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Poderi Luigi Einaudi e l’uva dolcetto allevata tre le colline di Dogliani

Poderi Luigi Einaudi esterno Relais

Esiste una categoria di vini in Italia che sconta troppo spesso l’indifferenza dei consumatori, e il più delle volte non riesco davvero a capacitarmi. Siamo nell’era della digitalizzazione, delle informazioni lampo tuttavia recepite a ciclo continuo: talune superficiali, altre più approfondite, sta al consumatore prendere il bello e il buono di tutto ciò con coscienza critica. Fatta questa doverosa premessa non riesco, tuttora, a capire come un vino nobile quanto il Dolcetto ai giorni nostri venga relegato ad un ruolo marginale seppur importantissimo a mio avviso: quello della buona tavola.
Salvo rare eccezioni non ho mai sentito frasi, letto articoli o post (sui vari social) riguardo famigerate degustazioni guidate o seminari specifici incentrati sul vino Dolcetto, e dunque continuo a chiedermi: perché? Per rispondere realmente a questa domanda occorrerebbe pubblicare un saggio sulla psiche umana e su quanto l’industria talvolta, complice il marketing aggressivo, risulti in grado di condizionare la mente dei consumatori azzerando totalmente il gusto soggettivo e dunque la propria coscienza critica. Non è affare degli ultimi anni, si parla di quasi mezzo secolo: si beve ciò che va di moda, ciò che in quel determinato periodo incontra il gusto delle masse, il più delle volte mortificando gli aspetti primari che rendono la nobile bevanda cara al dio Bacco: “il canto della terra verso il cielo” come sosteneva il compianto Luigi Veronelli.

Poderi Luigi Einaudi tini in cemento

Certo in passato sono stati fatti errori madornali, volendo a tutti i costi far diventare il Dolcetto ciò che non è e non sarà mai; parlo di vini muscolosi, ricchi di estratto che a tutti i costi “dovevano” assomigliare a grandi Barolo o Barbaresco, nulla di più sbagliato a mio avviso. Sintetizzando ulteriormente, anche a causa di quest’enorme confusione stilistica, è possibile asserire che la suddetta cultivar non ha mai spiccato il volo in termini numerici e a livello di quote di mercato. Ai giorni nostri fortunatamente la tendenza è in netto rialzo, complice il fatto che il gusto globale si sta indirizzando sempre più verso vini freschi, slanciati, ariosi e dotati di armonia e verticalità gustativa. Se esiste una cultivar che da sempre riassume abilmente le caratteristiche sopracitate quella è proprio il dolcetto.
Lo sa fin troppo bene l’Azienda Vitivinicola Poderi Luigi Einaudi che dal 1897 a Dogliani (CN), universalmente riconosciuta patria dell’uva autoctona piemontese sopracitata, ha dato lustro al territorio e alla storia stessa del vitigno, assieme ad altre importanti aziende s’intende. Dogliani è di fatto un piccolo borgo pittoresco, situato a circa 28 km da Alba e 47 da Cuneo, che dà il nome all’omonima DOCG istituita nel 2005. Ha dato inoltre i natali a Luigi Einaudi, primo Presidente eletto d’Italia; tra le dolci colline di questo versante della Langhe fondò i Poderi che portano ancor oggi il suo nome. Siamo giunti alla quarta generazione, al timone troviamo Matteo Sardagna Einaudi, bisnipote di Luigi.

Poderi Luigi Einaudi cantina

L’Azienda, che ha tutt’ora a Dogliani il suo cuore storico, conta su 150 ettari di proprietà e diverse cascine. Nel corso di 126 anni di storia è cresciuta notevolmente attraversando le Langhe in diagonale, raggiungendo così Neive dopo aver toccato Barolo, Monforte d’Alba e Verduno; tutti nomi evocativi della grande enologia piemontese. Di fatto Poderi Luigi Einaudi intende rivolgere uno sguardo al futuro ben consapevole che per raggiungere i traguardi prefissati occorre necessariamente vantare le proprie origini, le tradizioni del passato.
All’interno del territorio di Dogliani l’Azienda possiede tre corpi vitati. Il primo è rappresentato dalla settecentesca Villa San Giacomo, situata a nord del borgo su una morbida collina attorniata da circa 10 ettari di vigna. Successivamente, attorno al 1923, l’acquisto dei Vigneti San Luigi, sempre a Dogliani ma a sud del paese, su una collina vocata che guarda a meridione e che da sempre è ritenuta ideale per il dolcetto. Non a caso a questo vitigno sono destinati la maggior parte dei 15 ettari vitati. Ultimo, non in termini di importanza, il Vigneto Madonna delle Grazie dove ha sede la cantina con un appezzamento di 4 ettari su una collina che svetta sulle altre, e che accoglie alcuni dei filari di dolcetto più longevi impiantati nel 1937. Non è finita qui: fuori della zona “classica” di Dogliani Matteo Sardagna può contare su altri cinque appezzamenti distribuiti in alcuni tra i migliori cru di Barolo e Barbaresco: rispettivamente Terlo, Cannubi, Bussia e Monvigliero, e Bric Micca. – Aveva fiducia nelle sue capacità e nel territorio – queste le parole di Matteo Sardagna Einaudi, architetto milanese ma ormai langarolo e vignaiolo a tempo pieno, che così descrive Luigi, il pioniere dell’Azienda; d’altronde questo spirito fa parte della famiglia da sempre.

