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Significa letteralmente “Qualunque cosa basta che non sia chardonnay!”. Basta cliccare su google per una ricerca sul tema ed accorgersi che si tratta, pur con le sue ramificazioni in varie parti del mondo, di un fenomeno essenzialmente americano. Il recente articolo pubblicato sull’ultimo numero di Porthos intitolato “Naked Chardonnay” (“Chardonnay nudo”) mi ha stimolato a riprendere questa discussione, che ormai sembra sopita, ed a procurarmi anche, allo stesso tempo, qualche bottiglia. L’ABC club, pur non esistendo ufficialmente, è un movimento nato negli Stati Uniti dove il vitigno francese ha trovato un’interpretazione sempre più estrema in termini di concentrazione e soprattutto nell’uso del rovere nuovo. Una moda che ha trovato subito ed ha goduto, per un certo tempo, di una nutrita frangia di estimatori e consumatori. Il risultato di questo processo omologante ed omologatore è stato il proliferare di etichette ottenute con questo tipo di eccessi nella vinificazione. Estrema al punto tale da originare vini da degustazione più che da poter portare sulla tavola. Vini sempre più spesso imbevibili.
Per reazione a tale stato di cose ecco nascere spontanemante l’ABC club, un movimento di consumatori che attraverso il passaparola, soprattutto sul web, hanno iniziato a guardarsi intorno per cercare vini bianchi alternativi, più freschi e semplici, da potersi bere, in particolare, durante l’estate. La primissima reazione è stata quella di rivolgere la domanda a vitigni alternativi vinificati preferibilmente in solo acciaio. I produttori, dal canto loro, non sono rimasti di certo a guardare e non potendo ovviamente spiantare e ripiantare (anche se qualcuno pure l’ha fatto) ettari ed ettari di vigna, hanno puntato sullo stesso Chardonnay versione “naked” (che non è un nuovo modello di motocicletta come qualcuno distratto potrebbe pure pensare) ritornando a vinificazioni solo acciaio, producendo vini meno opulenti e grassi che in passato, meno legnosi, decisamente più freschi e beverini.
In Italia, anche nel momento del boom dello chardonnay, non si è forse arrivati a questo tipo di eccessi sebbene in molte regioni della nostra penisola non si è resistito alla moda dello chardonnay barricato correndo sia ad impiantarne in vigna che all’approvvigionamento di un ingente quantitativo di barriques nuove per aggiornare la cantina. Fortunatamente si è scelto quasi sempre di utilizzare rovere francese evitando, già solo così, quelle note fastidiose di burro di noccioline e cocco che, invece, spesso evidenziano l’impiego massiccio di rovere americano.
Nascono, in questo modo, i successi di Planeta al sud, Antinori al centro e Cà del Bosco al nord, vini che pur nella loro indubbia diversità di stile creano un filone di spavaldi imitatori, talvolta improvvisati e, di conseguenza, impreparati. Sono questi produttori di successo a fare scuola mentre (come spesso accade nel nostro paese) ci si dimentica di chi, da sempre, si è cimentato col vitigno francese. Hanno continuato, infatti, a rappresentare un eccezione, in quegli anni, le etichette di Terlano in Alto Adige, con le sue storiche riserve, oppure quelle di Les Cretes, in Val d’Aosta, con Costantino Charrere ed il suo Cuvée du Bois.
Non voglio, però, riferirmi a questi casi particolari (parliamo, infatti e comunque, di vini piuttosto costosi) ma al Trentino in particolare, dove il vitigno è giunto direttamente dalla Borgogna oltre cento anni fa ed è sempre stato vinificato, già in tempi non sospetti, sia fermo che spumante, per di più a prezzi assolutamente ragionevoli. Quello stile di vinificazione e di vino, forse più sobrio e meditato, nato per la tavola innanzitutto, cioè per un consumo quotidiano e non per i “degustatori di grido”, non facendo cronaca non ha fatto scuola. A questo porposito mi ha colpito la scheda sullo chardonnay di Planeta apparsa su uno degli ultimi numeri della rinata Enogea di Masnaghetti dove pur prendendo ancora una volta un punteggione si parla di difficoltà nella beva. Quando parlo, invece, di Trentino voglio riferirmi a quegli chardonnay, a volte solo in apparenza più sottili, non di rado sorprendentemente longevi e pur talvolta affinati in rovere dalle note più spiccatamente fresche e minerali di quanto ci si possa aspettare. Quelli che non hanno abbandonato l’idea della barrique sono così riusciti a stabilire un rapporto più equilibrato nell’uso del legno. Nel primo come nel secondo caso, ripeto, si tratta di vini dai prezzi sempre accessibili.
