ReWine Canavese 2024 (Seconda Parte): L’Erbaluce, il suo potenziale e un bel gruppetto di Svitati

La seconda giornata del ReWine 2024, organizzata dai Giovani Vignaioli Canavesani ad Ivrea (TO), inizia in maniera del tutto originale. Le “ospitate” non sono una novità, i nostri protagonisti nelle rassegne passate hanno sempre dato spazio ad altri movimenti, o territori vitivinicoli, perché il confronto costante è tra i punti cardine della filosofia che guida l’associazione sin dal suo esordio. Abbiamo avuto modo di appurarlo anno dopo anno avendo presenziato a tutte le edizioni. È la volta di un bel gruppetto di talenti enoici denominato Gli Svitati. L’associazione, nata per promuovere i vantaggi della chiusura con tappo a vite – ancora ingiustamente snobbata da gran parte delle aziende italiane – vanta alcuni tra i produttori vitivinicoli più noti e importanti del bel Paese: Walter Massa, Sergio Germano, Franz Haas, Graziano Prà, Silvio Jermann e Mario Pojer. Fondamentalmente un gruppo di amici.

Ho avuto il piacere di presenziare a una tavola rotonda incentrata sugli aspetti tecnici, e in tema di degustazione comparativa, riferiti alla chiusura con tappo a vite contrapposta al classico sughero. Sul palco della Sala Santa Marta d’Ivrea, a riguardo, hanno presenziato diverse personalità scelte appositamente per le proprie competenze: l’azienda Gaula Closures, leader mondiale nella produzione di chiusure personalizzate per bevande – ben rappresentata dal suo portavoce Emanuele Sansone – Walter Massa e Sergio Germano, dell’associazione Gli Svitati, e Luca Rostagno alias Cantina Matteo Correggia, anch’essa impegnata da anni nella divulgazione del tappo a vite. Chiudono il cerchio Monica Laureati, Professore associato dipartimento di Scienze per gli alimenti dell’Università di Milano e Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

La masterclass, indubbiamente, ha confermato molti aspetti che nel corso degli anni ho avuto la possibilità di approfondire – soprattutto all’estero – e che in parte condivido. Mostrare i vantaggi della chiusura con tappo a vite significa aprire gli occhi ai consumatori; gli stessi che ancor oggi, talvolta, incorrono in problematiche legate a bottiglie difettate a causa del sughero, TCA (odore di tappo). Personalmente ritengo che la vera problematica in Italia, il motivo per cui ancor oggi i consumatori (soprattutto occasionali) – e di conseguenza le aziende – non percorrano questa strada, è per la troppa diffidenza a 360°. Un discorso già sentito più volte, lo so, pur tuttavia sempre attuale. In Italia, in special modo nelle grosse città, siamo “bravissimi” ad annientare alcune tradizioni in tempo zero, le uniche che a mio avviso andrebbero difese con gli artigli – alludo principalmente al mondo della gastronomia/ristorazione e alla cultura in generale – ma altrettanto capaci di incaponirci su alcune tematiche soltanto per una questione di apparenze, di false ideologie non testate a livello tecnico, dunque in maniera totalmente infondata. La mancanza di fiducia nel tappo a vite ne è un fulgido esempio.

Ma la musica pian piano sta cambiando, soprattutto grazie al coraggio di alcune importanti aziende italiane che hanno deciso di dare l’esempio, utilizzando la chiusura con tappo a vite in relazione a una cospicua percentuale di bottiglie prodotte ogni anno. La degustazione comparativa, a mio avviso, ha mostrato soltanto aspetti positivi in tema di vini bianchi. Comparando le bottiglie di annate quali 2017 (Timorasso), 2016 (Langhe Riesling) financo 2007 (Langhe Bianco prodotto con uve sauvignon), ho potuto constatare su tutti i campioni una maggior freschezza gustativa, equilibrio e tenuta dei profumi che riconducono al DNA del vitigno. Non che le bottiglie con chiusura in sughero non abbiano mantenuto slancio e vitalità, intendiamoci, ma quelle con tappo a vite mostravano maggior gioventù. Tutto qui.

