Un Rioja di gran levatura: il Graciano di Bodegas Barón de Ley

Non è un semplice Rioja, perché è fatto di Graciano in purezza, al 100%. Si tratta di un’autentica rarità e la dobbiamo a una grande cantina, anzi alla più grande per quanto riguarda l’estensione di ettari vitati di proprietà (circa 1.200 ettari). In Rioja, infatti, le cantine che vinificano e imbottigliano possiedono solo il 20% delle vigne da cui provengono i loro vini, che sono per lo più nelle mani di produttori indipendenti, anche se controllati da agronomi ed enologi di fiducia. Nel 1999 Bodegas Barón de Ley possedeva solo 275 ettari di proprietà, ma nel 2000 Eduardo Santos-Ruiz, fondatore e presidente del gruppo Barón de Ley, si era impegnato anima e corpo nella piantagione di vigneti e attualmente non esiste un’altra azienda vinicola della Rioja che abbia fatto uno sforzo di quel calibro, scommettendo sulla propria consistenza commerciale per assicurarsi la qualità delle uve.

Un’azienda può acquistare l’uva di qualità anche al di fuori del suo ambiente, ma non basta il controllo dei propri uomini sul campo esterno a garantire in pieno la qualità desiderata, perché per il cantiniere l’uva non è il fine, ma il mezzo, mentre per il viticoltore l’uva è il fine e bisognerebbe stargli col fiato sul collo dalla mattina alla sera per tutti i giorni dell’anno. Due esempi. Se si dice ai viticoltori di potare in verde per ridurre i grappoli allo stretto necessario per una produzione di alta qualità, questi lo faranno sempre in misura inferiore di quanto si potrebbe fare, perché guadagnano solo sulla quantità consegnata. La loro attività è quella di produrre uva, non grandi vini. Se assumono loro il personale per la raccolta dei grappoli, le istruzioni per la selezione delle uve non saranno mai applicate con lo stesso più severo criterio che sarebbe invece adottato da personale addestrato e stipendiato dal produttore dei vini. Perciò Bodegas Barón de Ley mantiene ancora la parola sui contratti storici con alcuni viticoltori, ma ha deciso di puntare tutto su vigneti di proprietà.

È per questo ambizioso progetto che nel 1985 è stato acquisito l’edificio del monastero e vi sono stati piantati intorno 70 ettari di tempranillo, 10 di graciano e 10 di altre varietà sperimentali. Quindi, a questo primo vigneto di proprietà si sono poi aggiunti i 94 ettari di viti molto vecchie a Cenicero (Rioja Alta), i 219 ettari di Los Almendros con Monte Araoz e Monte Jiménez a Mendavia, i 300 ettari di Ausejo (Rioja Baja) e i 500 ettari del vigneto Carboneras situato a 850 m di altitudine.
Nei progetti più recenti, la cantina si è impegnata fermamente ad aprirsi ad altre varietà rosse della Rioja (garnacha, maturana) e perfino a quelle bianche (verdejo, sauvignon blanc, chardonnay, garnacha blanca, viura, malvasia), mano a mano che il Consiglio di Regolamentazione ha rilasciato la sua approvazione, con l’obiettivo di continuare ad aumentare la qualità e la personalità dei loro vini. Lo staff principale è costituito da Alex Tomé, Gonzalo Rodríguez, José Maria del Río (Chema), Maite Calvo.

Prendono molto sul serio la vigna. Per lo stile di vino che vogliono elaborare la zona è perfetta: clima secco e con alta esposizione al sole che si traduce in vini con grande potenza, corpo e struttura. L’altra faccia della medaglia è il fattore limitante che caratterizza tutte queste aree: la scarsità d’acqua. Perciò bisogna dotare molti vigneti con impianti di irrigazione a goccia con l’acqua che sale dall’Ebro, ma solo fino al mese di luglio, mentre per alcuni vigneti (per esempio come quelli che erano stati piantati dove prima fruttavano i mandorli, circa 10 tra i tanti ettari di Garnacha) si sono mantenute le precedenti terrazze, un sistema praticamente quasi scomparso altrove nella Rioja. Hanno una persona che si applica rigorosamente soltanto nella ricerca sui suoli per lo sviluppo dei vigneti, che non lavora né in viticoltura né in vinificazione, perché non si tratta solo di acquistare, si deve anche piantare bene, con il clone appropriato, nel posto giusto.

