Cannonadu di Punta Corona Majore 2014 Nino Fiori

Ogni volta che vado in Sardegna mi aspetta quel mare che tutti sanno quant’è bello. Mi piace, ma preferisco salire sulle colline, fra i pascoli dove il bestiame e le greggi vivono praticamente allo stato brado e ci sono le vigne più antiche e più belle, circondate da quelle montagne che sono il regno di silenzi sovrumani, con poche strade deserte e tortuose, o quasi, tanto che le distanze tra i borghi sembrano immense e l’isolamento di alcune zone è ancora praticamente totale.
Foreste inaccessibili, picchi granitici e tacchi dolomitici, forre, gole, grotte e casupole immerse in una natura selvaggia dalle fragranze e dai profumi intensi: sentori di macchia, lentisco, cisto, mirto, alloro e rosmarino che rendono inconfondibile ogni pietanza di carne o di pesce, ogni salsa, ogni ripieno e che si riconoscono nei vini rossi nati dalle vigne delle pendenze più scoscese, sperdute qua e là fra boschi e sugherete. Sono vini speciali che portano con sé l’impronta dei monti all’ombra dei quali nascono e il carattere della gente di questi paesi aggrappati alle pareti delle montagne.
Questo è il cuore della Sardegna, dove ci vogliono tenacia e caparbietà per uscire alcuni chilometri dal paese a curare le vigne. Il territorio è suggestivo, con angoli di forte intensità naturale, con meraviglie ambientali e luoghi selvaggi dal paesaggio incantevole e variopinto, su e giù per burroni e per canyons dove ci si aspetta di veder spuntare da un momento all’altro gli Apache o i Comanche all’inseguimento di qualche diligenza…
Così non torno subito al mare tutte le volte che vado a trovare gli amici Dore dell’→Oasi 131 a Ossi o i Muresu in cima al paese, ma salgo a Muros e Cargeghe, da dove parte la strada per Florinas, che si snoda per diversi chilometri come un’autentica terrazza boscosa sulle grandi vallate del Logudoro (che lo è di nome e di fatto…) e poi attraversa una cresta di rocce di trachite dalle forme più bizzarre, dove raramente s’intravedono le abitazioni dei pastori e degli allevatori che fanno capolino da una vegetazione molto rigogliosa.

Florinas è un paese soleggiato che guarda il mondo dall’alto, da una parte e dall’altra, disteso su un altipiano a cavallo di due grandi vallate. Fuori dal paese, in direzione sud, c’è la sua zona rurale, dove sono stati scoperti insediamenti antichissimi sui fianchi che scendono verso il rio Mannu e il lago del Bidighinzu. Qui le stradine sono strette e in quelle bianche è facile perdersi, anche per le buche e le frane che a volte le interrompono. Una di queste ormai è asfaltata per il tratto che giunge fino alla tenuta vitivinicola dei →Soletta di Codrongianos e ancora un po’ oltre, fra oliveti e pascoli di pecore. Il clima qui è caratterizzato da una ventilazione costante, da scarsissime piogge e da una lunga estate, doti che favoriscono la perfetta maturazione delle uve anche nelle annate più fresche, garantendo sempre la migliore riuscita dei vini.
Oltre l’asfalto è un azzardo proseguire senza un fuoristrada, ma se si riesce ad arrivare fin sotto Punta Corona Majore lo spettacolo è assicurato. Dall’alto si gode una vista mozzafiato fino alle lontane mesas della Valle dei Nuraghi e del Meilogu, ma soprattutto sul sottostante canyon del Rio Mannu, davvero selvaggio. L’ultimo segno dell’attività agricola è un vigneto che scende proprio da Punta Corona Majore, un autentico tesoro della viticoltura estrema, davvero bello da vedersi, che si trova dopo l’ultimo uliveto, appena prima della scarpata che ospita i pascoli di pecore più arrampicati che ci siano. Da un gruppo di meravigliose ginestre, proprio appena sotto il picco di arenaria, si srotolano due vigne separate soltanto da un sentiero, ma recintate in comune da un muretto a secco, ciascuna con un cancelletto d’accesso di ferro battuto; richiamano l’attenzione perché si vede che sono coltivate in modo diverso ed è curioso accorgersi così che i proprietari sono due.
Ci vado spesso, eppure di persone da quelle parti è rarissimo vederne in giro. Ad aprile scorso, però, all’inizio del periodo vegetativo della vite, mi è scappato l’occhio sui due cancelli trovati finalmente aperti. In lontananza, a mezza costa, ho visto tre vignaioli che iniziavano a curare la penultima vigna, quella con viti di età superiore ai cinquant’anni e allevate ad alberello basso, secondo tradizione. Meno di un ettaro vitato in prevalenza con Cannonau e con qualche ceppo di Pascale, Moscato e Santu Pedru, un’antica uva bianca che inizia a maturare per S. Pietro, prima di tutte le altre, ed è particolarmente saccheggiata dagli uccelli. Fermata la macchina in mezzo alla mulattiera (non c’era altra possibilità di parcheggio), sono salito per incontrarli, mentre loro stavano scendendo. Li ho raggiunti a mezza costa, dove cominciavano a rifocillarsi. Questo vigneto una volta era tutto dei Soletta, ma quella delle due vigne che mi piaceva di più (un vero gioiellino) è stata venduta nel 1978 e appartiene a un piccolo viticoltore, Nino Fiori, di Florinas, che la stava ripulendo insieme con due amici e che mi ha subito sorriso per invitarmi a bere un bicchiere di vino con loro, da un bottiglione alla buona.
In questa zona i vini ottenuti sono molto corposi, tanto che qui si chiamano neri, anche se il colore è rosso rubino intenso, lo stesso che si trova nei costumi locali, impreziositi da pizzi e filigrane d’oro o d’argento. Questo no: è un chiaretto dall’aroma deciso di rose, melograno, ribes rosso e confetto da sposa. Si sente la montagna sotto il sole fra il canto delle cicale, ma è fresco e immediatamente avvolgente, estratto in estrema pulizia dalla terra asciutta di quella montagna. Di tenore alcolico sostenuto, ma non esagerato, è il classico vino da tutto pasto, ideale anche per gli arrosti, il porceddu allo spiedo, la selvaggina di pelo e di piuma, ma mi sembra adatto anche per il pesce arrostito, grigliato o in agliata e non c’è da stupirsene: Nino Fiori per il pesce è conosciuto da tutti in questo paese dell’interno dove ha sempre venduto profumo di mare!

