Proposta Vini, una filosofia diversa nel selezionare e proporre i vini

Abbiamo dialogato con il fondatore Giampaolo Girardi in occasione della presentazione del catalogo 2018
In un mondo in cui il profitto regna sovrano, dove c’è sempre meno spazio e tempo per riflettere sul reale significato e valore delle cose, la filosofia nel proporre i vini in catalogo di Proposta Vini è un autentico raggio di sole che squarcia un cielo enologico abbastanza cupo e fitto di nubi, dettato in primo luogo dal business e dal profitto. Una vera manna a mio giudizio per quei produttori medio-piccoli la cui filosofia produttiva va ben oltre il semplice guadagno, ma è dettata da un forte legame al territorio ed ai suoi vitigni che lo identificano in maniera univoca.
A Pergine Valsugana, piccolo paese del Trentino, nel “lontano” 1984 Giampaolo Girardi, imprenditore con la passione per il vino, aveva senza dubbio in mente un diverso modo di interpretare la distribuzione fondando Proposta Vini, iniziando con una minuziosa selezione di un centinaio di aziende, in maggioranza italiane, poiché giustamente secondo lui l’Italia è il paese che vanta il più grande e variegato patrimonio di viticoltura presente al mondo e quindi era inevitabile concedere un occhio di riguardo a piccole realtà, sconosciute ai più e con prodotti di un po’ di nicchia, che si distinguevano per l’attenzione e la particolarità nella conduzione di vigneto e cantina e nel rispetto e nel mantenimento delle tradizioni dei loro territori.
Ecco che quindi mi sembrava giusto e interessante carpire dalla voce del suo fondatore concetti e opinioni sul suo lavoro e sull’attuale mondo del vino in occasione della presentazione del catalogo 2018, elegante ed accattivante allo stesso tempo già nella sua rilegatura, avvenuto a gennaio a Bussolengo con la presenza di oltre cento produttori.

Come è nata l’idea di proposta vini?
Anche se i miei nonni facevano il vino, io non provenivo direttamente dal mondo enologico. Tutto è nato da un’idea commerciale legata alla bellezza paesaggistica vitivinicola, italiana ed europea. Fino all’800 i vini erano prettamente collinari o montani che, con acidità elevate e gusti amarognoli erano ideale come alimento, questo perché in pianura i fiumi non erano regimentati e con il rischio di piene improvvise si dava priorità al foraggio per il bestiame. Ci sono voluti secoli per creare i paesaggi vitivinicoli montani e collinari attuali, quindi mi era sembrata logica l’idea di mettere sul mercato piccoli produttori legati indissolubilmente al loro territorio, dare spazio a persone che credono fermamente nel loro lavoro, vignaioli autentici, un patrimonio culturale che non doveva e non deve andare perso.
Per raggiungere questo obiettivo abbiamo varato una serie di progetti. Il primo nacque nel 1988 con il nome di Vini dell’Angelo, dove, grazie allo IASMA, si è recuperato e catalogato le varietà d’uva presenti in Trentino fino alla fine della Prima guerra mondiale, come ad esempio il Lagarino Bianco o la Paolina o il Vertliner Rosso, coltivate in Valle di Cembra, in Valsugana o nei dintorni di Pergine e nella Valle del Sarca, promuovendone quindi la ripresa della coltivazione, vinificazione e commercializzazione. Altri progetti di particolare interesse sono quello rivolto ai Vini delle isole minori (Capraia, Elba, Formentera, Giglio, Hvar, Ischia, Limnos, Lipari, Mazzorbo, Pantelleria, Paros, Salina, Samos, San Pietro e Santorini), così come ai Vini Estremi, vini eroici, figli della fatica, del sudore e della laboriosità dell’uomo, prodotti in zone spesso sconosciute, geograficamente impervie, talvolta impossibili e coltivati in minuscoli fazzoletti di terra strappati alla montagna, alle rocce, al mare. Molto interessante il progetto nato nel 2004 relativamente ai Vini Franchi, marchio che segnala vini provenienti da uve franche di piede, non innestate cioè su vite americana, utilizzata agli inizi del ’900 per combattere la fillossera che decimò i vigneti italiani.
Tutto questo lavoro mi ha permesso di avere unicità e autenticità nei vini proposti, una spinta anche per frenare il fenomeno degli anni ‘90 dove si piantava ovunque solo vitigni internazionali come Cabernet, Merlot o Pinot Grigio.
In Italia purtroppo manca un po’ l’orgoglio nazionale di salvaguardare e valorizzare il vino italiano. Trovo assurdo ad esempio che spesso il vino al bicchiere non venga servito con professionalità, facendo vedere la bottiglia prima di versarlo, mentre al contrario la bottiglia d’acqua viene sempre aperta al tavolo. Sono pochi i ristoratori che dedicano la giusta attenzione alla carta del vino e non capisco il motivo, visto che invece i menù spesso sono forniti di adeguate spiegazioni o mettono particolare risalto a ingredienti e cotture. Penso che sia doveroso uniformare l’offerta del vino agli altri prodotti serviti.
Come si svolge la selezione dei produttori?
Il mio collaboratore Italo Maffei svolge questo compito per oltre nove mesi all’anno, andando alle ricerca di vini unici fatti da viticolturi che conoscono perfettamente il loro territorio e i loro prodotti ma che spesso non hanno la minima consapevolezza del mondo commerciale.
Qual è l’aspetto più gratificante del vostro lavoro?
Ce ne sono tanti, a cominciare dai rapporti umani con i produttori. Pensare di “adottare” un produttore sconosciuto e inserirlo sul mercato e dopo un po’ di tempo raccogliere i primi frutti commerciali ci regala una soddisfazione impagabile. Uno dei nostri obiettivi principali infatti è dare priorità alla persona, all’uomo, prima del vino.
Qual è l’aspetto peggiore del vostro lavoro?
Direi l’aspetto pragmatico del lavoro, soprattutto nel dover rispettare tempi, metodi e regole della distribuzione.
Qual è il vino di tendenza in questo momento?
Più che un vino in questo momento c’è grande attenzione verso gli spumanti, questo a scapito dei grandi vini rossi. Basti pensare ad esempio al “Pas Dosé o Nature”, che ha raggiunto circa il 10% della nostra distribuzione.
Un parere sui vini biologici, naturali, biodinamici…
Secondo noi è un modo di esprimersi del produttore, che rispettiamo appieno senza entrare nel merito del vino, dando giudizi o consigli. E’ senza dubbio affascinante sentire dalla sua voce il meccanismo che lo ha spinto ad abbracciare filosofie e tecniche biologiche, biodinamiche o ancestrali. Personalmente ritengo che ben venga un’agricoltura sostenibile, praticata senza l’utilizzo della chimica.
Quali sono i progetti in cantiere?
Il nostro obiettivo è continuare a valorizzare l’intero patrimonio enologico europeo. A questo fine è nato il progetto chiamato Il Circolo di Vienna, che raccoglierà una serie di vini provenienti da Austria, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Romania, Slovenia, Trieste, Gorizia e Ungheria, con il quale intendiamo darà visibilità ad una zona vinicola storica ma attualmente poco conosciuta. Altrettanto interessante il progetto Piwi, legato ai vitigni sperimentali resistenti alle malattie, così come tutta una serie di iniziative legate a scoprire e proporre vini legati a particolari zone italiane, come le Colline Saluzzesi, la Val Venosta, la zona di Carema o l’Alta Langa.