La maturana è una varietà incredibile, che offre risultati eccellenti in assemblaggio con altre, a cui apporta maggior colore ma senza correggerne la struttura grazie a un tannino morbido, spesso anche dolce. La garnacha, che al momento in cui si stavano decidendo quali varietà piantare non era così alla moda come lo è adesso, non è quella dei cloni locali che in Rioja e in Navarra hanno il problema di ”correre” molto in alcool e concentrazione, ma è stata cercata fra cloni diversi nelle zone della Catalogna e della Francia e alla fine si sono scelti quelli della grenache francese. Il tempranillo è quello stilistico, con la classica intensità del frutto e una freschezza mimetizzata, un po’ grafitico e speziato, che sa di montagna. L’uva graciano sta acquisendo importanza in Catalogna. C’è anche in Sardegna, con i nomi di bovale sardo e cagnulari. Le uve seguono percorsi diversi che danno a ciascuno dei vini una precisa personalità, evitando la standardizzazione dei processi di vinificazione.
L’enologo Gonzalo Rodriguez, con almeno 40 anni di vinificazioni alle spalle, fa già una differenza tra bianchi e rossi: è contrario alla semina di lieviti nei vini rossi per promuovere la fermentazione, perché ritiene che quelli già presenti sulla buccia degli acini preservino il “carattere locale”, ma è favorevole a questa procedura nelle annate “storte” e comunque sempre con i vini bianchi e i rosati perché la loro elaborazione è molto più tecnologica e non se ne producono di veramente buoni da mosti non puliti, ma se si puliscono non rimane altra scelta che seminare i lieviti.
Sono in funzione anche 3 coppie differenti di serbatoi di acciaio inox da 100 a 140 ettolitri progettati appositamente dagli enologi di questa cantina per elaborare i vini che vengono fatti dalle vigne in cui sono in corso esperimenti speciali. Ogni mattina vengono tutti testati per prendere le decisioni appropriate sulle macerazioni, sulle temperature di fermentazione, sulle diverse elaborazioni di una stessa annata.

Per la maturazione, Gonzalo ha le idee molto chiare. Poiché gran parte della produzione dei rossi è di tipo ”crianza”, ”reserva” e ”gran reserva”, occorre usare le botti per conferire longevità al vino grazie alla micro-ossigenazione che il legno produce. Ma Gonzalo usa solo rovere con un grado di tostatura molto leggero, in modo che il tannino del legno non sovrasti, non copra, non cannibalizzi quello dell’uva (anche molti altri enologi della Rioja hanno ridotto da tempo quel grado di tostatura che negli anni ’90 era fin troppo alto).
Uno dei pilastri della qualità dei vini Rioja è l’uso di piccole botti di rovere, perciò nella grande barricaia completamente climatizzata di Bodegas Barón de Ley ci sono 12.000 barrels americani e 3.000 barriques francesi. L’assemblaggio viene eseguito in foudres di rovere francese da 100 ettolitri di capacità e nei tunnel ci sono le celle per l’affinamento di 4,5 milioni di bottiglie (tra 18 e 24 mesi le Riserve e 36 per le Grandi Riserve).
Gonzalo Rodriguez ha creato la linea ”Varietales”, per cui usa soltanto botti riciclate per consentire alle quattro varietà di mostrare la loro “più naturale interpretazione” e il “carattere” delle loro uve: maturana, garnacha, tempranillo, graciano. A seconda del tipo di vigna, le vendemmie vengono fatte a macchina oppure manualmente. Si vorrebbero fare tutte manualmente, ma andrebbero iniziate e finite in una settimana (per il tempranillo sicuramente) o al massimo entro dieci giorni e per farlo si dovrebbero assumere almeno 2.000 braccianti solo per raccogliere, oltre che per assicurare, la massima riduzione dei tempi di consegna dell’uva alla cantina durante la vendemmia per evitare le fermentazioni indesiderate durante il trasporto delle casse da 300 kg ai tavoli di accettazione con tramoggia vibrante, dove circa 1.000 tonnellate di grappoli su 3.000 raccolte subiscono la selezione visuale da almeno 6 vignaioli di grande esperienza. In Rioja la ”grazia” enfatizzata nel nome graciano emerge soltanto a maturazione inoltrata, anche meglio se proprio tardiva, per lasciare smaltire all’uva quel sapore di sarmento, di tralcio seccato che trasferirebbe nel vino se fosse raccolta anche soltanto un po’ meno matura. Ha un carattere piuttosto vegetale che a maturità ricorda la liquirizia e ha bisogno di legno per addolcirsi un po’.

Ricordo che le prime annate che avevo assaggiato questo tipo di vino erano delle bombe di fruttato puro e il rovere era addirittura intrappolato nella sua rigogliosità, anche con un tenore alcolico relativamente più basso (13,5-13,8%) di questo Graciano 2015. Con il rovere americano, che è più dolce, devo ammettere che fruttato e tannino si sono integrati meglio. Per una volta, sono davvero contento di potermi ricredere sull’uso di questo legno, purché misurato dalla sapienza professionale e dall’esperienza di enologi che hanno imparato a non ripetere gli abusi commessi in passato da molte bodegas della Rioja che stressavano i vini a completo svantaggio degli aromi di fiori maturi, frutta scura, chiodi di garofano e spezie pregiate.
Il rovere americano è difficilissimo da usare e da tostare ”con juicio”. Il Graciano 2015 viene in purezza dall’uva omonima della tenuta di Los Almendros (460 metri sul livello del mare) ed è maturato 12 mesi in barrels nuovi di rovere americano, ma tostati soltanto leggermente. Di colore rosso granato con riflessi di color indaco, ha un aroma fresco e intenso di ribes nero, amarena, prugna e un leggero tocco di vaniglia. In bocca è potente, vibrante, di buon corpo, carnoso, complesso. È ricco di sapori di frutta rossa matura e dolce che si sposa con tannini sottili ben integrati e con un’essenza resinosa, balsamica, su sfondo di grafite. La sua caratteristica distintiva è l’alta acidità, rinfrescante e di eccellente equilibrio. È un vino di forza e di stile, si sente nel finale un’eccellente materia prima. Tenore alcolico: 14,5%.
Mario Crosta
Bodegas Barón de Ley
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