A pranzo con Antonio Albanese (Parte Terza. La pesca, Cetto e l’arte della comicità)
So che sei appassionato di pesca. Io mi sono sempre annoiato. L’ho sempre vista, purtroppo, come una cosa seriale a causa dei miei ricordi d’infanzia legati alle cave, dove pagavi, mettevi il seggiolino e i pesci, prima o poi, ovviamente li prendevi.
Sì, ma andare in cava è un po’ come andare a puttane.
Come ti è venuta la passione?
Io sono nato sul lago (Olginate, sul lago di Como, ndr). È una questione di gusto poi. Come peschi, cosa è la pesca, dove la pratichi.
È un mondo quello della pesca.
È un mondo meraviglioso. Dopo la pesca a mosca c’è la fotografia. Io ho cominciato a pescare da ragazzino con le tecniche più normali. Poi quando cominci a pescare a mosca, che significa frequentare riserve, tutte naturalmente molto protette, cominci ad avere con la natura un rapporto fantastico. È una pesca in movimento.
Vai da solo o con amici?
Anche da solo. È un modo per depurarmi. È una pesca silenziosa, mai statica. È bellissima e vivi il paesaggio.
Poi lo ributti dentro il pesce?
Sì.
Hai fatto la scuola di arte drammatica a Milano.
Sì, la “Paolo Grassi”.
Come ti è venuto in mente? Da che esperienza venivi?
Avevo 23 anni. Facevo l’operaio. Fu una folgorazione. Ho provato ad iscrivermi, mi hanno preso.
Quindi hai lasciato il lavoro e ti sei dedicato solo a questo?
Sì, grandi sacrifici.
I tuoi erano d’accordo?
No. Erano spaventati come è normale che sia.
Dalla scuola d’arte drammatica alla comicità, o al tentativo di farla, come hai sottolineato prima. Come scaturisce questo percorso?
Ma sai, uno fa due conti. Uno non deve avere molti amici nella vita, ma quei pochi, fidati, ti danno consigli. È poi anche una questione di gusti. Così prendi delle strade. La “Paolo Grassi” mi sembrava la scuola più interessante, ti dava i fondamentali e così è stato. Poi per mantenermi ho cominciato a fare delle cose di cabaret e lì ho scoperto questa predisposizione per il comico.
A Zelig?
Andavo allo Zelig, quello in Viale Monza, quello piccolino. Ma anche in altri locali che ti offrivano le seratine. Bellissimo.
La classica gavetta.
Sì, meravigliosa. E poi ho cominciato con “Su la Testa!” e da lì, grazie anche all’esperienza dell’accademia, è arrivato il cinema, il teatro. Alla fine, se tu hai in mano il mestiere, il tuo senso del lavoro non te lo toglie nessuno. Puoi spaziare. La comicità è un’arte tra le più elevate, è popolare. Quindi, secondo me, tutti possono diventare dei comici, tranne alcuni comici. Io faccio le mie cose e spazio tra caratteri diversi perché mi diverte.
Hai portato sul grande schermo alcuni tuoi personaggi. Ha senso trasportarli in quello spazio?
A me come esercizio interessa moltissimo. Adesso voglio fare un film su Cetto la Qualunque. Questo è un personaggio che è riuscito a raccontare più cose di 830 film sulla mafia. Mi sembra molto interessante raccontare al cinema prendendo finalmente in giro e non esaltando un certo tipo di politica e di mafia. Ci voglio provare.
Prendere in giro è probabilmente ciò che da più fastidio alla mafia.
A me sembra una prova molto difficile. Mi hanno proposto film di mafia sulla Sicilia, ma mi sono rifiutato perché li ho trovati semplici e banali. Quella che voglio fare io, invece, mi sembra un’operazione difficile, impegnativa e profondamente seria. Riuscire a rappresentare un mondo che in fondo mi sono inventato io e che è riuscito a coinvolgere non solo i calabresi, ma tutta Italia, perché ha un piano generale e non parla della Calabria e basta. Vediamo un po’. La sceneggiatura l’abbiamo un po’ elaborata.
