Vinitaly 2006: Ritratti d’autore
Costantino Charrère, Isabella Pelizzatti Perego, Luciano Pira, Riccardo De Cerchio: quattro vignaioli diversi, con storie diverse, appassionati, sinceri, alcuni istrionici e vulcanici, altri più introversi e riflessivi.
Vinitaly è soprattutto un grande appuntamento commerciale, con aspetti a volte non proprio edificanti da fiera di paese, con tutto il rispetto per quest’ultime, ricco di incontri, degustazioni, stand con musica da discoteca (l’esterno del padiglione del Lazio) e standiste con minigonne vertiginose piuttosto che con monoposto di Formula Uno di qualche anno fa’ (vedi Ferrari di Gilles Villeneuve) che all’improvviso ti si stagliano davanti mentre sei alla ricerca dello stand che ti eri segnato nell’apposito taccuino di ordinanza.
Eppure, questo imprescindibile evento, pur con tutte le arcinote contraddizioni del caso, può riservare, con un po’ di fortuna, anche incontri che non ti aspetti, piacevoli, tranquilli, quasi impensabili in un luogo del genere.
Un incontro, verrebbe da dire, d’altri tempi: un “ossuto” e fiero valdostano, severo nello sguardo, elegante nei modi, grande padronanza di linguaggio, voglia di raccontare e di introdurre, prima di degustare i suoi vini, che ti fa accomodare su un rustico tavolo di legno, con al suo fianco la giovane figlia, che ha deciso di aiutare ed imparare l’arte, che spesso coinvolge durante la chiacchierata ed alla quale si rivolge dolcemente, quasi a proteggerla, da chi le sta di fronte in quel momento: questo è Costantino Charrère dell’azienda Les Crêtes.
Un diluvio di informazioni su terroir, vitigni autoctoni locali, sulla sua filosofia di produzione, il tutto con voce tranquilla, ma decisa ed una signorilità che affascina, quasi magnetica, che ti fa quasi sentire lievemente in soggezione, tanto che di domande da fare te ne vengono poche in mente, desideri solo continuare ad ascoltarlo.
Un racconto, un bicchiere di vino, così per molti minuti.
Vini territoriali, marcati da una grande bevibilità: tra i bianchi assaggiati, Pinot Gris 2005, Chardonnay 2005 e la famosissima e trebicchierata Cuvée Bois, ma soprattutto il Petite Arvine 2005, vitigno di origine vallese, acclimatatosi da tempo oramai in Valle d’Aosta, che stupisce per complessità olfattiva, floreale, fruttata e minerale insieme, con grande sapidità in bocca, ottima spalla acida, ma soprattutto una lunghezza notevolissima, da 4 chiocciole piene e più che meritate.
Tra i rossi il Pinot nero 2004, il Torrette 2004 da vitigno petit rouge, ma soprattutto il Coteau la Tour 2003, un syrah in purezza, al quale mi avvicino con un certo scetticismo iniziale, subito fugato da un bel naso di spezie, da frutto vivo e croccante ed un tocco vegetale finale. Nonché il Fumin 2003, intenso, sapido già al naso con spiazzanti sentori marini, di capperi sotto sale e di frutti rossi insieme a note speziate fini.
Isabella, figlia di Arturo Pelizzatti Perego, è una ragazza appassionata, coinvolgente nel racconto dei vini di suo padre ed ora suoi, tenace nel portare avanti l’idea che il nebbiolo debba continuare ad essere qualcosa di diverso dalla moda imperante dei vini palestrati, dai colori rosso pece e non granato trasparente con venature aranciate, come i suoi. Grandi Sassella e Grumello, dal Sassella Stella Retica del 1998 al Pettirosso IGT del 1997. Convincente, come al solito, anche se bisognoso, più di altri , di ossigeno e calma, il Sassella Riserva Rocce Rosse 1996, dal naso unico di agrumi, spezie e viole, ma anche grafite ed amaretto, per non parlare dell’Ultimi Raggi 2001, la risposta di casa Ar.Pe.Pe. allo Sforzato, che Isabella continuerà ostinatamente a non produrre: un nebbiolo da uve fatte surmaturare in pianta sino a novembre, dal naso di frutti rossi maturi ma non marlmellatosi, morbido e fresco insieme, un gran bel bere, un vino concentrato, se vogliamo, ma non “forzato” o “sforzato” oltremisura. Un’azienda del genere, per filosofia produttiva del padre prima e della figlia ora, non sbaglieremmo più di tanto a vederla, il prossimo anno, partecipare ad una delle due manifestazioni parallele, Vini Veri a Villa Mattarana piuttosto che Vini Naturali a Villa Favorita, che si sono svolte praticamente a cavallo dei giorni di Vinitaly.
