Caccia al Piano riparte dal cru San Biagio

Nonostante a Bolgheri i riflettori di un po’ tutta la critica italiana e internazionale siano puntati da tempo, i vini di Caccia al Piano sono rimasti sostanzialmente in secondo piano non solo rispetto alle etichette più iconiche della denominazione, ma anche alle spalle di quelle che potremmo definire le principali inseguitrici. Non è d’altronde la prima volta che un nome affermato altrove faccia poi fatica a trovare l’orientamento quando si avventura in territori non suoi e differenti da quelli di origine.

È un po’ quello successo alla famiglia Ziliani, alias Berlucchi, quando nel 2003 ha deciso di iniziare la sua avventura in quel di Castagneto Carducci. E dire che ciò che fece innamorare il patron Franco Ziliani di questo magnifico luogo affacciato sul Tirreno fu un vigneto in particolare, denominato San Biagio. Ci sono voluti però un po’ di anni, per stessa ammissione del figlio Paolo Ziliani, oggi al timone dell’azienda franciacortina e di quella bolgherese insieme ai fratelli Cristina e Arturo, per capire le peculiarità di questo vero e proprio cru e decidere, quindi, di puntare con forza alla sua valorizzazione.

Il nuovo vino appena entrato in commercio e che intende diventare ora il porta bandiera dell’azienda, si chiama come la Tenuta, Caccia al Piano, ed è ottenuto da un blend di cabernet sauvignon (70%) e franc (30%) provenienti esclusivamente da San Biagio. Si tratta di un vigneto dell’estensione di 12 ettari posizionato nella frazione di
Castiglioncello a circa 180 metri di altitudine, non così frequente per questo territorio, e immerso nella macchia mediterranea. Esposizione sud-est e ovest, composizione prevalentemente di argilla e calcaree e un terreno “molto eterogeneo, con diverse tessiture, ricco di scheletro e difficile da lavorare” ha spiegato l’enologo della cantina, Ferdinando dell’Aquila, durante un recente digital tasting.
La prima annata in commercio del Bolgheri Superiore Tenuta Caccia al Piano è la 2018 e il debutto è decisamente convincente, vuoi per il favorevole andamento climatico, soprattutto nella fase finale prima della vendemmia, molto equilibrato e che gli ha donato eleganza più che potenza, vuoi per una mano in cantina che non ha aggiunto ma assecondato il carattere del vigneto di provenienza.
Le note di macchia mediterranea e di erbe aromatiche come il timo e la maggiorana, aprono un profilo olfattivo di bella compostezza e originalità. L’apporto del rovere è ben dosato – il vino matura in barrique sia nuove che di secondo passaggio per un anno – e il frutto, che ricorda classicamente sia le ciliegie che le more, ha un incedere delicato e mai urlato. Succoso al palato, è qui che forse gioca le sue carte migliori, con un tannino levigato ma vivo e sufficientemente graffiante, ma soprattutto grande freschezza per tutto il sorso.
Questa prima annata esce in 15.000 bottiglie e prende il posto del Levia Gravia, non più prodotto. Insomma, un nuovo inizio per l’azienda, che ha anche un nuovo management che ne ha rivisto l’immagine.
Alessandro Franceschini