Il suo Cannonadu (lo chiama proprio così, con la “d”) è fatto dal Cannonau, ma sul modello dei vini di due notti, i chiaretti o “saignée”, 48 ore di macerazione delle uve pigiate da un torchietto a mano; in qualche annata va corretto con piccole aggiunte variabili di Pascale pur di mantenere stabili le caratteristiche organolettiche che piacciono tanto sia al vignaiolo sia alla sua famiglia e adesso anche a me. La resa è molto bassa, sono soltanto pochi ettolitri per il consumo privato in famiglia e con gli amici. La vitivinicoltura qui è sempre costata molta fatica, sia per le condizioni climatiche e ambientali sotto il sole cocente sia per la mancanza d’acqua e il frastagliamento del territorio e ha sempre prodotto poco reddito, in balìa di mercati avidi e senza scrupoli.
Nino cura con amore questa vigna per il grande affetto che lo lega a suo padre e ai sacrifici che ha fatto per assicurarla alla famiglia e viene spesso a scoraggiare le abbuffate degli uccelli e dei cinghiali, proteggendo perfino i singoli grappoli con reti, bottiglie di plastica, fogli di polietilene e quant’altro s’ingegna ad usare. Oltre al Cannonadu riesce a fare anche il Moscato e il bianco da uve di Santu Pedru, ma quando l’annata lo permette, come succederà quest’anno, anche un po’ di Pascale.
Non supera mai i 15 ettolitri in tutto (corrisponderebbero a 2.000 bottiglie). Di solito non scrivo mai di vini prodotti da vigne tanto piccole e sfusi: vini d’autore, sì, ma introvabili se non proprio sul posto. A volte non sono nemmeno commerciabili per via del fisco o della burocrazia. Ho fatto un’eccezione perché mi sono innamorato di questa vigna e di questo vino che rappresentano in modo concreto il territorio dell’interno della Sardegna e l’amore dei sardi per la propria terra. Ce ne sono tanti altri di piccoli vignaioli per passione come Nino Fiori e quando si ha la fortuna e il piacere d’incontrarli è giusto parlare di questi esemplari eredi della viticoltura interamente manuale che sta diventando ormai sempre più faticosa, impegnativa, estrema.
Con vigne così piccole e lontane dal paese una famiglia non campa. Si deve fare un altro lavoro e si può dedicare all’uva soltanto il tempo libero, che non è poi molto. L’isolamento del territorio e la limitatezza d’informazioni non invogliano certo quei turisti che arrivano sull’isola per intrupparsi sulle spiagge più famose e sulle strade trafficate delle zone prettamente marine ad andare a godersi le gigantesche possibilità agroturistiche delle colline e delle montagne sarde, dove si producono vini di sicuro talento, si mangiano cibi genuini e saporiti e c’è una pace altrove sconosciuta, memorabile. Perciò il reddito proveniente dal turismo quassù è nullo.
Da qui è anche veramente lontano il deleterio fenomeno del turismo mordi e fuggi, quello che non apprezza la bellezza dell’immersione completa nella natura, molto più indicata dove questa ha fascino autentico e cioè verso l’interno, che è davvero piacevole da scoprire soltanto per chi si ferma per un po’ a godere questi spazi e silenzi immensi che rigenerano anima e cuore.
Il disinteresse turistico ha mantenuto quasi intatte le antiche miserie, tanto che pur di lavorare, di far qualcosa per vivere, di non abbandonare le campagne per riversarsi nelle grosse città sulla costa, anche a Florinas non si è difeso abbastanza il paesaggio dal saccheggiamento dei siti archeologici, ma dall’altra parte della montagna, sulla strada per Ittiri, dove la montagna è massacrata da un’enorme cava di silicati. Bevendo quel bicchiere di Nino, però, mi è venuto soltanto il buonumore (e sì che ce ne vuole per farmelo venire…). Andate a trovare Nino Fiori a Florinas, così magari non gli viene più nemmeno la tentazione di vendere quella sua meravigliosa vigna, ma soltanto l’uva oppure il vino…
Mario Crosta
Fiori Antonio
Via Trieste 28 – 07030 Florinas (SS)
telefono 079.438386




