Festa del Vin Friularo 2011: la nebbia e la terra
“Era una domenica di novembre.” (mmm…)
“Era una fredda domenica, passata la metà di novembre.” (no, non ci siamo…)
Quando provi un sentimento forte, di rapimento amoroso, senza capirne a fondo il motivo (né, a dire il vero, volerlo fare), è difficile trovare le parole che sblocchino tutte le altre, collezionate nel tempo, e messe in tasca, sapendo che sarebbero prima o poi tornate buone.
Ricordo come l’avessi appena vista, quella terra lucida e scura, arata poco tempo prima, che fumava su, strisce di nebbia densa che salivano e si ammassavano in cielo. Nel giro di pochi chilometri, da un sole stanco che filtrava dalle nuvole e dalla nebbia, si era passati ad un bianco consistente, concreto.
Queste terre, della Bassa padovana, son così: nere loro e bianco il cielo che le copre in questi mesi (ma non sempre eh, anche qui esce il sole! Ma quando c’è un po’ di nebbia in giro, qui la tagli a pezzi).
La respiri, e ti pare improvvisamente che l’aria diventi qualcosa che senti, che tocchi.
In questo bianco denso diventano esplosioni di colore gli όpi (aceri) a cui si maritano le vigne con le ultime foglie rosseggianti, lucenti dei toni più belli dell’autunno ancora per pochi giorni, prima che le bròse li spengano. Cassone padovano, la chiamavano, questa forma d’allevare la pianta. E ormai saranno rimaste solo queste poche in tutta Padova.
Cammini ancora, nel silenzio. La Festa è di là della cinta, in corte, come tutti gli anni: la terza domenica di novembre. Villa Widmann e le cantine che si riempiono, risate nei granai, e le statue che parlano (anzi, recitano: Goldoni, per dirne uno, che venne qui e vi rimase mesi, rapito da quel vino).
Cammini, e c’è un gran silenzio fra i pioppi cipressini che portano in fondo al laghetto, da cui un paio di cavalli e un carretto attaccato fanno la spola.
Parlo con un contadino: deve averne fatte di vendemmie con lo scalone, lui. Sale su, aggancia il cesto che gli ho tenuto in mano, si sporge e inizia a tirare giù quell’uva appesa ai tralci sottili che legano come ragnatele un salgàro (S. viminalis) all’altro.
Novembre, il ghiaccio delle prime gelate, la nebbia, questa terra scura. Assaggi qualche acino di Friularo, reso così scuro, maturo – nel senso più ampio – e le senti tutte, quelle cose. La terra.
Angelo Sabbadin, sommelier dai fratelli Alajmo alle Calandre, conduce una degustazione. Entro.
Friularo Classico 2008 (12%, Friularo) Dominio di Bagnoli
Colore rubino scuro, intenso. Profumi vinosi, di mora, ciliegia e leggera speziatura. In bocca ha un tannino irruento, vivo, con un’acidità indomabile. Ritornano sensazioni di frutta rossa. Fa solo acciaio; le uve vengono da vigne giovani, sui quindici anni. È inadatto alle degustazioni, ma a tavola, con un baccalà (e un buon tocio), con dell’anguilla o dei primi conditi con la carne (un buon risotto alla padovana, con carni, verdure e fegati e durelli) darebbe il meglio.
Friularo Vendemmia Tardiva 2003 (13,5%, Friularo) Dominio di Bagnoli
Rubino scuro, impenetrabile. L’impatto odoroso si richiama a note scure. Ciliegia, ma subito una speziatura più evidente. Al gusto è molto più equilibrato, con i rimandi di frutta che si appoggiano ad un tannino vivo ma levigato, come anche l’acidità, che ha raggiunto un suo equilibrio. Un vino ricco, che gioca tra un ricordo di dolcezza e un’austerità calibrata. Tutte le componenti fanno la loro parte: estratti, alcol, tannino, acidità. Parla ancora: semi di finocchio, datteri, liquirizia, pepe nero (forse un po’ polveroso), e si abbandona a note affumicate.
È vino da carni nobili, cotte sapientemente, magari accompagnate dal sugo tirato. La vendemmia tardiva è quella che sta terminando in questi giorni. Fermentazioni spontanee, legno grande e affinamento in bottiglia per più di tre anni e mezzo.
Ambasciatore 2002 (14,5%, Friularo) Sansovino
Rubino intenso e brillante. Speziatura dolce, frutta matura, a tratti sembra cotta quasi caramellata – di zucchero imbrunito e canditi. Si concede di meno del predecessore, rimanendo vittima della componente alcolica. Soprattutto si avverte una certa magrezza, forse colpa del tannino meno vivo, pacato, che lascia però emergere una bella sapidità. L’evoluzione è legata a note fruttate che continuano.
Angelo suggerisce l’abbinamento con una buona lepre, con un buon sugo aromatico, aggiungo. Se ricordo bene, la tecnica di produzione è simile alla Vendemmia tardiva, anche se dovrebbe differire abbastanza nell’affinamento (per metodo e periodo).
Friularo passito 2003 (14%, Friularo) Dominio di Bagnoli
Rubino maturo, nuovamente molto intenso. Si presenta con una nota affumicata, frutta candita: profumi densi. Una lieve ossidazione e poi ancora datteri, uva passa, ciliegie sotto spirito, spezie dolci, note di tostato. In bocca ovviamente è molto dolce, ma è una sensazione breve, che rimane di sottofondo vista la “pulizia” fatta dall’acidità. La bocca rimane asciutta, e esalta la beva di questo nettare. Peccato che comunque l’alcolicità sostenuta stanchi le papille. Continuo a pensare che sia un compagno meraviglioso dei dolci a base cioccolato (..più che, forse, il cioccolato puro).
Raccolta delle uve a maturazione, appassimento fino alla Settimana Santa (tradizionalmente era il Venerdì Santo la pigiatura) e affinamento per due anni e mezzo in barrique.
La Stranezza 2000 (12,5%, Friularo)
Ovvero un metodo classico blanc de noir, affinato per circa 5 anni sui lieviti. Dorato brillante, molto bello.
Note calde di agrumi, poi crosta di pane, miele. Molto secco (intorno ai 5 gr/l), grande acidità ma bollicina un po’ grossa: ecco come si comporta. Ancora i profumi sono di nocciola, tostatura leggera, nespola, e un insieme di agrumi e profumo di pasta lievitata che mi fa ricordare certi panettoni artigianali. In bocca è grande la freschezza: l’acidità di questo vitigno non si smentisce mai. Lo accompagni ad una cena da inizio a fine.
Il Friularo è un biotipo del Raboso Piave. Sembra che in questa zona, di terre argillose (e a medio impasto), questo biotipo abbia trovato la sua terra migliore, più pesante di quella che certe zone del Piave offrono al Raboso.
Dopo un periodo di scarsissimo interesse (veniva vendemmiato nel momento sbagliato, quindi come se ne potevano cogliere le potenzialità?), negli ultimi anni sta rivivendo, meritatamente.
Per la cronaca: è la 14° DOCG veneta, la 64° italiana (mentre la DOC Bagnoli prevede il territorio di pianura che sta a sud di Padova e ai piedi degli Euganei; è Classico quando viene dal territorio di Bagnoli).
Andrea Fasolo
In ogni frutto la morte matura,
Lasciando intera, in eredità,
Una semente vergine tremante d’amore
Non appena il vento la denudi.
Eugenio de Andrade




