Massimo Piovani e il suo Buttafuoco Storico Vigna Bricco in Versira

La storia inizia da un piccolo, arcaico vigneto, attiguo alla casa, che i genitori di Massimo Piovani possedevano a Canneto Pavese, località Monteveneroso, di circa 600 mq. di superficie, da cui venivano le uve da trasformare in vino per il consumo famigliare. Nel 2008, dopo esperienze teoriche e pratiche in campo agricolo ed enologico, Massimo e la sua famiglia acquistano circa 5 ettari di vigneti a Monteveneroso. Vengono così gettate le basi per quella che diventerà l’Azienda Agricola Piovani Massimo.
Nel 2014, contestualmente all’ingresso nel Club del Buttafuoco Storico, iniziano le vinificazioni di una parte delle uve prodotte, in una piccola cantina, chiamata da Massimo Piccola Cantina dei Vini Fermi. I vigneti dell’Azienda sono caratterizzati da forti pendenze, spesso difficili da lavorare ma generosi di ottimi frutti, anche grazie ad una gestione con pratiche a basso impatto ambientale che limitano le rese, ed evitano forzature, salvaguardando l’assetto idrogeologico dei terreni. Le uve arrivano in cantina sane e toniche.
La lavorazione avviene appena terminata la raccolta e selezione manuale, fatta esclusivamente durante le ore più fresche della giornata, condizione essenziale per ottenere la massima qualità. Con questo sistema il grappolo, in attesa di giungere in cantina, rimane il più integro possibile, scongiurando i processi di ossidazione che, come noto, iniziano dal momento in cui si spreme l’acino. La buccia è così salvaguardata e i polifenoli che contiene protetti e preservati nella loro integrità; in più si prevengono le aggressioni batteriche, riducendo al minimo il ricorso alla solforosa. Con questi accorgimenti si evita di dover intervenire con pratiche che, pur se consentite, spesso tendono ad alterare la tipicità dei prodotti.
Siccome, oltre alla componente umana, esiste anche un connubio tra andamento climatico e tipo di terreno che, ogni anno, porta a variazioni importanti delle caratteristiche chimico/fisiche delle uve ottenute (es. il grado zuccherino), la principale missione di Massimo sta proprio nel valorizzare e non reprimere, in cantina, queste differenze.
L’appezzamento più importante dell’Azienda è la Vigna Bricco in Versira, le cui uve diventano Buttafuoco Storico Vigna Bricco in Versira. La vigna, di 2945 mq., esposta ad Ovest, a un’altitudine di 240/260 metri s.l.m., si trova nel Comune di Canneto Pavese, area Arenarie ed è stata impiantata nel 1994, con uvaggio di Croatina 50%, Barbera 35%, Uva Rara 5%, Ughetta di Canneto 10%.
Monteveneroso è una frazione di Canneto Pavese, di 143 anime, con una piccola chiesa dedicata a San Siro, vescovo di Pavia. Fuori dalla chiesa vi è una targa in memoria di un grande atleta nato in questo borgo: Ezio Sclavi, classe 1903, portiere della Nazionale di calcio Italiana, oltreché di diverse squadre di serie A.

Tutt’intorno, un unico anfiteatro di vigne, nato dalla fatica di generazioni di contadini dediti alla cura della terra.
Massimo, che ha voluto gettare qui le basi, racconta così la sua scelta: “Sono nato a Milano, il 6 maggio 1983. Ho fatto le scuole, fino alla terza media, presso le suore dell’Istituto Maria Consolatrice, in via Melchiorre Gioia e, se sono quello che sono, lo devo a loro, oltreché ai miei genitori.
Ho respirato l’aria della grande metropoli fino all’età di ventisei anni, dopodiché mi sono trasferito definitivamente a Monteveneroso, il luogo dove adesso ho una nuova casa, ci sono i nostri vigneti, la cantina e dove sto realizzando il sogno di produrre un nostro vino, da una nostra vigna, in una nostra cantina. Fin da quando ero un bambino, la casa di Monteveneroso, era la nostra seconda casa. Ci venivo con mio padre, mia madre e mio nonno, tutte le domeniche. I miei genitori gestivano una gastronomia-salumeria, intestata a mio padre Marco, con rivendita vini, in prevalenza Oltrepò Pavese; un tipo di bottega ormai sparita del tutto, non solo a Milano. Aveva le sue vetrine tra via Ponte Seveso e viale Lunigiana, zona Stazione Centrale, con anche una tavola calda, frequentata, all’ora di pranzo, da numerosi impiegati degli uffici della zona. L’aveva aperta mio nonno Mario, nel ‘64.
