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Madonna dell’Uva e la Vespolina dei boschi collinari dell’Agogna

Madonna dell'Uva

L’Alto Novarese, quella parte settentrionale della provincia novarese che va verso il lago d’Orta e che viene aggraziata dal dolce profilo delle colline che segnano il confine tra la pianura e l’arco alpino, è un territorio molto adatto alla coltivazione della vite. I pendii delle collinette di origine morenica lasciate anticamente dal ritiro del ghiacciaio delle Alpi Lepontine che aveva liberato il fiume Ticino e formato il Lago Maggiore (non da quello attiguo delle Alpi Pennine che aveva invece liberato il fiume Sesia e con il quale aveva fatto… a braccio di ferro, creando così le forre della Traversagna) in superficie mostrano suoli di argilla particolarmente acidi e la giusta inclinazione per dare alle piante e ai grappoli luna perfetta esposizione al sole senza ricorrere a terrazzamenti.

Barbera del secolo scorso e Vespolina di oggi
Barbera del secolo scorso e Vespolina di oggi

Qui le vigne sono piantate un po’ dappertutto a nebbiolo (spanna), uva rara (bonarda novarese), vespolina, croatina, barbera e sono coltivate a rittochino scendendo a filari secondo le pendenze della collina. È stata zona partigiana durante la Resistenza, poiché da queste alture si poteva spaziare molto lontano con la vista per non essere colti di sorpresa dalle retate nazifasciste grazie all’ottima posizione panoramica con la vista che va dal Monte Rosa alla pianura, fino a vedere la cupola di San Gaudenzio di Novara. Me l’avevano fatta scoprire sia l’ingegnere Alessandro Boca, partigiano con il nome di battaglia di Andrej, sia Bartolomeo Colombo, partigiano con il nome di battaglia di John e ricordo di averci portato l’allora deputato (poi senatore) Lucio Libertini mentre lo accompagnavo con una Fiat 600 a un comizio alla Torcitura di Borgomanero durante la straordinaria lotta del ’69 per evitarne la chiusura.
È qui, su questi colli, che si trova Madonna dell’Uva, un’azienda agricola che si è sempre distinta nel settore vinicolo per l’eccellenza dei suoi prodotti, di cui ricordo un Barbera del Piemonte degli anni ’70 del secolo scorso (un vino che però non si fa più) imbottigliato a Santo Stefano di Borgomanero proprio da Angelo Zanetta, nonno dell’attuale titolare Elena Zanetta.

Sullo sfondo il quadretto maggiorino salvato
Sullo sfondo il quadretto maggiorino salvato

Il vigneto di 9 ettari in un corpo unico di 11 in totale si trova a Cureggio, nella zona più elevata al limitare del bosco verso l’Agogna, in una posizione dal clima leggermente diverso da quello dei terreni circostanti e che dona alle uve delle doti organolettiche uniche. Ed è proprio qui che il nonno Angelo, il figlio di una coppia di vignaioli che con i carretti andavano a lavorare nei vigneti di Cureggio per poi trasformarne le uve in vino, aveva cominciato a produrre i suoi vini secondo le tecniche tradizionali ereditate e con un occhio di riguardo alla qualità.
Angelo e sua moglie Angela avevano proseguito quell’attività vitivinicola iniziata nella casetta alla Madonna dell’Uva in mezzo al vigneto, oggi un rudere di poco più di quattro mura molto suggestive che sono diventate il simbolo aziendale, sempre coadiuvati dal figlio Giuseppe che inseguiva un sogno fin da ragazzino. Giuseppe, il padre di Elena, ha dedicato tutta la sua vita a questo lavoro con grande passione, tanto da realizzare nel 1997 il grande sogno di reimpiantare e ampliare (anche se un antico ”quadretto maggiorino” poi si è salvato) l’antico vigneto della Madonna dell’Uva di Cureggio con la cantina aziendale alla periferia occidentale di Borgomanero. Il nome si riferisce all’antica chiesetta costruita tra l’XI e il XII secolo nota come chiesa del Castellazzo, l’antico castrum guelfo distrutto nel 1311 da Galeazzo I Visconti, le cui rovine si trovano ancora nella parte meridionale del vigneto, mentre la lapide che ricorda l’ultimo discendente dei Castelli lì sepolto, Antonio Maria Francesco, è stata trasferita nel Palazzo Comunale e la bella statua seicentesca della Madonna è stata trasferita nella Chiesa Parrocchiale.