La musica cambia leggermente analizzando il fronte dei rossi, dove a mio avviso, soprattutto in tema di Nebbiolo da lungo affinamento, (annata 2014 e 2016) il vino con chiusura in sughero è apparso nettamente più equilibrato, armonico: sia in termini di vitalità cromatica che insieme di profumi e assetto gustativo. Quello con tappo a vite un po’ più spento e sconnesso a 360°. Avrà semplicemente avuto bisogno di ancora qualche anno per rivelare le sue potenzialità? Chi può dirlo. La strada da percorrere è ancora piuttosto lunga, pur tuttavia per una questione legata soprattutto all’impatto ambientale – anche se il dibattito qui incontra opinioni differenti tra gli esperti di settore – occorre dare sempre più importanza alla chiusura con tappo a vite; necessaria oggi più che mai riguardo tutte quelle categorie di vini, da consumarsi solitamente entro un paio d’anni, dove il sughero non ha davvero più senso di esistere. Salvo che per ragioni prettamente economiche o di budget aziendale. Ma questo è un altro tema.

Giusto il tempo di mangiare un boccone e fare due passi per i graziosi vicoli e portici dell’olivettiana Ivrea, “Città industriale del XX secolo” – dunque Patrimonio Mondiale UNESCO dal 2018 – e torniamo in “aula” per una master class sul vitigno erbaluce condotta da Alberto Mancusi, titolare dell’azienda vitivinicola San Martin di Moncrivello (VC). Sul palco della Sala Santa Marta di Ivrea anche il Dott. Maurizio Forgia, enologo presso svariate cantina canavesane. Circa vita, morte e miracoli della cultivar sopracitata e della DOCG Erbaluce di Caluso, istituita nel 2010 (DOC dal 1967), i soliti curiosi potranno sbirciare qui . Tre anni fa, sempre in occasione del ReWine, ho dedicato un lungo approfondimento a riguardo.

Visto che la carne al fuoco è tanta, veniamo subito al nostro punto di vista relativo ad otto referenze dell’annata 2021, più tre etichette ben più datate. Tra le caratteristiche più importanti dell’erbaluce vi è la capacità di reggere molto bene il prolungato affinamento in bottiglia. Il millesimo in questione mostra un manto paglierino vivace, caldo e solare riguardo i primi quattro campioni, i restanti quattro virano su tonalità lievemente più chiare. Le ultime tre, per ovvie ragioni, tendono ad evidenziare sfumature oro.

Terre Sparse – Canavese Bianco Mezzavilla 2021. Mediamente intenso al naso, i profumi sono puliti e freschi: nespola matura, cereali tostati e cedro. Rotondità, pienezza, avrei gradito un po’ più di slancio e vigore pur tuttavia è un vino piacevole e gastronomico.

Monte Maletto – Vino Bianco Vecchie Tonneaux 2021. Respiro intenso, evolve magistralmente a distanza di una decina di minuti allorché effluvi nettamente minerali, c’era d’api, smalto e scorza di agrume prendono il sopravvento. Freschezza, slancio, sapidità e tutto ciò che ricerco in un Erbaluce degno di questo nome.

La Masera – Erbaluce di Caluso Anima Dannata 2021. Ancora lievemente sconnesso a livello di profumi, con opportuna ossigenazione affiorano ricordi di mimosa, frutti estivi a polpa gialla, cereali tostati e uno sbuffo di pietra polverizzata e metallo caldo; anche la spezia dolce fa capolino. In bocca al contrario è già piuttosto definito, mostra zero alcol – e non come va di moda oggi nelle bevande – alludo alla percezione alcolica, e una bella chiusura sapida e corroborante.

La Campore – Erbaluce di Caluso “Nobile” 2021. Timbro mediamente intenso, l’agrume è sottile e dolce; la parte vegetale affiora con eleganza mediante ricordi di sedano ed erba falciata. Pietra polverizzata in chiusura. Succo, acidità e persistenza; pulitissimo, mostra una progressione convincente.

San Martin – Caluso 2021. Un soffio balsamico apre le danze, seguito a ruota dall’irruenza dell’agrume dolce e dai fiori freschi di montagna. Stupendo. Anche al palato, privo d’alcol percepito e “dissetante” da matti, pur conservando una stazza e una progressione da centometrista. Un grande bianco piemontese che davanti a sé ha una lunga strada da percorrere.

Cantine Crosio – Erbaluce di Caluso Primavigna 2021. L’impatto al naso non ostenta grandi performance, al contrario è sottile, in levare: glicine, ginestra e susina gialla, melone d’inverno e maggiorana; in chiusura un afflato di calcare. In questa fase la sapidità è in netto vantaggio, la freschezza fatica ad imporsi; ha bisogno di tempo per stemprare l’irruenza del terroir. Da attendere.