La casa di Monteveneroso, mio padre la compra nel 1984: io ho appena più di un anno. Annessa alla casa c’è una vigna di 640 mq., vecchia forse di cento anni, un po’ trascurata, con uvaggio di Buttafuoco. Da quella vigna è partito tutto: la mia passione per il vino e le scelte fatte per assecondarla. A prendersi cura della vigna è mio nonno che mi porta con lui e mi fa fare piccoli lavori. Io lo seguo sempre con l’entusiasmo proprio dei bambini e non mi stanco mai di imparare. Lui arriva dalla campagna parmense, dove la pianura è prevalente e, sulle file di Lambrusco, si fanno potature lunghe: ricordo di parecchie discussioni in merito. Io non vedo l’ora che venga sabato sera per salire tutti in macchina e lasciarci alle spalle Milano, alla volta della mia vigna. A quindici anni l’entusiasmo è diventato passione. Passione per la vigna che nel frattempo è rinata, per la campagna con i suoi paesaggi, i cieli, l’aria buona, gli spazi illimitati contrapposti a quelli stretti della città.

Per questo decido di frequentare le scuole superiori in un Istituto Tecnico Agrario: l’Engardo Merli, di Lodi. Tutte le mattine, per cinque anni, prendo il treno dalla stazione Centrale, prima delle sette. La scuola è in piena campagna: c’è una stalla con le vacche, un caseificio, un impianto di panificazione. Non è previsto il corso di viticoltura, così scelgo l’indirizzo agricolo e prendo il diploma di agrotecnico. Ma il mio obiettivo è studiare la vite e il vino e m’iscrivo al corso di laurea triennale in Viticoltura ed Enologia, coordinato dal professor Attilio Scienza, presso la facoltà di agraria, a Milano. Non concludo però il piano di studi. Mi mancano cinque esami, ma sono anni in cui sto gettando le basi della mia nuova Azienda e non c’è tempo per lo studio. Da questo momento in poi, i miei libri sono le viti, le uve, i mosti…
Sento che il sogno si sta realizzando e quel pezzo di carta, pur molto importante, può passare in secondo piano.
Nel 2004, tra il secondo e terzo anno di università, faccio alcune esperienze sul campo, tra cui uno stage di circa tre mesi a Villa Banfi, una delle cantine private più grandi d’Italia (vinificazione dei vini rossi importanti come il Brunello, campionamenti in vigna, curve di maturazione, analisi dei mosti) e, l’anno successivo, un altro nell’Azienda di Valter Calvi.
È stata una grande fortuna poter lavorare in vigna e cantina a fianco di Valter. Lo ritengo infatti il mio vero maestro.
Presso di lui partecipo a vendemmia, vinificazione e lavori invernali per ulteriori due anni, oltre a quello dello stage.
Un’altra vendemmia l’ho fatta anche presso l’Azienda di Giulio Fiamberti. Sono gli anni in cui Valter sta reimpiantando il Montarzolo. Più guardo quella vigna e più rimango colpito dal miracolo che sta compiendo, facendola rinascere dall’abbandono più totale.
Valter mi porta anche con lui in Francia, a visitare la Borgogna e ai vari eventi del Club del Buttafuoco Storico, durante i quali conosco vignaioli che diventeranno i miei riferimenti. Nei primi mesi del 2009 viene a mancare mio nonno a novantaquattro anni, che abita in un appartamento accanto al nostro, poco distante dal negozio di salumeria. È la molla che ci fa decidere di chiudere bottega e trasferirci a Monteveneroso.
Finché era in vita mio nonno, aveva un senso continuare a vivere a Milano, per stargli vicino ma, con la sua scomparsa, non vale più la pena di tirare avanti un’attività, peraltro ormai al lumicino, che ci costringe a stare lontani da un posto che amiamo e in cui possiamo dare libero sfogo alle nostre passioni. Mio padre è ancora più felice di me, perché così può dedicarsi ai suoi intagli in legno, che sono vere e proprie opere d’arte e alla raccolta di attrezzi da lavoro e strumenti per l’attività vitivinicola, ormai in disuso. A partire dalla vendemmia 2008, conferisco alla Cantina di Canneto Pavese le uve delle mie vigne ma, dal 2014, stesso anno in cui mi associo al Club del Buttafuoco Storico, comincio a vinificarne una parte nella mia neonata Piccola Cantina dei Vini Fermi. Come per ogni inizio è tutto un recitare senza copione.
In cantina è un continuo aggiustare il tiro nella gestione delle fermentazioni, un correr dietro a i travasi ecc., ma in testa ho il mio progetto vinicolo ben preciso da costruire con gli strumenti, le tecniche e le conoscenze di un tempo.
E se in vigna hai lavorato bene le tue uve ti ripagano. Non ho mai utilizzato diserbanti o disseccanti perché prima di tutto c’è il rispetto della terra. E se la rispetti, lei ti ricompensa: le mie vigne sono parte di un ambiente naturale in cui erbe, insetti e animali sono elementi costitutivi necessari. I miei vigneti sono sparsi tra Canneto Pavese e Castana, con varie esposizioni.
