha letteralmente rapito. Fa man bassa di medaglie d’oro ai più prestigiosi concorsi internazionali e con pieno merito. Devo descriverlo meglio nel prossimo articolo, perché non c’era abbastanza tempo ed Elena mi aveva “risvegliato” dallo stato di trance perché era già arrivata Cristina a stappare le bottiglie della sua azienda, vicina eppur diversa.

Cristina Kettlitz

Castello di Grumello appartiene da tre generazioni alla famiglia milanese Kettlitz Reschigna che l’ha acquistata nel 1953. Nomen omen, si direbbe, perché le cantine, la torre, la sala dei cavalieri e altre strutture sono proprio quelle della fortezza del pieno medioevo (già testimoniata in un documento del 1222) che appartenne anche a Bartolomeo Colleoni dal 1442 e fu poi trasformata in residenza aristocratica. Il vigneto, 18 ettari sui 37 dell’intera tenuta, si trova sul Colle del Calvario, di fronte al castello, su terreni marnoso-calcarei con 5.000 ceppi per ettaro. L’azienda è giunta alla terza generazione ed è gestita attualmente da Cristina Kettlitz, dopo il nonno Giovanni e il padre Enrico: anche l’enologo Paolo Zadra prosegue sulle orme del padre Carlo. Non sarebbe giusto però, nei confronti di Cristina e di Paolo, parlare di una lineare, tranquilla continuità.
A dimostrazione che la terra, il sole e il genio del vignaiolo non bastano per fare vini d’eccellenza, ma devono fondersi in perfetta simbiosi, con le gestioni precedenti si soffriva ancora la stanchezza dei vigneti sopravvissuti alla guerra, i difetti progettuali del consorzio e una tecnologia di cantina che aveva fatto il suo tempo. Nel 1993 Cristina è stata investita della responsabilità del Castello e della produzione del vino, sebbene fino a quel giorno si fosse occupata di giornalismo e comunicazione, dimostrando già da subito la sua freschezza imprenditoriale, aprendo al pubblico la cantina, la dimora e il Castello con iniziative culturali riguardanti vino, costume, musica, arte, storia e formazione.
Un vento rinnovatore che ha dato slancio alle vigne e che, nel 1998, ha completamente ristrutturato e rinnovato la cantina, dove si trasformano uve coltivate con attenzione all’ambiente e alla naturalità dei suoli in circa 100.000 bottiglie l’anno. Vendemmie e fermentazioni separate, con successivo assemblaggio entro le percentuali indicate dal disciplinare che è in vigore dal 1976, ma è stato modificato ben cinque volte, poiché i vini Valcalepio non si distinguevano poi molto in fatto di gran qualità.
Nei tre rossi emergevano le stesse note organolettiche animali di fondo dei vini di Marta, in un crescendo determinato dall’età di maturazione dei vini, sulle quali spiccava un fruttato di marasca già dal buon vino Valcalepio Rosso Doc “La Torre del Mago” 2012, un taglio bordolese alla pari tra Cabernet Sauvignon e Merlot, resa d’uva 80-90 quintali per ettaro, maturato per 1 anno di cui 3 mesi in botti grandi. Ottimo il Valcalepio Rosso Doc “Castello di Grumello” 2008, un taglio bordolese di Cabernet Sauvignon 60% e Merlot 40% maturato per 12 mesi in barriques (affinamento da 3 a 8 anni), più vellutato, da cui si sprigionano anche delicate note di frutti di bosco. Avrei voluto assaggiare anche un 2004, annata storica, chissà, mi avrebbe già da solo fatto cambiare idea sulla qualità dei vini di questa zona.
Chi ce l’ha possiede un tesoro e oggi è nella condizione migliore per la beva. Eccellente il Valcalepio Rosso Doc Riserva “Colle Calvario” 2007, un cru di 5.000 metri quadri piantato nel 1994 sul terreno di marne calcaree in cima al colle con densità 5500 ceppi per ettaro, resa d’uva 40-50 quintali per ettaro, circa 1 kg per pianta. Il vino di quest’annata è un taglio bordolese di Cabernet Sauvignon 60% e Merlot 40% e ha raggiunto un tenore alcolico del 14,5%. Il rapporto fra le uve può anche variare a seconda dell’annata, ma la tipologia di questo vino è quella della cuvée: per il 90% delle uve la vinificazione è quella tradizionale, con macerazione di 20-25 giorni, fermentazione e malolattica in acciaio con due rimontaggi al giorno, mentre le uve restanti, il 10%, sono lasciate appassire 10-15 giorni in fruttaio prima della loro vinificazione. Matura per 18 mesi in barriques francesi (Allier, Tronçais), è chiarificato con albume e non filtrato. Vera classe, aggiunge un finissimo speziato ai bouquet descritti. Dalla Polonia avevo portato dei pierniki toruńskie (biscotti alle spezie farciti di prugne secche e ricoperti di cioccolato) per Elena, Marta e Cristina.
Mai scelta più azzeccata per il Valcalepio Moscato Passito doc di Grumello del Monte 2011 che mi arriva sul tavolo preceduto da un profumo intenso di rose passite. È fatto con uve di una rara varietà di Moscato Rosso tipico della bergamasca, il Moscato di Scanzo, che qui ha una resa di 20 quintali per ettaro.
Ha un colore rosso rubino carico ma luminoso e in bocca ricorda le confetture di frutti rossi fatte con amore dalle nonne, con un lieve tocco di spezie. Vino da meditazione come pochi, in Polonia si direbbe anche da pogaduchy damskie (chiacchierate fra donne), ma l’aereo mi stava partendo e non ho fatto in tempo a testarlo con la varietà incredibile di raffinatezze con cui si potrebbe abbinare, non soltanto pasticceria.

Mario Crosta

Tenuta Le Mojole
Via Madonna delle Vigne (svoltare in via Gazzo e salire un centinaio di metri)
24060 Tagliuno di Castelli Calepio (BG)
cell. 338.9953632
sito www.lemojole.it
e-mail: info@lemojole.it
Tenuta Castello di Grumello
Via Fosse, 11 – 24064 Grumello del Monte (BG)
cell. 348.3036243 – fax 035.4420817
sito www.castellodigrumello.it
e-mail: info@castellodigrumello.it

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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