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Semplicità e gusto alla trattoria Torretta Vecchia, a due passi da Livorno

Beatrice e Dario
Beatrice e Dario

Può capitare di cavalcare una Harley Davidson e di vagabondare per la campagna toscana, senza una meta, senza un obiettivo, ma solo per il gusto di sentire quel rombo che accompagna il deglutire Trattoria Torretta Vecchiadell’asfalto. Guardo involontariamente l’orologio posto al centro del display della moto e, mentre ascolto il sound degli scarichi e il continuo brontolare dello stomaco, mi accorgo che sono le tredici e dieci e mi rendo conto che, dopo il caffè del mattino, non ho ancora mangiato nulla. Al termine della curva, appare la frazione (forse anche meno…) chiamata Torretta Vecchia, probabilmente nel comune di Collesalvetti in provincia di Livorno, anzi sì. Alzo gli occhi e vedo un’insegna semplice, forse troppo… vado oltre con la mia Harley, ma è come se volesse che mi fermassi. Si impunta, canta, decido di accostare. Mi giro a 360 gradi, scruto le due corsie di marcia e con la dovuta attenzione torno indietro per i cento metri che mi separano da quel posto. Parcheggio la motocicletta sotto un generoso pino marittimo e mi avvio verso l’edificio con passi incerti, quasi claudicanti, arrivo davanti all’ingresso poco indicativo e sotto la pergola abbracciata da rampicanti, trovo tre giovani persone sedute a godersi quella “oramai” chimera di situazione chiamata “pensione”.

Trattoria Torretta Vecchia sala internaGli dico un cortese buongiorno e con voce interrogativa gli domando… “ma qui si può anche mangiare?” Con un sorriso ampio come il sole rispondono: “Ma certamente!!” Invitandomi con le mani tese a entrare… Sono accolto immediatamente da una cortese ragazza, che vorrebbe farmi sedere nel dehors, ma purtroppo è già al completo… quindi mi accompagna all’interno, con piacevole sorpresa mi accorgo che, nonostante sia sabato a pranzo e il locale non sia citato neanche nelle guide turistiche locali, è incredibilmente affollato, cosa che mi lascia ben sperare…

Avendo ormai acquisito una certa esperienza, riesco facilmente a leggere i contesti, mi predispongo quindi ad essere accompagnato nel percorso enogastronomico.  Mi viene consegnato il menu, lo osservo, lo “assaggio”, lo vivo, lo tocco a lungo, è molto semplice con pagine formato a4, ma conciso, chiaro, sufficientemente dettagliato.  Al suo interno colgo 5 antipasti, 5 primi e otto secondi, oltre ovviamente ad alcuni dessert della casa. Il cuore del menu sono i piatti di carne. La lista dei vini è molto raccolta ma giusta, tutti regionali con alcune etichette degne di nota. Ma voglio entrare nel clima della trattoria e alla ragazza che mi aveva accolto, ordino mezzo litro di vino della casa, che poi ho scoperto essere prodotto dall’azienda agricola Tamburini. Dato che è tanto che non mangio piatti di cacciagione, ordino delle pappardelle al Capriolo.

Pappardelle al caprioloNel frattempo mi godo il calore del sole che penetra dal dehors e le voci e i visi ilari dei commensali intervenuti che sembrano, forse, la giusta cornice a quell’ambiente fatto di luce e pillole di ruralità. Dopo circa 10 /15 minuti di canonica attesa, arriva il piatto, porzione da… trattoria, generosa e fumante; è subito evidente lo stile della cuoca, che mi hanno riferito chiamarsi Beatrice, la caratura del condimento: pezzi generosi di capriolo insieme a una parte giustamente macinata. La pappardella è cotta al punto giusto, pasta a taglio largo e abbastanza spessa, com’è consueto trovare in queste zone, scelta che ho molto apprezzato. Il piatto è ben equilibrato, i pezzi grandi di capriolo sono teneri e molto saporiti. Leggermente piccante e aromatizzato in modo delicato e piacevole, al suo interno, come a ricordare che è un sugo di cacciagione, trovo alcune piccole olive leggermente amarognole, che danno il giusto equilibrio al piatto. Il galateo vorrebbe che “per buona creanza” lasciassi l’ultima forchettata, ma questa volta ho fatto, invece, la “scarpetta”! Perdonatemi… ma tanto nessuno mi ha visto!