Madonna dell'Uva

La figlia di Giuseppe, Elena, che è perito agrario, ha fatto esperienza per molti anni in quest’azienda agricola a conduzione famigliare a fianco del padre che, ancora oggi sulla breccia, la sostiene in tutto e per tutto. Elena quindi ne ha raccolto il testimone anche nella sua cantina che oggi è diversa da quella che usava il nonno Angelo. Anche se sono ancora i lieviti indigeni a innescare le fermentazioni, le grandi vasche dove si decantava il vino (e che sono comunque state restaurate e vetrificate) hanno lasciato il passo a cisterne in cemento, a grandi tini e botti di legno di rovere che consentono una maturazione più costante e meno influenzata dagli sbalzi di temperatura e dalle correnti elettrostatiche delle autoclavi di acciaio inox.

Elena Zanetta e Andrea Baglivi
Elena Zanetta e Andrea Baglivi

In vigna Elena ha adottato l’inerbimento per non cementare con il tempo i suoli, ma permettere il migliore assorbimento del fosforo in profondità, lasciando maggiore sostanza organica in superficie. La concimazione è organica, viene effettuata con letame di cavallo stagionato, e dal 2005 i filari sono ricoperti da reti per proteggere l’uva dalla grandine, dagli attacchi degli uccelli e dalla fame dei caprioli nonché da alcuni insetti, per frangere un po’ i venti e sono tutte sistemate in modo da creare anche un’atmosfera un po’ più calda ai grappoli. Non c’è una certificazione biologica perché Elena preferisce applicare le sue conoscenze senza legarsi mani e piedi alle condizioni imposte da un bollino, infatti segue personalmente tutte le varie fasi fenologiche della vite.
Il sesto d’impianto è di 2,00 metri tra un paletto e l’altro e di 2,80 metri tra un filare e l’altro per favorire anche il trattore alcuni lavori pesanti. I paletti sono tutti in cemento, anche per prevenire alcune malattie che potrebbero insinuarsi nei ceppi tramite il legno, mentre i fili e i tendifilo sono tutti in acciaio. Dati i suoli piuttosto ventilati e siccitosi, le viti qui sono allevate a doppio Guyot con  due barbatelle avvinghiate allo stesso paletto che si sviluppano in direzione opposta, con 2 capi a frutto di 8 o 10 gemme ciascuno e 1 sperone ciascuno a 1 o 2 gemme.

Madonna dell'Uva

Il vino con queste cure risulta più stabile e adatto anche all’invecchiamento. Madonna dell’Uva produce circa 60.000 bottiglie l’anno tra i rossi Nebbiolo, Uva Rara, Vespolina, Croatina, un bianco e un rosato spumante da uve nebbiolo. La clientela è sempre in crescita e non solo in Italia, grazie alle medaglie ai premi e ai riconoscimenti ricevuti fin dal 2011 a New York. La grande maggioranza delle bottiglie prodotte viene venduta per l’80% in Svezia, Norvegia, Finlandia, USA e Canada, mentre solo una percentuale inferiore è attualmente destinata al mercato italiano, ma si  possono tutte acquistare e degustare in luogo abbinate a prodotti locali come miele, confetture, riso, formaggi e salumi. Durante le visite guidate (consigliabili preferibilmente nel periodo primaverile e in quello estivo) con preavviso telefonico è possibile anche avere le informazioni tecniche su tutte le fasi fenologiche del vigneto e sui lavori ai quali vanno incontro in campo e in cantina.
Presso la cantina c’è un punto di ristoro accomodato all’interno fra le grandi botti e anche all’esterno nella terrazza d’accesso alla cantina che è curato dallo chef Andrea Baglivi, il compagno di Elena, con la formula dell’agriturismo vero e proprio. Qui con un preavviso telefonico si possono servire piatti caldi tipici della tradizione piemontese e taglieri, ma anche in cima ai vigneti si accolgono gli enoappassionati per aperitivi, pranzi, merende, cene e picnic tra i filari intorno a un funzionale piccolo fabbricato in legno, così da trascorrere lontano dallo stress quotidiano alcune ore immersi nella natura e nella tranquillità. Ci sono anche quattro camere, ma con servizi igienici in comune, per un eventuale alloggio. Durante i fine settimana, a partire dal 25 aprile fino a ottobre si offre a tutti anche l’opportunità di trascorrere una giornata nei vigneti, immersi nella natura, in completa serenità, lontani dal caos e dai pericoli del traffico, dove si possono far giocare i bambini e anche gli amici a quattro zampe: programmando la giornata: su prenotazione, verrà fornito un cestino con vivande e vettovaglie e si verrà accompagnati alla postazione personale dove si troverà già tutto approntato e apparecchiato.

