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Brunello di Montalcino 2013 Col di Lamo

Col di Lamo

C’è una frazione di Montalcino che di attrattive turistiche ne offre ben poche. Non ha un pittoresco borgo medievale in posizione panoramica con innumerevoli ricchezze artistiche e culturali, non è affollata dalla movida fra le botteghe e i ristoranti, non ha vigne incantevoli sparse fra gli ombrosi boschi che scendono dal Poggio Civitella o dal Nacciarello, non domina il bacino dell’Orcia verso la Maremma con gli affascinanti castelli duecenteschi. Tra l’altro, la sua distanza dal borgo di Montalcino è stata accentuata proprio dalla stupidità umana che secoli fa ha disboscato radicalmente per qualche chilometro le dolci colline che si allungano verso il torrente Asso, tanto che sembra di attraversare una terra di nessuno, le dune di un deserto dove ormai non cresce né può più crescere niente oltre ai cipressi. Una campagna che mostra oggi il volto della desolazione e dell’abbandono dei poderi da parte dei due terzi della popolazione dopo la fine della mezzadria e che ha sofferto la catastrofe economica con l’apertura dell’autostrada del Sole a Bettolle-Valdichiana e a Chiusi-Chianciano, il grande serpentone d’asfalto che ha svuotato la bimillenaria strada più trafficata del mondo almeno fino a sessant’anni fa: la Cassia.

la campagna di Torrenieri
la campagna di Torrenieri

Torrenieri, non volermene! Ti voglio bene perché sei tranquilla anche d’estate, perché i pochi negozi rimasti coraggiosamente aperti sono riforniti in modo straordinario di tutto quello che occorre, come le officine e i laboratori dove validi artigiani si fanno in quattro per accontentare gli ilcinesi che scendono a far la spesa di ciò che non si trova neanche più nella Montalcino ormai rivolta solo all’enoturismo e che serve invece alla vita di tutti i giorni, anche perché si riesce sempre a parcheggiare comodamente l’automobile. Però una strigliatina amichevole anche a me e a tutti gli enostrippati come me… prima o poi ci voleva e perciò ne scrivo.
Diciamo che 99 su 100 tra i frequentatori delle ”farmacie dei sani”, come mi piace chiamare le enoteche, le osterie, le trattorie e i ”Gustibus” erranti con i panini al lampredotto, manco sanno dove sei rintanata, cara Torrenieri, eppure hai avuto una grande importanza storica. Quando a Montalcino si faceva la fame e si viveva soltanto di carbone del bosco e vendendo in nero il vino, l’olio e il miele, quest’ameno paese dava da mangiare a centinaia di famiglie degli operai delle fornaci e delle botteghe artigiane e soprattutto a migliaia di famiglie contadine che lavoravano alacremente nelle fattorie, nelle stalle, nei caseifici e nei rigogliosi campi coltivati del bacino dell’Asso tra l’Ombrone e l’Orcia.
Non resta nulla della scura Turris Nerii, sorta un secolo o due prima dell’anno Mille e citata in uno scritto di Sigerico, vescovo di Canterbury, nel 990. Oggi, al posto di questa rocca c’è un elegante edificio rifatto nel Cinquecento. E nell’agro intorno, che mille anni fa fioriva di una vitalità oggi sconosciuta lungo l’antica strada poderale lungo l’Asso per la cattedrale carolingia di Sant’Antimo restano soltanto le macerie del podere San Piero, costruito sul posto di quello che fu il monastero di S. Pietro ad Asso voluto dal longobardo Ariperto I (re d’Italia dal 653 al 661) e ritrovato solo con il georadar sulla base di una mappa del 715, dato che fu raso al suolo alla fine del XVIII secolo per usarne le pietre durante la costruzione della cattedrale di Montalcino.

