N’anticchia dell’Etna dal cuore Toscano

Napoli, Cap’alice, e Paolo Caciorgna, una calda sera di Ottobre, in occasione di Storie di Vini e Vigne, il ciclo di incontri ideato dalla giornalista Marina Alaimo, si è svolta una bella verticale dedicata al N’anticchia, il cru dell’Azienda Caciorgna Pietro, vino ottenuto da uve nerello mascalese, provenienti dal versante nord dell’Etna, di cui sono state prodotte appena 4000 bottiglie.
Paolo Caciorgna, marchigiano di nascita e toscano di adozione, ha raccontato con passione e trasporto la sua storia e le vicissitudini che lo hanno condotto in terra sicula, dove non poteva non innamorarsi della bellezza del vulcanico paesaggio etneo.
Dopo aver concluso i suoi studi di Agraria ed essersi diplomato nel 1984 in viticoltura ed enologia presso l’università di Siena, ha approfondito e lavorato nel campo per diverse realtà italiane. Poi nel 2005 viene invitato per una consulenza dal suo amico Marco de Grazia, nella sua azienda etnea Tenuta delle Terre Nere. In quell’occasione insieme visitano molti vigneti e Paolo ne rimane affascinato, talmente tanto che nel 2007 finalmente trova e acquista un piccolo appezzamento di mezzo ettaro, situato nel versante Nord dell’Etna a un’altitudine tra i 700 e gli 800 metri s.l.m., coltivato con viti di nerello mascalese in prevalenza, allevate ad alberello e di circa 100 anni.
Un vero e proprio gioiello, talmente piccolo e prezioso che vista la quantità esigua di vino prodotto, non poteva esserci nome più adatto di N’anticchia, “un pochino” per l’appunto.

Ogni produttore, come ama raccontare Paolo, ha un suo vino ideale, il suo concetto è quello di riportare equilibrio e

armonia nel vino prodotto senza eccedere nelle estrazioni, cercando di esaltare le caratteristiche primarie dell’uva. Paolo cerca, quindi, di trasferire nel suo vino il meglio del frutto e di farlo maturare in piccole botti per poi dargli modo e tempo di affinarsi in bottiglia, proprio come si fa in Francia con i grandi vini. Ed effettivamente il prodotto finale è senza dubbio un vino che, invecchiato in barrique, si esprime con grande finezza aromatica, buon corpo, complessità e bevibilità.
Dopo questa interessante chiacchierata, arriva finalmente il momento dell’assaggio, non capita tutti i giorni di poter fare una verticale di diverse annate del N’Anticchia; tutte le bottiglie, fatta eccezione per l’annata 2013 sono in formato magnum.
Si parte con l’annata più vecchia, 2007: un breve accenno all’andamento della stagione, che tutto sommato in Sicilia è stata piuttosto equilibrata, anzi abbastanza leggerina; l’uva è stata vendemmiata intorno alla decina di Ottobre, svolta la malolattica in legno piccolo, il vino è maturato nelle stesse botti per 15 – 18 mesi.
Un vino profondo, con una piacevole complessità olfattiva, dal ribes nero alla liquerizia a accenni di grafite e cacao; al palato il tannino è presente, ma non disturba il sorso, piuttosto lo completa e lo rende scorrevole.
Con la 2008 è tutt’altra musica: vino pieno e di estrema eleganza, un susseguirsi di profumi che coinvolgono i sensi, emerge il frutto, dal mirtillo alle bacche di ginepro, senza trascurare accenni floreali di violetta, scorza di arancia e spezie orientali. Al gusto la sua struttura si fa sentire, un sorso caldo e avvolgente cattura le papille gustative e ne stimola un secondo. Senza dubbio, come ricorda Paolo, un vino proveniente da una vendemmia piuttosto regolare, avvenuta intorno al 20 ottobre, con piena maturità del frutto; un bel vino, preciso e lineare che riconferma l’eleganza avvertita all’olfatto.
La 2009 assomiglia alla 2007, anche se a differenza di quest’ultima, risulta un vino più centrato su profumi di frutta quali la ciliegia, anche qui emerge la spezia delicata e sottile, accenni di tabacco e pepe. Al gusto ha un carattere suo, un bel nerbo e una pulizia derivante dall’acidità, è il più francese di tutti, non solo al sorso, ma anche per il colore dai toni decisamente più tenui.
La 2010 è frutto di un’annata che si potrebbe definire quasi perfetta, dove l’uomo ha fatto poco, la maturazione zuccherina ha corrisposto a quella fenolica e aromatica. Un vino con una personalità diversa, che profuma di rosa e fiori di Sambuco, more di gelso; frutti succosi che lasciano spazio a delicati sentori di china e a un leggero mentolato che ritroviamo al palato. Il sorso è deciso, più morbido e avvolgente, ma ha ancora tanto da dire.
Decisamente scalpitante la 2011, energica e vigorosa già all’olfatto, contraddistinto da note di susina rossa, ritorna anche qui il ribes nero e si percepisce una delicata speziatura e balsamicità. Al palato mostra la sua forza e la sua linearità, contraddistinta da una bella lunghezza, il sorso è più concentrato, forse un poco più pronta della 2010.
Si chiude con la 2013, la 2012 non è presente visto il numero davvero esiguo di bottiglie rimaste. Un’annata dal temperamento molto diverso, non facile sull’Etna, soggetta a piogge continue dalla fine di agosto, il che ha causato una riduzione nella produttività, derivata da una grandissima selezione fatta in vigna. Molta dolcezza nei profumi, sicuramente ritroviamo più frutto, dalla fragola al lampone, alla ciliegia, quasi un infuso alla frutta. Il sorso è elegante, connotato da tannini senza dubbio più setosi e vellutati, derivati probabilmente dall’annata più piovosa.
Concluso questo bell’excursus tra le annate, non poteva mancare il momento gastronomico e il poter giocare con i piatti proposti in abbinamento.
La scelta non poteva che ricadere su due classici della tradizione napoletana, gli ziti con la genovese e il baccalà con i pomodorini gialli e rossi del Vesuvio dell’azienda Giolì. Entrambi i piatti si abbinavano molto bene, regalando piacevoli sorprese, soprattutto con i millesimi 2008 e 2011.
La serata si è conclusa in dolcezza con un goloso abbraccio dalle calde tinte autunnali, un tortino di cioccolato fondente con castagne, panna e cacao.