Peposo di manzoPasso a ordinare il secondo, il menu prevede numerosi piatti alla brace,  che poi verrò a sapere essere un loro punto di  “orgoglio” , ma  fresco di una recente “braciata”, ordino un peposo di manzo con contorno di fagioli con aglio e salvia. Nel frattempo sorseggio questo vino generoso, ricco di spunti fruttati e con una buona acidità, che in questo tipo di cucina si mostra molto utile. Anche in questo caso i tempi di attesa sono giusti, circa quindici minuti; una porzione ancora una volta generosa, l’impiattamento è semplice, come è giusto che sia, un ciuffo di rucola come guarnizione e via…

Carne tenerissima quasi burrosa, il pepe è presente ma s’insinua con eleganza al palato, le fibre della carne sono compatte, ma si decompongono, si sciolgono e si pongono in maniera ordinata al gusto. Anche in questo piatto raccolgo leggeri riflessi aromatici di spezie, come nel piatto precedente per nulla invadenti, mai spigolosi, ma capaci di personalizzare il piatto. Un secondo che ancora di più rende evidente il taglio della cucina di questa trattoria, in cui pochi e curati ingredienti, ben dosati e giustamente saporiti, sono una giusta espressione della cucina di “strada”, con quel profumo inconfondibile che solo dai fornelli di una cucina “casalinga” può trapelare. C’è la voluta. o forse inconsapevole lettura del “mangiare” senza alchimie di sorta, in cui gente comune, con facce giuste, si regala condivisioni, complicità, sorrisi, speranze, davanti a piatti capaci di regalarti sensazioni semplici ma intense.

La cortese cameriera mi suggerisce un possibile dessert e devo ammettere che la proposta è intrigante, ma le porzioni “da trattoria” hanno fatto smettere di brontolare il mio stomaco e soddisfatto il mio appetito, quindi rinuncio.

PonceNon potevo farmi sfuggire l’occasione di approfittare del connubio della scritta ARCI sull’insegna con la bevanda classica che da sempre contraddistingue questi… circoli, ovvero il “Ponce”, che un abitante di queste zone non può non aver bevuto almeno una volta nella vita.  Si può bere solo qui, non va confuso con il Punch che si può trovare in tanti posti e in innumerevoli versioni; il ponce è il ponce, e si fa solo in quella maniera, o con una piccola variazione (un pizzico di cannella) ma è sempre e comunque lui… Arriva dopo circa cinque minuti dall’ordine, caldissimo e profumatissimo. La prima cosa da fare per poterlo giudicare, è avvicinarlo alle narici per farsi penetrare dall’alcolica aromaticità del Rhum – per usare un livornesismo, del “Rumme” – e infatti è intenso, molto intenso, lo riappoggio sul tavolo e lo giro lentamente perché lo zucchero viene messo subito, insieme a una scorzetta di limone.  Comincio a degustarlo, il caffè è intenso, deve essere una buona miscela, il rhum scelto è giusto, non eccessivamente aromatico, ben dosato, un degno fine pasto.

Sono ormai le 14,50 circa, è il momento di… togliere le tende, ma voglio capire, e continuare a scoprire, prima di alzarmi chiedo alla cortese ragazza quanti sono in cucina e se la mano è di una donna, se sono pronti ad accogliere commensali con esigenze differenziate, vegetariani, vegani e quant’altro, la ragazza non sentendosi pronta a rispondere a questa valanga di domande, mi accompagna alla cassa dove posso conoscere il patron Dario, che si divide tra griglia  e cucina. Persona semplice e squisita, mi spiega che il menu cambia continuamente per non stancare i clienti e dare nuova linfa al territorio; nel frattempo arriva anche la consorte, ovvero la cuoca Beatrice, approfitto per chiedere loro di mettersi davanti alla griglia per fissare con una foto questo piacevole ricordo…

Un sabato diverso, un pranzo all’insegna di una cucina attenta ai commensali, in cui i gusti sono giustamente tarati su una platea che possa gradire le scelte aromatiche, le bilanciate cotture, le attente selezioni di prodotti da preparare alla griglia, ma innanzitutto il profumo di semplicità, la percezione di sentirsi a casa propria, nella propria sala da pranzo davanti al vino di cantina di tutti i giorni, che tanto dà il senso di condivisione ed empatia.

Torretta Vecchia, trattoria e pizzeria
Via Pisana Livornese Sud, 63 – 57014 Collesalvetti (LI)
Tel. 0586969116
Prezzo medio 25-30 euro, vino escluso

Massimo Marchi

Laureato in Scienze della Formazione presso l’università di Tor Vergata a Roma, continua gli studi a Roma laureandosi in Dirigenza e coordinamento dei servizi formativi, per poi ultimare il proprio percorso universitario all’università di Firenze laureandosi in Pedagogia Clinica. Lavora a Firenze, è referente nazionale per la Consulta Vino e Salute, è consigliere Nazionale della FISAR, e Coordinatore Unico Nazionale dei servizi. Ha pubblicato la raccolta di poesie “Meteora cadente” edito da Ibiskos e ottenuto riconoscimenti a concorsi letterari; collabora alla rivista “Il Sommelier” e al blog “Divinando”.

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