Brusco dei Barbi 1978 & friends

Ci voleva proprio un gran Verdicchio per coronare la festicciola che abbiamo fatto al più amato dei vini di Montalcino della mia gioventù! Chi l’avrebbe mai detto? Eh, sì: senza quel buon Verdicchio mi sarebbe stato impossibile trovare la concentrazione ideale per andare in trance con il naso nel calice.
Verdicchio… ah, ma scusate (quasi dimenticavo!), sarà meglio evitare subito fraintendimenti: non sto parlando dell’ottimo vino bianco marchigiano, ma di quell’affettuoso zietto a quattro zampe che ha fedelmente seguito Luciano Lombardi (alias Vignadelmar) nel suo peregrinare fino a Montalcino e che quella sera non poteva certo mancare. Appena sceso dall’automobile e messo al guinzaglio, Verdicchio aveva capito al volo la situazione e ha trascinato subito il “Vigna” in lungo e in largo per il parcheggio della Taverna dei Barbi, evitando così di fargli scoprire Stefano Cinelli Colombini impegnato a decantare quel Brusco dei Barbi 1978 che gli avevamo promesso di stappare per tempo, invece di scaraffarlo.
Il caldo e il lavoro, però, si erano messi di traverso. Per giunta, ci mancava pure un cavatappi lamellare, quello che sarebbe stato più indicato in caso di tappi troppi vecchi e va da sé che alla fin fine il sughero si è spezzato, nonostante la conservazione ideale della bottiglia nella profondità della cantina della Fattoria dei Barbi e la massima precauzione durante la stappatura.
Stefano, per chi non lo conosce, ha una pazienza proverbiale e senza scomporsi più di tanto è riuscito comunque a decantare il suo vino con vera maestria, mentre Verdicchio guadagnava punti in simpatia facendo correre a perdifiato il “Vigna”. Galleggiavano ancora, però, alcuni residui di sughero, perciò mi sono armato di tovaglioli di carta e l’ho filtrato lentamente in un altro decanter procurato prontamente dall’attento taverniere Sandro Minocci, mentre il “Vigna” consegnava il guinzaglio ai miei figli Michele e Caterina che venivano subito “tirati” di qua e di là per l’aia da Verdicchio, ma sempre lontani dal tavolino dove stava tornando alla luce quello splendido vino, dato che l’operazione necessitava proprio di un supplemento di concentrazione.
Avevo già bevuto il Brusco dei Barbi 1978 a Milano nel 1980 e le sue caratteristiche organolettiche mi sono rimaste in memoria fin d’allora perché mi avevano impressionato per la fragranza, la freschezza, l’esuberanza, la pulizia degli aromi di viola, prugna, amarena e rabarbaro. Più di tanti altri celebrati rossi di Montalcino. Ecco, l’ho detto. Ero proprio curioso di fare un confronto dopo ben 37 anni di permanenza in bottiglia in condizioni più che perfette, migliori sicuramente di quelle delle normali cantinette di casa. In cantina da Stefano avevo visto anche altre annate storiche.
Quel gioiellino del Brusco è stato progettato da Giovanni Colombini negli anni ’60 e può essere considerato come il primo dei “supertuscan” fin dalla sua prima comparsa (l’annata 1969). C’era sicuramente qualche annata anche migliore fra cui scegliere, ma la mia curiosità ha avuto il sopravvento: «Beviamoci il ’78 per vedere com’è cambiato dalla prima volta che l’ho bevuto». Tra l’altro, è uno dei vini fatti durante i primi tempi di gestione della Fattoria da parte di Francesca, figlia di Giovanni e mamma di Stefano.
Stefano aveva pensato bene di invitare all’evento anche Silvana Biasutti, che ci ha onorato della sua presenza. A “Vigna”, affinché si mangiasse le dita per il suo leggero ritardo, abbiamo detto di aver già bevuto, mentre lo aspettavamo, un Brunello di Montalcino del 1964… ma non credo che ci abbia messo molto a capire che era uno scherzo! Stefano, però, per non rischiare un vino troppo vecchio con panzanella, pinci e altre tipiche specialità ilcinesi, aveva pensato bene di mettere in tavola anche un interessante Morellino di Scansano 2013 e, per sfidare i miei pregiudizi sul Brunello di Montalcino, ha calcato anche la mano, tirando su dalla cantina un Brunello di Montalcino 1987, un campione vero, con una retro-etichetta scritta finemente a mano. Come una sfida, no? Il mio amato fante di cuori a confronto con il suo re di quadri.
Devo ricordarvi che il Brusco dei Barbi è il rosso dal prezzo più abbordabile tra quelli della Fattoria dei Barbi e fin dalla sua origine non ha mai avuto altre pretese che accompagnare degnamente le pietanze della tavola quotidiana.
Si fa sempre con Sangiovese in gran prevalenza, a volte anche in purezza, ma con fermentazioni più brevi del Brunello di Montalcino (una decina di giorni, eventualmente qualcuno in più) e acciaio inox fino all’imbottigliamento. Eppure…
In 37 anni di bottiglia questo Brusco ha perso la fragolina di bosco e la ciliegia ben mature della sua gioventù e l’iniziale lampone in confettura si è arricchito come sotto spirito, ma al rabarbaro ha aggiunto note di carrubo, humus di foglie, funghi porcini e grafite da canna di fucile.
«C’è tutto», sentenziava “Vigna”, mentre il suo Verdicchio, compiuta la missione, portava al tavolo i miei due ragazzi e tuffava il muso nella ciotola dell’acqua. Da quel momento “Vigna” era talmente assorbito dallo scambio di coccole fra i tre di questa banda appena costituita e dalla conversazione con Stefano e Silvana che non si accorgeva nemmeno dei calici di Brusco che riuscivo a fregargli alla chetichella sotto il naso. Gli lasciavo piuttosto godere il Brunello, pur di centellinarmi il mio sogno in silenzio e, per un momento, in trance.
Non so nemmeno quante altre portate ho saltato, dopo la straordinaria pappa col pomodoro, pur di mandare in meritata pensione la caraffa. Silvana, che mi era a fianco, ha fatto appena in tempo a chiedermi di servirgliene un calicino ed è rimasta a lungo in meditazione prima di giudicarlo veramente buono.
Ne ero sicuro, come possono ben immaginare tutti quei fortunati che hanno potuto degustarlo a Milano il 30 ottobre 2007 durante la presentazione delle Guide Oro di Veronelli, apprezzandolo fra le bottiglie più amate dal Gino nazionale, tutte prelevate dalla sua cantina personale.
La cosa che mi ha colpito di più è che questi due eccellenti vini, dopo qualche decennio di affinamento, all’attacco hanno mostrato alcune note organolettiche in comune, tra cui un sottile aroma di carbone di legna, anche se il Brusco era già diventato un vino da meditazione, mentre il Brunello si dimostrava re in tavola, non cedendo mai di un millimetro con nessuna delle ottime pietanze che la signora Lucia ci aveva magistralmente preparato, una gran cuoca che offre i deliziosi piatti della tradizione locale, ma anche alcune altre sue creazioni di gran valore, per non parlare delle squisite marmellate.
Con i vini, di gran razza, ci è andata bene, ma sto pensando che aveva ragione la bisnonna Marietta: i vini eccellenti sanno anche invecchiare bene per decenni, ma l’età migliore per gustarli va (secondo la sua regola del 9) da 9 a 18 anni.
Stefano, che dici? Si riprova?
Mario Crosta