Torrenieri
Torrenieri

Torrenieri ha goduto per secoli di un notevole sviluppo per la sua posizione strategica. Posta a cavallo tra la Val d’Arbia e la Val d’Asso a dominare la via Cassia, vi fiorivano botteghe, scuderie, frantoi, molini, fornaci ed era diventata un ricco Comune autonomo che non è mai stato all’ombra di Montalcino, sciolto però nel 1977 per assoggettarne i territori. La borgata è cresciuta più tranquilla, residenziale e anche senza più traffico, ma il crescente successo del Brunello di Montalcino l’ha confinata fuori mano dalle rotte turistiche che affollano invece le viuzze del borgo medievale arroccato lassù, intorno alla Fortezza, e questo la penalizza anche nell’immaginario collettivo della produzione del vino. Quando a Montalcino il vino più ricercato era ancora il Moscadello, che occupava il 90% dei suoi vigneti fin dal Medioevo (non il Brunello che ha cominciato a levargli terreno solo a partire dalla metà dell’Ottocento e lo ha praticamente messo in angolo solo negli ultimi decenni), a Torrenieri già si produceva soprattutto il rosso, in gran parte dal sangiovese, per esempio con i Terzuoli a Sasso di Sole fin dal Seicento e i Piccolomini ad Abbadia Ardenga fino dal Settecento.