Di alcuni tuoi personaggi non ti senti schiavo?
…ma ne ho fatti 12! No, anzi, mi piacerebbe molto. Potevo vivere con Epifanio per 30 anni o con Alex Drastico per 20. Sono maschere, le cambio sempre.
Due tue maschere mi mettono ansia. Una è Perego. Forse, perché, da lombardo, mi tocchi delle corde che riconosco assolutamente vere.
Noi avevamo scritto “Giù al Nord” dieci anni fa, ma nessuno ci ha ascoltato. Perché purtroppo siamo ancora un paese molto provinciale. Si crede ancora che la comicità non sia un’arte elevata. Invece lo è, anche se io non mi ritengo ancora un comico. La comicità, siccome racconta il nostro tempo e quello che ci circonda, percepisce quello che dovrebbe fare l’arte, cioè individuare delle cose, avvertire, abbracciare, aiutare. Noi in “Giù al Nord” abbiamo scritto tutto quello che è avvenuto adesso. Con Cetto la Qualunque sei anni fa è successo la stessa cosa. Quando parlavamo di “pilu” mi dicevano: “Ma dai, la politica con la figa?”. È avvenuto tutto.
Drammaticamente direi.
Io sono particolarmente orgoglioso di questo. Spero di continuare ancora così. Adesso mi piacerebbe fare un altro personaggio. Un uomo che ha tanta voglia di pregare, ma non trova la posizione. Mi sembra una metafora bellissima.
Tu cerchi sempre questi paradossi, come l’ultimo insegnante che hai fatto da Fazio. L’altro personaggio che mi da ansia è il Ministro della Paura. Non è forse un po’ difficile da capire?
No, dai, non è difficile da capire. È un mostro, ha una maschera per non farsi notare, è tutto quello che conosciamo noi in un certo senso. È la verità della strategia della paura che negli ultimi anni ci sta dirigendo, anche se non si sa verso che cosa. È la paura che ci manovra, è la storia di sempre, non ho inventato niente. È un personaggio che aveva bisogno di esistere. La paura è come una casa senza fondamenta. Avevo il bisogno di fare questa cosa. Oramai abbiamo paura di tutto se ci pensi, delle valigie per esempio.
Quanto ci lavori sui personaggi?
Parecchio. Mesi, mesi e mesi. Sono orgoglioso dei miei personaggi perché non hanno tempo. Non sono mai legati ad un avvenimento, ad un personaggio conosciuto. Adesso ho fatto lo spettacolo con tutti i miei personaggi ed Alex Drastico sembrava nuovo, Perego sembrava nuovo. Questa è la mia immensa soddisfazione. Io credo che l’arte non debba avere tempo. È sempre quello che ho cercato di fare trovando strade un po’ difficili. Se tu sali sul palco e cominci a parlare di personaggi conosciuti, la risata la fai partire immediatamente. La strada della metafora, invece, se la prendi, è più difficile. Sono sempre più convinto di quello che faccio.
La chiosa
Avremmo potuto andare avanti ancora, e un po’ in realtà l’abbiamo fatto. Ma a registratore spento, godendoci la compagnia di Cesare, suo compagno di scorribande pescose e cuoco del Ratanà. Ci siamo soprattutto divertiti e rileggendo poco dopo la traccia sul taccuino, mi sono reso conto che avrei potuto tranquillamente fare a meno di dedicarci tempo la sera prima. Quando ti trovi di fronte un interlocutore disposto a confrontarsi con un emerito sconosciuto con leggerezza e trasparenza, tutto viene naturalmente spontaneo. Salutava chiunque passasse dal nostro tavolo e riprendeva sorprendentemente il filo del dialogo esattamente nel punto nel quale si era interrotto.
“Quantunquemente”, non ci resta che attendere l’uomo che prega non trovando la posizione e il film su Cetto la Qualunque, che lo blinderà per i prossimi mesi.
Alessandro Franceschini
Le altre due parti dell’intervista
• Parte Prima. Il vino, i sommeliers e il pedalino del ciclista
• Parte Seconda. Il 1992, “Su la Testa!” e la (a)normalità di un paese



