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Barolo Mosconi 2007 Conterno Fantino

Fotografie di Danila Atzeni e Azienda Conterno Fantino

Conterno Fantino strada d'ingresso

Non sono certo il tipo di persona che aspetta grandi occasioni per stappare bottiglie memorabili. Il motivo è molto semplice e di carattere prettamente pratico: nulla è garantito. Una cantina adeguata, e competenze nel selezionare bottiglie dedicate a lunghi affinamenti, non sono una assicurazione per la vita, chiunque può fallire, le variabili sono davvero tante e non basterebbe un intero articolo per descriverle, ma leggendo il titolo è fin troppo chiaro che questo scritto è dedicato a ben altro. Stappare una bottiglia che conserviamo con gelosia, passione e tante aspettative, ebbene questa è la vera occasione, anche da soli, non importa, di questi tempi siamo ampiamente giustificati a farlo. La nostalgia si combatte con la bellezza: quella di un tramonto, l’incanto di un’opera d’arte, la melodia di un capolavoro musicale, non ultimo in termini d’importanza un buon piatto preparato con amore.

Conterno Fantino

Spinto da cotanta filosofia ho deciso di scendere in cantina e stappare una bottiglia di Barolo DOCG. Tanti lo definiscono il “Il Vino del Re e il Re dei Vini”, io mi limito a stapparlo con il dovuto rispetto, è quanto basta, non amo gli slogan, il vino è una materia concreta. Tuttavia non posso nascondere che nutro da sempre una stima davvero grande per questo prodotto, forse il fiore all’occhiello delle amate Langhe. Il Barolo DOCG detiene un indiscusso primato a livello mondiale nella categoria “vino italiano”; negli ultimi 15 anni però, è giusto riconoscerlo, tantissime altre denominazioni piemontesi son sotto i riflettori, hanno saputo dimostrare che il nebbiolo, vinificato in purezza, (ma anche in blend con altri vitigni autoctoni in percentuali minori), è sempre in grado di creare gioielli enologici, capaci di competere ad armi pari con i più grandi vini al mondo, ormai e ben più che un dato di fatto.

vigneto Mosconi

L’azienda agricola Conterno Fantino è da sempre una realtà stimata in quel di Monforte d’Alba, uno degli undici comuni dove si può produrre il Barolo DOCG. Fondata nel 1982 da Claudio Conterno e Guido Fantino, oggi dispone di 27 ettari di vigneto dove alleva fondamentalmente 4 vitigni: gli autoctoni per eccellenza piemontesi nebbiolo, barbera e dolcetto, e lo chardonnay, vitigno d’origine francese che negli anni ha saputo adattarsi con carattere alle colline delle Langhe. La produzione si attesta su un totale di 140 mila bottiglie l’anno. Quest’azienda ha conservato negli anni un carattere prettamente familiare, a tal proposito, ai due fondatori, si sono aggiunti con ruoli diversi, ma con la stessa passione, Alda, Fabio ed Elisa Fantino; ben presto toccherà anche a Noemi e Matteo Conterno. Insomma, il futuro dell’azienda pare sia in ottime mani; è sempre un piacere, per chi segue il comprensorio da anni, constatare che le nuove generazione capiscano l’importanza dell’eredità lasciata dai propri genitori, ma le Langhe son sempre state famose per questo. A dispetto di altri territori vitivinicoli piemontesi, soprattutto in periodi legati all’avvento dell’industria, queste colline hanno sempre mantenuto un approccio di tipo primario con l’agricoltura, o meglio, l’hanno tradita molto meno.

mappa vigneti Conterno Fantino

Un altro aspetto molto importante per l’azienda è la sostenibilità ambientale, soprattutto la salvaguardia della biodiversità: “Nutrire intelligentemente la terra rispettandone la memoria”, questa la filosofia nella conduzione dei vigneti, coltivati interamente in agricoltura biologica (certificata da CCPB). Ma non basta, questo non è sufficiente per i titolari, come racconta spesso Claudio, incontrato in più occasioni dall’ormai lontano 2003: “Al fine di ridurre ulteriormente l’impatto ambientale, l’ampliamento della cantina, nel 2008, è stato realizzato impiegando varie tecniche mirate sia al risparmio energetico che all’utilizzo di fonti rinnovabili quali l’impianto geotermico, l’installazione di pannelli solari e, per ultimo, la fitodepurazione delle acque reflue. Inoltre, per mantenere un rapporto più fedele con la terra, i suoi sapori e i suoi profumi, preferiamo le fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e un utilizzo minimo di solfiti”.