Montalcino vista da Torrenieri
Montalcino vista da Torrenieri

A Montalcino, però, già dalla fine del Novecento i pionieri del Brunello (Santi, Costanti, Paccagnini, Biondi Santi, Padelletti…) avevano fatto passi da gigante nella qualità del sangiovese e del suo Brunello con la specializzazione dei propri vigneti, fino ad allora rimasti a coltivazione promiscua, nei territori più alti e praticamente privi di nebbia.
A Torrenieri, invece, la viticoltura era sopravvissuta come una delle tante attività di aziende agricole miste, a volte in second’ordine rispetto a quelle tradizionali (orzo, erba medica, trifoglio, grano) e in piccole quantità per il consumo locale. Soltanto da 50 anni, grazie alla fondazione del Consorzio del Brunello di Montalcino che ha promosso il successo mondiale del vino stabilendo regole comuni con il disciplinare DOC, anche a Torrenieri si sono dati una mossa, tanto che la gran parte delle sue vigne è stata piantata dopo il 1998 grazie alla provvidenziale riapertura per breve tempo delle iscrizioni allo schedario viticolo del vino diventato DOCG, anche sfruttando le sovvenzioni concesse dal regolamento CE 950/97 ai giovani agricoltori che non avevano ancora raggiunto i 40 anni.
Torrenieri però è stata ingiustamente snobbata da qualche wine writer d’oltreoceano che concentrava i propri giudizi personali soltanto là dove ormai non c’è più niente di nuovo da scoprire e quindi non si può (quasi) più rischiare di sbagliare decantandone le lodi. In gran parte, però, si tratta di pregiudizi dovuti alla concezione di un mondo del vino inteso come strumento di distinzione sociale e di chiacchiere nei cosiddetti salotti buoni, oppure come espressione di un paesaggio più turistico che agricolo e che risulta perciò penalizzato dalla comparsa di un po’ di brina e di nebbia in questi terreni in cui la tramontana abbassa di diversi gradi la temperatura rispetto alle altre aree di Montalcino e dove si trovano anche calanchi e argille fin troppo compatte come le crete senesi. I vignaioli e gli enologi, però, non si sono mai fermati alle apparenze.
Col di LamoLa verità è che il vino buono non nasce dalle fantasie di qualche commentatore forestiero e magari stravagante, ma da uve sane che crescono su terreni poveri lavorati a sangue e fatica (anche come quelli di Torrenieri, dove l’argilla comprende pure la sabbia gialla dell’era pliocenica), purché venga da un’accurata scelta dei cloni adatti e dei portainnesti non troppo vigorosi, per non stressare le viti, data la maggiore fertilità dei suoli.
In questa zona i migliori Brunello di Montalcino sono molto ricchi di aromi e sono succulenti, grassi, anche se di acidità minore e tannini che vanno maturati a perfezione dalla simbiosi della passione dell’agronomo con il genio dell’enologo. Del resto nascono soltanto a un tiro di schioppo e sulla stessa sponda dell’Asso rispetto a Siro Pacenti e Casanova di Neri. È così che questo territorio contadino si sta rivalutando solo di recente, grazie al coraggio e alla caparbietà di vignaioli d’eccellenza e alla zampata di enologi di grande esperienza e di sicura fama internazionale. ”When going gets tough, the toughs get going” (dal film Animal House del 1978 di John Landis con John Belushi, letteralmente ”quando andare avanti si fa duro, i duri cominciano ad andare avanti”) è lo slogan gridato dai giocatori americani di football nel periodo dei play-off per rincuorarsi durante la durissima selezione che devono affrontare per poter arrivare a giocare in prima squadra, da campioni.
E Torrenieri ha sfoderato gli artigli, tanto che perfino i più ritrosi hanno dovuto giocoforza arrendersi all’evidenza e accorgersi dell’intervento in campo, anche a Torrenieri, di un enologo di rinomanza internazionale come Niccolò D’Afflitto, allievo del grande, indimenticabile, Giulio ”bicchierino” Gambelli, nonché collaboratore della già pluripremiata Casanova di Neri, che non ha esitato a dare i suoi consigli anche alla figlia di Giovanni Neri e sorella di Giacomo, la dottoressa in giurisprudenza Giovanna, detta Gianna, quando a Torrenieri è diventata proprietaria di Col di Lamo. Il nome di quest’azienda è stato scelto grazie a un geniale suggerimento di Gelasio Gaetani Lovatelli d’Aragona proprio per distinguerla nettamente da quella più nominata della famiglia Neri, in modo da non sfruttarne la fama per emergere, ma soprattutto per meritarsene una propria, affermando il proprio stile di fare il vino, che è appunto diverso.
Niccolò D’Afflitto non si poteva certo ignorare, dato che si era fatto conoscere al mondo come ”modernista”, elaborando decine di vendemmie alla Frescobaldi, perciò da quel momento anche oltreoceano si sono degnati di fare un po’ più di attenzione ai vini di questa frazione di Montalcino rimasta fin troppo in ombra. Devo confessare che non ho bevuto i suoi vini. Mi tengo sempre piuttosto lontano dalle luci della ribalta e quando luccicano troppo non fanno per me, anzi le lascio molto volentieri agli altri. Ma in quasi due anni di full immersion a Montalcino ho avuto modo di conoscere bene la tormentata (dai lavori stradali) Torrenieri e di apprezzarne i vini con qualche gran bella sorpresa, come questa di cui incomincio a scriverne: il Brunello di Montalcino (… di Torrenieri) Col di Lamo di diverse annate vinificate dall’enologo consulente Maurizio Castelli, milanese di nascita.
Nel 1997 Gianna aveva recuperato una vigna del 1971 di proprietà del padre con una bella vista proprio sulla Cassia e ci ha lavorato sodo fin da subito, cominciando dai primi 3 ettari a Brunello e 1,5 a Rosso e vinificando all’inizio in due capanne e nella cantinetta di una sua amica nel borgo, per rientrare nelle spese. Oggi è affiancata anche dalla figlia Diletta Maria Pieraccini. Su 80 ettari di proprietà ne hanno 7,5 a sangiovese (e un po’ a cabernet sauvignon per l’Igt Lamo) che sono tutti coltivati a regime rigorosamente biologico a un’altitudine tra i 250 e i 300 metri s.l.m. e da cui sperano di poter ricavare un bel giorno anche 60.000 bottiglie. In una cantina si avverte un’impronta femminile, che è di sostanza, non di apparenza, come si nota anche in tutti i miei scritti, soprattutto sui vini di Montalcino. In questa ideale terra per il vino ho potuto conoscere una realtà in gran movimento proprio nel mondo femminile, che qui è ricco di produttrici capaci e con le idee molto chiare.