Vini Madonna dell'Uva

In attesa di poter degustare e descrivere altri vini di quest’azienda, permettetemi un omaggio alla vespolina. Si tratta di una varietà a bacca nera il cui nome deriverebbe dalla predilezione delle vespe che sono attirate dalla dolcezza dei suoi acini che da queste parti maturano prima di quelli degli altri vitigni. Conosciuta anche come ughetta, è ancora una delle uve più importanti  che si coltiva qui sin dalla fine del XVIII secolo, anche se ha perso il primato in favore del nebbiolo dopo la strage della fillossera. Tradizionalmente la vespolina viene vinificata in uvaggio con altre uve, come nebbiolo (spanna), uva rara (bonarda novarese), croatina e barbera alle quali apporta una caratteristica nota speziata. Ha le foglie piccole, un grappolo abbastanza compatto e allungato con acini scuri e tendenti al nero. Soffre la peronospora, il marciume e la botrytis cinerea. Ama i terreni freschi, leggeri e non profondi che la lasciano maturare con più facilità. Il vino che si ottiene dalla vespolina vinificata in purezza è caratterizzato da un colore rubino brillante e in genere non viene maturato in legno per esaltare da giovane aromi spiccati di fiori rossi, spezie e frutti di bosco con tannini pronunciati di media finezza e una discreta tensione acida. Con l’elevazione in legno guadagna in finezza e mostra una moderata potenzialità di ulteriore affinamento in bottiglia per qualche anno, ma non oltre. In questa zona si fregia della DOC Colline Novaresi.
Quello che ho degustato è dell’annata 2016, quindi 6 anni dopo la vendemmia, tanto che si può dire che… “gli abbiamo tirato il collo”, per avvicinarla un po’ allo stile del nebbiolo che in zona rimane il vino di maggiore interesse.
Proviene in purezza da ceppi di vespolina al 100% coltivati a 350 metri di altitudine s.l.m. su terreno morenico dai suoli sabbiosi e argillosi e allevati a doppio Guyot in un vigneto inerbito per una resa di 80 quintali per ettaro. Anche la vendemmia, così come tutte le operazioni di potatura, legatura, sfogliatura e diradamento dei grappoli, è stata effettuata manualmente nella terza settimana di settembre. È stato vinificato direttamente in tini di rovere ed è maturato per 12 mesi in fusti di rovere francese di Allier, quindi è stato affinato per almeno 6 mesi in bottiglia prima della commercializzazione. Titolo alcolometrico: 12,50 %.

Colline Novaresi Vespolina 2016 Madonna dell'Uva

Di un bel colore rubino intenso e limpido dai riflessi granati, all’attacco si avverte il macis che introduce un bouquet di aromi maturi di mora di rovo, ribes nero, sambuco nero, polpa di prugna secca tipo California blu tra sfumature di manto equino. In bocca è secco, asciutto, fine e alla morbidezza dei tannini unisce in modo armonioso una bella sensazione di calore che risulta abbastanza persistente. Nel finale compare l’amarena sotto spirito con una nota di goudron, mentre la tipica sensazione finale leggermente vegetale che la vespolina mostra in gioventù si è evoluta con l’affinamento in bottiglia in un aroma che ricorda il cardamomo, anche il tartufo e il tabacco tipo scozzese da pipa.
Suggerirei di servirlo in calici ampi a una temperatura di 18°C in abbinamento  con salam d’la duja sotto grasso, antipasti misti, ortaggi in conserva sott’olio, salumi, primi piatti semplici come i numerosi risotti della tradizione novarese, secondi piatti di carni bianche, verdure alla griglia, anche pesce in carpione e taglieri di formaggi di media stagionatura. Da ragazzo ero stato abituato a berlo con il gorgonzola dolce tipo pannerone, poi quasi mezzo secolo fa Gino Veronelli mi ha indirizzato a un Cannonau dolce come l’Anghelu Ruju e non ho più fatto marcia indietro, scoprendo che questo delizioso formaggio muffato (allora di Santi & Patrucco) andava d’amore e d’accordo anche con altri vini dolci, perfino bianchi, purché di elevato tenore alcolico, che puliscono meglio la bocca.

Mario Crosta

Azienda Agricola Madonna dell’Uva di Zanetta Elena
Via Vergano, 25 – 28021 Borgomanero (NO)
cantina: coord. GPS lat. 45.701177 N e long. 8.443106 E
vigneto: coord. GPS lat. 45.681151 N e long. 8.451103 E
tel. 0322.834369, cell. 338.1575330
Sito madonnadelluva.cantina.business.site
e-mail: elena.zanetta@madonnadelluva.it e info@madonnadelluva.it

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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