Migliolungo, il Lambrusco che parla 21 lingue

C’è la Fogarina – sì, quella che cantava Orietta Berti – insieme a un quintetto composto da Perla dei Vivi, Scarsafoglia, Sgavetta, Termarina e Uva Tosca, probabilmente conosciute solo dai veri cultori di varietà autoctone locali. Vitigni al cui confronto Ancellotta, Marzemino, Fortana, Durella e Croatina, anch’essi qui presenti, sembrano quasi nazional-popolari. A questi si aggiunge una sorta di nazionale dei lambruschi, ben dieci: Lambrusco a foglia frastagliata, Lambrusco Barghi, Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Grasparossa, Lambrusco Maestri, Lambrusco Marani, Lambrusco Montericco, Lambrusco Oliva, Lambrusco Salamino e Lambrusco Viadanese. In panchina il Malbo gentile, che entra in gioco quando ce n’è bisogno.

In totale sono 21 i vitigni che vanno a comporre il Lambrusco frizzante dell’Emilia IGT Migliolungo, un uvaggio – le uve vengono vinificate tutte assieme – prodotto della Cantina di Arceto, cooperativa che fa parte del Gruppo Emilia Wine, ormai da quasi venti anni e recentemente oggetto di restyling dell’etichetta. La ricetta e gli intenti sono però gli stessi del 2002 quando entrò in commercio per la prima volta, come ha ricordato il suo papà, l’attuale enologo della cantina Luca Tognoli, durante un recente digital wine tasting, grazie alla collaborazione, che continua tuttora, con l’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Zanelli” di Reggio Emilia, che custodiva queste varietà, alcune delle quali vicine all’estinzione. Il vino riuscì subito a ritagliarsi un suo ruolo nelle carte dei vini di alcuni ristoranti di Reggio Emilia “perché rappresentava un territorio” racconta Tognoli. Gino Veronelli, infine, gli diede la prima spinta. “A nostra insaputa lo bevve in un ristorante delle nostre parti, lo apprezzò e lo recensì”. Il nome del vino? È il soprannome della strada dove si trova tuttora l’Istituto Zanelli.

Nel bicchiere il Migliolungo ha il merito di attirare certamente l’attenzione sin dal primo sorso. Non è un Lambrusco sbarazzino: definirlo austero forse sarebbe eccessivo, ma certo non è un vino da derubricare alla voce “facile” o solo “beverino”. Il tratto fruttato è abbastanza riconoscibile, ma cambia in continuazione con l’ossigenazione, come se le tante anime di cui è composto avessero bisogno del loro tempo per emergere: le note che ricordano le prugne, le ciliegie e le amarene sono dolci e vivacemente acide al tempo stesso e lasciano poi spazio a tocchi sia mentolati che speziati, con un finale floreale di violette intenso e molto piacevole. Il sorso è fresco, accentuato dalla presenza di una carbonica di buona fattura, il tannino accennato con un allungo fragrante di buon dinamismo e persistenza.
È un vino antico e attuale al tempo stesso: il recupero di varietà lasciate in disparte è, infatti, attività gratificata da critica e consumatori ormai da tempo e si inserisce all’interno di un filone, quello della salvaguardia della biodiversità e quindi della sostenibilità, sempre più in cima ai pensieri di molte aziende.
Alessandro Franceschini