Barolo Mosconi 2007 Conterno Fantino

Veniamo al vino che ho avuto il piacere di stappare, dopo ben 13 anni dalla vendemmia e 9 di cantina. L’annata 2007 può definirsi ahimè attuale, ovvero caratterizzata da un andamento climatico incentrato su temperature elevate, sempre più una realtà al giorno d’oggi. Come sempre accade in questi casi, solo l’attento vignaiolo, che ha seguito giorno per giorno tutta la fase del ciclo vegetativo, sarà in grado di portare in cantina uve sane e con livelli di acidità adeguati, se non ottimali. L’ annata ai tempi fu definita “di più immediata lettura”, vini con aromi già piuttosto evoluti, così come i tannini, anche per questo mi sono deciso a stapparla, per lanciare l’ennesima sfida al re dei vitigni italiani. Mosconi è una delle Mga (Menzione geografica aggiuntiva) del Barolo DOCG, ed infatti viene riportato orgogliosamente in etichetta. Per dirla alla francese, rappresenta un vero e proprio cru del comune di Monforte d’Alba, il terreno è caratterizzato da un’importante presenza di limo (50%), unito ad argilla e sabbia in proporzioni uguali. Esposto a sud, ad un’altitudine pari a 360-380 metri sul livello del mare, con pendenza del 30%, questo vigneto è stato impiantato in un periodo che va dal 1960-1999, la prima vendemmia risale al 2004, viene prodotto in 4000-6000 esemplari. La densità è pari a 4500/5000 per ettaro, produzione media 55/60 q/ha, 37-40 hl/ha. Vendemmiato manualmente attorno a metà ottobre, la fermentazione alcolica e la macerazione vengono svolte in contenitori d’acciaio per una durata di 12-15 giorni; segue affinamento in legno di rovere per un minimo di 38 mesi. 14,5 % Vol., colpisce sin da subito per una trama cromatica particolarmente profonda e di media trasparenza, granato intenso con riflessi mattone; mostra buon estratto, roteandolo nel bicchiere oppone una certa resistenza a far precipitare le cosiddette lacrime. Un naso articolato e cangiante, dapprima leggermente chiuso, nonostante l’ossigenazione di oltre 40 minuti nel calice, piano piano rivela sentori nitidi di spezie fini: pepe nero, bacca di ginepro, noce moscata, che si intrecciano a toni fruttati maturi di marasca, amarena sotto spirito, un ricordo di Boero mi riporta all’infanzia, ma anche liquirizia, china e alloro, chiude su effluvi minerali di terriccio bagnato e sottobosco. Non è finita, con vini di questo livello è piuttosto normale, dopo oltre un’ora e mezza dalla mescita, si ingentilisce ancor più palesando una traccia balsamica fino ad ora sconosciuta, eucalipto e mentolo in primis. Il sorso è ancora teso, “nevrotico”, il tannino è addomesticato dal tempo, ma ci troviamo solo a metà del suo lungo percorso; di contro la sapidità vince sulla freschezza, rivelando tutta la potenza del terroir in un’annata dove l’acidità fa leggermente fatica a tener testa. Un sorso che mostra comunque buon equilibrio d’insieme e una materia ben integrata all’alcol; quanto alla persistenza, è davvero lungo, penetrante, ma con garbo e stile.

Tajarin al ragù alla langarola

Vista l’importanza del vino, il piatto non poteva essere da meno, mai come in questo caso ho ritenuto obbligatorio l’abbinamento territoriale. Ho scelto un classico della prelibata cucina di queste colline: “tajarin con ragù alla langarola”; inutile davvero commentare il risultato di questo abbinamento: “Non mi resta che piangere”, ma di gioia fortunatamente.

Andrea Li Calzi

Andrea Li Calzi

È nato a Novara, sin da giovanissimo è stato preso da mille passioni, ma la cucina è quella che lo ha man mano coinvolto maggiormente, fino a quando ha sentito che il vino non poteva essere escluso o marginale. Così ha prima frequentato i corsi AIS, diplomandosi, poi un master sullo Champagne e, finalmente, nel giugno del 2014 ha dato vita con la sua compagna Danila al blog "Fresco e Sapido". Da giugno 2017 è entrato a far parte del team di Lavinium.

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