Fontecuore – Erbaluce di Caluso Galattica Vigna Misobolo 2021. Spiccano soprattutto le note agrumate di limone e cedro, seguite da un accenno di fumo, erbe aromatiche e pietra focaia. La complessità qui ha ragione d’essere. Anche questo vino è ancora molto giovane a mio avviso, tanto sale e una spinta notevole a livello gustativo; la freschezza è in parte domata dal suo “ego”, ma diamogli tempo. Il terroir canavesano lo richiede, è un dato di fatto.

Cantina 366 – Erbaluce di Caluso Scelte di Vite d’Ottobre 2021. Trattasi di vendemmia tardiva, ergo il colore è più caldo e ammicca all’oro vivace. Respiro sinuoso, accattivante: mela annurca matura, miele millefiori, punte di mineralità iodata e smalto; maggiorana e fiori di ginestra (lievemente appassita) suggellano l’insieme. Sorso ricco, potente, la percezione alcolica è misurata; al contrario la progressione cresce a dismisura, così come la sapidità e lo slancio. Gran bel vino.

San Martin – Erbaluce di Caluso 2018. Ritrovo un timbro intenso e la scorza di limone candita, in tandem con la susina gialla matura, caramella all’orzo e un soffio balsamico fresco e stimolante; con lenta ossigenazione pietra polverizzata e smalto. L’attacco è morbido, sinuoso, attraversato qua e là da lampi di freschezza citrina corroborante. Tra i migliori dell’intera batteria. Bravo Alberto.

Cantina della Serra – Erbaluce di Caluso Sessanta 2014. Frutto piuttosto neutro seppur dolce, non troppo articolato insomma. Al contrario con lenta ossigenazione emerge un ricordo di foraggio di malga, c’era d’api e mimosa appassita. Si beve che è un piacere grazie ad una silhouette da ballerina e una profondità che conquista i recettori del gusto. Il finale è pulitissimo e invoglia davvero il secondo, terzo sorso, e così via.

Colombaio di Candia – Erbaluce di Caluso 2007. Diciassette anni e non sentirli. Accade spesso con l’erbaluce, vitigno canavesano che dona vini longevi in grado di sfidare il tempo. Oro antico, caldo, estratto da vendere. Bei terziari: smalto, canfora, miele d’acacia e sbuffi mentolati; ancora liquirizia e crème brûlée. In bocca il vino marca per profondità, coerenza (soprattutto liquirizia e miele), slancio e totale assenza di alcol percepito. La morbidezza segna l’età del vino ed è un assist per i più svariati abbinamenti gastronomici. Vino eterno, sapido, figlio di un’annata non facile.

Anche quest’anno il convegno organizzato dai GVC, tenutosi all’auditorium Mozart d’Ivrea, chiude la seconda giornata del ReWine Canavese. Il tema “Spirito artigianale e cultura collettiva: con uno sguardo verso il futuro” ha offerto spunti articolati ed interessanti ai protagonisti che hanno sostenuto la classica tavola rotonda. Sono intervenuti: Riccardo Boggio, enologo e produttore oltre che nuovo presidente dei Giovani Vignaioli Canavesani, Gaspare Buscemi, enologo che ha scritto la storia della viticultura di queste colline, Alberto Alma, Professore Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Laura Donadoni, Wine Journalist e Podcaster, e infine Daniele Lucca, speaker di Wine Voice Radio & Podcast.

Oscar Farinetti, imprenditore di fama mondiale, proprietario e ideatore di Eataly – oltre che titolare di aziende vitivinicole italiane – ha chiuso il convengo mediante un intervento che è stato molto apprezzato dai presenti in sala. Ha illustrato una sorta di decalogo finale, tratto dal suo ultimo libro scritto “10 mosse per affrontare il futuro”, per ottenere successo, a 360 °, nella vita; con rimandi a personaggi storici del passato: Leonardo da Vinci, Winston Churchill e Napoleone Bonaparte.
Nella terza ed ultima giornata, come ogni anno mediante i classici banchi di degustazione presso l’Officina H d’Ivrea, i Giovani Vignaioli Canavesani hanno spalcato letteralmente le porte ad un pubblico composto da appassionati, amanti del buon vino e “semplici” curiosi. Oltre alla produzione canavesana, altri territori piemontesi hanno presentato i propri vini in un bel clima di condivisone. Diverse master class, egregiamente gestite dall’Associazione Italiana Sommelier, hanno completato l’offerta fornita al pubblico che ha letteralmente riempito le aule.
Arrivederci a ReWine Canavese 2025 dunque, e un grosso in bocca al lupo a questi baldi e giovani vignaioli canavesani, figli di un territorio che finalmente sta tornando alla ribalta.
Andrea Li Calzi