Poderi Luigi Einaudi cantina vini

Basti pensare che il nonno di Matteo, Roberto, fu ingegnere visionario ma anche viticoltore appassionato, lo zio Giulio ha fondato la casa editrice omonima, uno dei pilastri della cultura italiana del ‘900; infine Ludovico Einaudi, figlio di Giulio, compositore e pianista di fama mondiale. La filosofia produttiva ricercata da Matteo, condivisa con uno staff affiatato che dal 2016 vede il nostro protagonista affiancato da Zvonimir Jurkovic (esperienza ventennale presso Poderi Luigi Einaudi), prevede che alle vasche in acciaio si affianchino tini in cemento poroso di volumi diversi e dotati di serpentine di raffreddamento. Dopo la fase di vinificazione ogni partita di vino prende la propria strada riguardo l’affinamento: barriques e soprattutto botti di medie e grandi dimensioni. Volendo restringere il campo al tema principale di questo articolo, i Dogliani presentati dall’Azienda sono due: l’omonimo Dogliani Poderi Luigi Einaudi e il Dogliani Superiore Tecc. Di seguito le mie impressioni sui due vini degustati.

Dogliani 2022 Poderi Luigi Einaudi

Dogliani 2022
L’iconica etichetta di Dogliani Poderi Luigi Einaudi nasce già nel 1897 e da allora non ha mai mancato una vendemmia, un bel primato non c’è che dire. Ogni anno ne vengono prodotte circa 150.000 bottiglie, può considerarsi un vero e proprio biglietto da visita che segue una costanza qualitativa ragguardevole. Le sue uve provengono dalle tre proprietà del doglianese sopracitate, i terreni da queste parti sono ricchi di marne, argilla e calcare. Le viti, allevate a guyot, sono state impiantate in un lasso di tempo che va dal 1941 al 2010, la densità è pari a 4500/4800 viti/Ha. Per preservare l’integrità del frutto, e gran parte delle peculiarità dell’uva dolcetto, la scelta di utilizzare solo acciaio in tutte le fasi cui segue un affinamento di qualche mese in bottiglia prima della vendita.
Rubino profondo al calice, tonalità vivace e riflessi porpora, media consistenza. In questa sua prima fase di vita il naso è piuttosto esuberante, ricordi vinosi cedono presto il posto ad una spezia suadente dai toni dolci e lievemente balsamici: chiodo di garofano, eucalipto, piccoli frutti di rovo maturi, pepe nero e liquirizia. In bocca le sensazioni dolci-acide del frutto mostrano coerenza e vivacizzano la fase gustativa; il tannino è percettibile, dolce, una lunga scia sapida impegna il palato rendendo il vino particolarmente adatto all’abbinamento gastronomico. Un buon coniglio alla cacciatora è la morte sua.

Dogliani Superiore Vigna Tecc 2021

Dogliani Superiore Vigna Tecc 2021
Veniamo al Dogliani Superiore Vigna Tecc 2021, considerato a tutti gli effetti il fiore all’occhiello di Poderi Luigi Einaudi, forse l’etichetta più nota a livello di mercato: molti lo chiamano tutt’ora “Il Vino del Presidente”. Tutto parte da una vinificazione separata di uve dolcetto provenienti da un assemblaggio bilanciato, e allevate nei vigneti più vocati e meglio esposti dell’intera proprietà; per essere più precisi sui Sörì di Madonna delle Grazie e San Giacomo. Le viti sono state impiantate in un lasso di tempo che va dal 1937 al 1988. Una diversa interpretazione di Dogliani: la vinificazione è svolta tra acciaio e cemento con controllo della temperatura di fermentazione (28° C), svinatura dopo 8-10 giorni, travasi, segue malolattica. Successivamente affina un anno in legno, ulteriore riposo in bottiglia prima della vendita.
Il colore è piuttosto vivace, un bel rubino caldo di media trasparenza e buon estratto, unghia violacea. L’esordio al naso è nettamente a favore di un frutto maturo e suadente: frutti rossi, amarena, geranio selvatico uniti a cardamomo, vaniglia, tabacco, pepe nero e stecche di liquirizia. Con lenta ossigenazione la trama olfattiva diviene ben più complessa, incentrata su effluvi balsamici di eucalipto e legati al terreno marnoso e calcareo dove crescono le uve. In bocca il vino mostra vitalità grazie ad un tannino percettibile, dolce, lo stesso sfuma leggermente a vantaggio di una morbidezza data dal frutto maturo; inoltre vi è una freschezza di fondo commisurata ad una dirompente sapidità. Rimane in bocca l’essenza del vitigno, ovvero una piacevole nota ammandorlata in grado di contrastare alla perfezione un buon piatto di agnolotti del plin con sugo d’arrosto.

Andrea Li Calzi

Andrea Li Calzi

È nato a Novara, sin da giovanissimo è stato preso da mille passioni, ma la cucina è quella che lo ha man mano coinvolto maggiormente, fino a quando ha sentito che il vino non poteva essere escluso o marginale. Così ha prima frequentato i corsi AIS, diplomandosi, poi un master sullo Champagne e, finalmente, nel giugno del 2014 ha dato vita con la sua compagna Danila al blog "Fresco e Sapido". Da giugno 2017 è entrato a far parte del team di Lavinium.

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