Il Bricco in Versira è a Canneto Pavese. Lo compriamo, nel 2008, dai nostri vicini. È stato impiantato nel ‘94 con uvaggio di Buttafuoco ed etica giusta nella distribuzione delle varietà, perché è un versante ripido e in questi casi bisogna sempre piantare le uve più lente a maturare in alto e, quelle che maturano prima, in basso.
In fondo c’è la Barbera, in mezzo la Croatina e in alto l’Uva Rara. Non c’è l’Ughetta di Canneto ma, dovendo fare delle rimesse per sostituire delle piante di Barbera colpite dalla flavescenza, ne pianto circa un 10%.
Nello spiazzo antistante casa mia c’è una panchina all’ombra. Oggi non ci si siede più nessuno ma una volta vi sostavano i contadini nei pomeriggi di luglio e agosto, quando non andavano in vigna per il troppo caldo. Se ne stavano seduti e raccontavano. Non parlavano di varietà di uve ma di vigne. Ogni vigneto è un toponimo e loro usavano proprio i nomi per descrivere la qualità delle uve nei vari luoghi. Purtroppo è un’usanza che si è persa e con questa anche l’identità delle produzioni.
A fine vendemmia poi, era consuetudine trovarsi nella piazza del paese con le scodelle in mano ad assaggiare i vini nuovi e non si diceva ‘questa è Croatina’, o ‘questo è Barbera’ ma ‘questo è Montarzolo, è Solenga, è Badalucca…’.
Una cultura che si è persa. Anche il turismo ne avrebbe giovato: non un unico grande anonimo areale vitato ma tanti piccoli ‘luoghi’, ognuno con la propria specificità, la propria identità, il proprio racconto. Si è preferito intensificare le coltivazioni. È più comodo piantare un vigneto solo di Croatina o Barbera e poi eventualmente fare i tagli in cantina. Questa però non è tradizione, non è Buttafuoco.
Sentendo parlare i contadini, pian piano mi sono fatto una cultura sulle posizioni migliori per un certo tipo di vino.
Il versante a Ovest, dove c’è il Bricco in Versira, è sempre stato definito il paradiso della Croatina anche quando è amalgamata ad altre uve: dà frutti di notevole struttura, che si prestano a lunghi invecchiamenti.
Nel lato opposto, esposto a Nord, dove ho un vigneto con molta pendenza, la Croatina è buona per fare la Bonarda, perché le uve sono fresche, hanno di norma un minor grado zuccherino, un’acidità più elevata e sono più indicate per ottenere vini di pronta beva. Dal Bricco in Versira ricavo un vino di 14/15 gradi, in alcune annate anche 15 e mezzo”.
La Vigna Bricco in Versira ha un terreno adatto a mitigare le asperità del clima e, anche nelle stagioni estremamente siccitose, le viti vanno meno in stress e la maturazione fenolica non si arresta.
Il sole, nel versante del Bricco, fa capolino dalla collina verso le dieci di mattina e lo irradia coi suoi raggi fino al tramonto.
Nella parlata dialettale ‘Versira’ vuol dire ‘verso sera’, ovvero quando hai il tramonto di fronte.
Questa vigna era riconosciuta anche con un toponimo ancora più ristretto: il ‘loghett’.
Verosimilmente veniva chiamato così perché in questo punto era l’unico vigneto facente parte dell’antica Possessione dei monaci di Vergomberra, ben delimitato anche al catasto, denominato ‘loghetto’ cioè piccolo, in confronto ai loro più vasti possedimenti.
Il Buttafuoco può nascere solo qui, in questa ristretta parte di Oltrepò Pavese. Sarebbe importante recuperare i tanti terreni incolti e abbandonati che ci sono, per riconvertirli a questa produzione. I piccoli vignaioli, in massa, dovrebbero sempre lavorare con l’obiettivo della qualità. Solo così il consumatore inizierà a rendersi conto che qui si può fare un vino d’eccellenza.
Sono loro che devono resistere: è una strada lunga e tortuosa, ma è l’unica percorribile.
Con la Vigna Bricco in Versira Massimo si è iscritto al Club del Buttafuoco Storico nel 2014 ma il suo primo Buttafuoco Storico è dell’annata 2015: “La natura ogni anno ti presenta un prodotto diverso e il 2014 è stata un’annata pessima per il vino e ho preferito non farlo. Sono l’ultimo arrivato su queste terre che ho trovato subito accoglienti e adesso sono dentro ad un sogno. Lo sto vivendo giorno per giorno: non mi sono mai illuso di bruciare le tappe. Per ottenere un buon vino bisogna aspettare e io aspetto”.
Valerio Bergamini
Azienda Agricola Piovani Massimo
Via Costiolo, 21 Monteveneroso (PV)