Per questa area geografica se anche lo chardonnay non potrà consederarsi mai autoctono sicuramente lo possiamo ritenere un vitigno “tradizonale” (volendo usare un termine adottato, come efficace strumento di marketing, per promuovere e giustificare a Vitigno Italia, “fiera del vitigno autoctono ed – appunto – tradizionale”, la presenza di vitigni che autoctoni non lo sono affatto nda). Nel frattempo, però, anche in Italia è cominciata la caccia alle streghe e l’invasore è stato messo al bando invocando la riscoperta del nostro patrimonio varietale autoctono. Il movimento anti-chardonnay, cui forse anche solo inconsapevolmente molti di noi hanno aderito, ha finito ingiustamente con il colpire anche numerosi validi produttori italiani. Non solo fiano, greco, vermentino, grillo, catarratto e inzolia ma roscetto, ortrugo e chi più ne ha più ne metta, hanno dato vita a vini bianchi molto più spesso affascinanti nel nome che nel bicchiere. Mi sono così messo a riassaggiare vini di alcuni produttori, piccoli e meno piccoli, conosciuti e meno conosciuti, trovando prodotti ancora validi ed interessanti che meriterebbero a modo loro una riscoperta. Quindi se ancora vi va di bere di tanto in tanto anche un pò di chardonnay non vi resta che cercare.
I tre prodotti da me selezionati sono, in questo senso, da intendersi solo come una ridottissima, non significativa ma solo esemplificativa dimostrazione. Ho preso, in realtà, in considerazioni tre diverse vie possibili allo chardonnay italiano: acciaio, legno e uvaggio.
Alto Adige Chardonnay 2004 Tipologia……………………..: D.O.C. bianco Vitigni……………………………: Chardonnay Titolo alcolometrico……: 13% Produttore…………………….: Stachlburg Prezzo…………………………..: D (da 10,01 a 15,00 Euro) Solo acciaio per un vino che colpisce nella sua essenzialità per la buona carica minerale che è in grado di lasciar trasparire. Frutto fresco, mela leggermente acerba, con qualche accenno floreale ed ancora verde che ricorda la clorofilla. Colore paglierico con riflessi dichiaratamente verdolini prelude agli occhi come al naso a quella freschezza acida che ritroviamo puntualmente al palato. Un vino che si beve con estrema facilità, si sposa idealmente a tutto pasto senza timori reverenziali con preparazione alcuna. Un best-buy per l’estate alle porte. @@@ (84/100)
Vigneto Casetta 2004 Tipologia……………………..: I.G.T. bianco Vitigni……………………………: Chardonnay Titolo alcolometrico……: 13% Produttore…………………….: Vallarom Prezzo…………………………..: D (da 10,01 a 15,00 Euro) Il Maso Vallarom prende il nome da un antico toponimo medioevale ed è posto su una terrazza fluviale ad una quota di 200 m. s.l.m. sul versante orientale della Vallagarina. I terreni sono di origine calcareo-dolomitica ed il clima risente beneficamente dell’azione mitigatrice dell’Ora del Garda. I vigneti occupano una superficie di circa 7 ettari. Questo chardonnay pur evidenziando le lusinghe del rovere riesce a conservare una discreta identità varietale. Un bianco strutturato in cui si avvertono i sentori di frutta gialla matura, esotica, folate di vaniglia, una nota tra lo speziato e il fumè con un finale di nocciola. Da bere su formaggi a pasta molle o semidura anche, se non soprattutto, di quelli dal sapore piuttosto intenso e deciso. Io, nello specifico, l’ho abbinato a quelli strepitosi del produttore friulano Giacomo Rugo. @@@ (83/100)
Clarae 2004 Tipologia…………………….: I.G.T. bianco Vitigni…………………………..: Chardonnay 60%, Traminer Aromatico 20%, Sauvignon 20% Titolo alcolometrico…..: 13% Produttore……………………: Balter Prezzo………………………….: D (da 10,01 a 15,00 Euro) Non è uno chardonnay in purezza ed è fermentato ed elevato in barriques. Eppure lo chardonnay esprime, pur nell’uvaggio e pur subendo le suggestioni del legno nuovo, una sua forza caratteriale. Non esce tutti gli anni e l’annata 2000 che l’ha preceduto è, oggi, in gran spolvero, da bere con soddisfazione. In questo 2004 le note di frutta esotica si lasciano confondere dai toni dolci ed affumicati del rovere senza che questi risultino mai troppo invasivi, fastidiosi nè pesanti. Non passa inosservato l’apporto dei due vitigni complementari anche se presenti in percentuali minori: l’aromaticità del traminer e la mineralità del riesling. E’, però, il palato che svolge l’azione più importante, direi fondamentale, accollandosi l’onere di riequilibrare l’intensità del flusso olfattivo con l’adeguata acidità e freschezza. Il risultato è sicuramente riuscito anche se il vino abbisogna ancora di tempo in bottiglia per potersi esprimere più compiutamente e con maggiore armonia. @@@ (85/10)
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