Bel dilemma e mentre si discute anche di questo con Isabella, ci stupisce con dei cioccolatini al Rocce Rosse, ancora in fase sperimentale, una sorta di albesi dove al posto del Rhum è il vino di punta dell’azienda a fondersi col cioccolato fondente di scuola piemontese.
Broglio, Prapò, Bricco Ceretta, tutti crus di Serralunga d’Alba, uno degli undici comuni del Barolo: mi ero seduto alla ricerca di un Barolo Chinato che non fosse, come spesso capita, Ferro China Bisleri allo stato puro, che avesse uno stile e non fosse solo e soltanto figlio della recente moda che ha invaso gli scaffali delle enoteche e delle cioccolaterie, spinti dall’onda dell’abbinamento con il cioccolato fondente.
Mi sono invece ritrovato, con piacere, a degustare, prima di giungere al vino per il quale mi ero seduto, tutti i vini che Luciano Pira, patron dell’azienda Schiavenza, aveva portato: tre tipologie di Dolcetto d’Alba, uno diverso dall’altro, con il Vughera 2004 che spicca per prontezza, florealità ed un ottimo equilibrio, mentre il Sorì, sempre 2004, ancora chiuso e contratto, ma dalla struttura importante ed un’acidità, ora aggressiva, che lo renderanno probabilmente interessante tra qualche anno.
Poi la Barbera d’Alba 2004, ma soprattutto il Barolo: Broglio 2001, dal frutto vivo e già godibile ora, il Prapò 2001, ancora giovanissimo ma di gran stoffa, il Bricco Ceretta 2001, con una vena minerale aggressiva e potente ed infine la Riserva 1999, splendida, potente ed equilibrata già ora, legno ben dosato e gran mix di erbe officinali e frutti rossi.
Erbe officinali che, ovviamente, ritroviamo nel Barolo Chinato, finalmente vivo e vero, con un stile vinoso, speziato di chiodi di garofano e cannella che lo contraddistinguono dall’altro grande nome di questa tipologia, Teobaldo Cappellano, che invece è più cremoso e medicinale insieme.
Luciano Pira è timido, ti racconta i vini senza protervia, ci tiene a mostrati le foto delle sue vigne, ti ascolta con una riservatezza tipicamente piemontese che è bello e rassicurante insieme trovare e ritrovare sempre.
Che dire, invece, di Riccardo De Cerchio, azienda Torre Zambra, Villamagna, in provincia di Chieti: vulcanico, simpatico nel vero senso della parola, innamorato dei suoi vini, del suo Montepulciano d’Abruzzo e che non ha paura a confessarti, dopo che comunque ha capito il dichiarato amore per il nebbiolo da parte del sottoscritto, che lui ama il colore dei suoi vini e fa fatica ad accostarsi a quello quasi trasparente di altre tipologie, come appunto il nobile piemontese. Dall’aromatico Pecorino 2005, passiamo velocemente a due vini dagli stili contrapposti, ma piacevolmente convincenti entrambi: un Montepulciano d’Abruzzo 2004, linea classica, subito aperto, senza sentori riduttivi da farsi perdonare, che profuma di fiori macerati e frutti rossi maturi ed a tratti marmellatosi, ma sempre vivi, dal bell’equilibrio. Infine un Montepulciano D’Abruzzo 2001, il Brume Rosse, vanto dell’azienda, che ti avvolge immediatamente con note di visciole, prugne cotte ed una concentrazione elegante e mai stucchevole.
Alessandro Franceschini