Gianna e Diletta
Gianna e Diletta

Il progetto che Gianna e Diletta hanno pensato e voluto per costruirsi la nuova cantina Col di Lamo è stato firmato dallo studio milanese di Giovanni del Boca e Alessandra Amoretti. Perfettamente integrata nel paesaggio, questa ”zucca” (come la chiamano scherzosamente loro) di Col di Lamo non disturba affatto il paesaggio del declivio naturale della collina che scende dal podere Colombaio e fa da anfiteatro al podere Grosseto 28. Qui sono stati ricavati tre appartamentini indipendenti e attrezzati di tutto per gli ospiti dell’agriturismo. L’interno della cantina è essenziale, senza fronzoli, un posto di lavoro pulito e strutturato per fluidificare in un razionale percorso rotatorio l’intero ciclo del vino, dal ricevimento dell’uva fino all’imbottigliamento e allo stoccaggio. I suoli qui sono argillosi e calcarei a medio impasto, con uno scheletro piuttosto grosso e le uve, infatti, maturano più rapidamente.
L’annata 2013 ha avuto un inverno freddo e piovoso, una primavera non troppo calda e un’estate in ritardo, ma che si è protratta fino a settembre inoltrato, quando il buon vento e benefiche escursioni termiche tra giorno e notte hanno permesso una maturazione più graduale, una buona sanità delle uve e un buon equilibrio fra acidità e concentrazione.

Il podere Grosseto 28
Il podere Grosseto 28

Un’annata così non si vedeva da tempo e le vendemmie sono finalmente avvenute nei tempi giusti a fine settembre e in qualche caso a inizio ottobre, non con le ormai abituali due o tre settimane di anticipo. A Col di Lamo la selezione e la raccolta dei grappoli dalle viti allevate a cordone speronato sono state fatte a mano in cassette forate scaricate delicatamente nella tramoggia della diraspa-pigiatrice. La fermentazione si è innescata con i lieviti indigeni, senza l’aggiunta di lieviti selezionati, durante lunghe macerazioni sulle vinacce a temperatura controllata e frequenti rimontaggi. Al termine della fermentazione e della malolattica il vino è stato travasato in tonneaux e botti di rovere di Slavonia da 40 hl per un periodo minimo di due anni. Applaudo la scelta e l’uso dei legni, davvero magistrale. La maturazione è poi proseguita in vasche di acciaio fino all’imbottigliamento e l’affinamento in vetro per almeno altri sei mesi di riposo prima della vendita.
Etichetta Brunello di Montalcino Col di LamoRispetto alle annate prodotte quando non c’era ancora la nuova cantina, tutte molto più austere e scalpitanti, il Brunello di Montalcino Col di Lamo 2013 è un vino fresco, saporito e fine, ma soprattutto lungo, tanto che durante la permanenza nel calice rilascia sfumature d’aromi in sequenza, come fanno pochi vini per guadagnarsi con calma una piacevole armonia d’insieme nel finale, ma sempre con delicatezza. Di colore rosso rubino con riflessi purpurei, ha un bouquet di profumi armonioso. Prugna, violetta, tamarindo, tocchi erbacei di macchia mediterranea e ginepro, piccoli frutti rossi selvatici, pepe rosa, incenso, ricordi balsamici di erbe officinali, anche cipria e gesso. Niente spigoli, anzi è pulito, rotondo ed equilibrato al gusto, con un tocco di legno molto delicato e fine. Un bel vino piacevolissimo da bere, va giù che è un peccato perfino non berlo a canna. Il retrogusto finale è fruttato, evidenzia un’ottima persistenza e chiude con un ricordo sapido e mentolato.

Mario Crosta

Col di Lamo di Giovanna Neri
Via Cassia, podere Grosseto 28, 53024 Torrenieri di Montalcino (SI)
tel. 0577.834433, cell. 345.3700864
coord. GPS: lat. 43.071772 N, long. 11.546245 E
siti web www.coldilamo.me e www.coldilamodigiovannaneri.squarespace.com
e-mail coldilamo@alice.it

Mario Crosta

Di formazione tecnica industriale è stato professionalmente impegnato fin dal 1980 nell’assicurazione della Qualità in diverse aziende del settore gomma-plastica in Italia e in alcuni cantieri di costruzione d’impianti nel settore energetico in Polonia, dove ha promosso la cultura del vino attraverso alcune riviste specialistiche polacche come Rynki Alkoholowe e alcuni portali specializzati come collegiumvini.pl, vinisfera.pl, winnica.golesz.pl, podkarpackiewinnice.pl e altri. Ha collaborato ad alcune riviste web enogastronomiche come enotime.it, winereport.com, acquabuona.it, nonché per alcuni blog. Un fico d'India dal caratteraccio spinoso e dal cuore dolce, ma enostrippato come pochi.

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