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I Cesanese che sfidano il tempo: il Vajoscuro di Giovanni Terenzi

 

Giovanni e Armando Terenzi

Bene, iniziamo dalla fine: i vini da Cesanese possiedono un potenziale evolutivo molto più lungo di quanto non si sia ritenuto sino ad ora, e i migliori tra essi possono essere acquistati “in quantità”, per farne cantina, così come accade per denominazioni dalla longevità già apprezzata e riconosciuta.
E’ da tanto che lo pensavamo, dai datati assaggi di Casal Cervino (Massimi Berucci) e Torre del Piano (Casale della Ioria) ancora più datati. La prova decisiva ce l’ha fornita questa verticale di Vajoscuro, per la precisione “Cesanese del Piglio Superiore Riserva Vajoscuro“, proveniente esclusivamente dal vigneto situato nella località omonima: circa 500 metri di altitudine e 2000 bottiglie l’anno per uno dei vini più rappresentativi della denominazione.

Giovanni Terenzi

Tra i cru della famiglia Terenzi, il Vajoscuro è quello che ha bisogno di più tempo per esprimersi al meglio, ma alla fine è anche il migliore, e se ne era già accorto il produttore.
Intorno al 2001 – racconta Giovanni Terenzi – insieme al nostro enologo Roberto Mazzer ci siamo detti che questo era il miglior vigneto di cesanese dell’azienda. Proviene da un appezzamento di terreno che, a dispetto del nome, è molto luminoso, poiché ci batte il sole dalla mattina alla sera. Un vigneto sassoso, dove già venti metri più in basso, dove non ci sono più i sassi, l’uva non viene altrettanto buona“. La vigna è stata piantata nel 1973 a cordone speronato, “e poi – continua Armando Terenziè stata gradualmente rinnovata, pochi filari alla volta, con viti poste a distanza di 90 cm l’una dall’altra anziché 120. Questo ci ha permesso di diminuire la produzione per ceppo, e avere un’uva ancora più buona.
In cantina abbiamo migliorato il controllo della temperatura di conservazione, aumentato il periodo di affinamento in bottiglia da uno a due anni, e ora possiamo proporre sul mercato un prodotto più pronto, con un potenziale di conservazione più lungo
“.
La degustazione verticale ha offerto un’ipotesi evolutiva dei Cesanese del Piglio, che prevede tre distinti stadi di maturazione, che andiamo a declinare:

Vjoscuro 2001-2004

L’affascinante declino
Il Cesanese del Piglio Doc 2001, dall’aspetto quasi limpido, colore rosso granato, abbastanza concentrato ma leggermente trasparente, avendo decantato negli anni parte della sua materia in sospensione. Profumi di ciliegia sotto spirito, prugna secca, sottobosco estivo. Caldo, di media morbidezza ed elevata freschezza al palato, che possiamo tranquillamente definire “acidità”, un tannino setoso, e un’evidente sapidità a condire il tutto. Un finale interminabile, fresco, di sottobosco, di visciole appassite e del loro nocciolo.
@@@@@ 91/100

Il 2003, frutto di un’annata torrida, sempre rosso granato ma più concentrato del precedente. Profuma di visciola nera sotto spirito, di viola passa, di sottobosco, di castagna. Caldo anch’esso, più morbido e meno fresco del precedente. Ottimo prodotto, benché di beva più impegnativa.
@@@@ 87/100

Il periodo interlocutorio
Il 2004: rosso granato concentrato, scuro e lucente, effetto occhiale a specchio. Prugna e visciole appassite in primo piano, poi note di sottobosco umido, humus, funghi porcini e, con l’ossigenazione, sensazione balsamica di eucalipto.
Nel complesso gradevole ed equilibrato al gusto, ma un gradino più in basso rispetto ai due precedenti, forse per via di un’annata meno fortunata.
@@@ 84/100

Vajoscuro 2005-2008

Il 2005: visivamente analogo al precedente, olfattivamente selvatico, di sottobosco, di humus e funghi, sino all’emergere, dopo ossigenazione, di visciole sotto spirito che si fanno pian piano confettura.
Strutturato ed equilibrato al gusto, tannino di buona fattura in evidenza, sapido, sfociante in un finale gradevole, fruttato, evoluto, lungo.
@@@ 85/100

Più asciutto dei due precedenti è il 2006: rosso granato ma leggermente più trasparente, ha olfatto franco, di facile e gradevole interpretazione, floreal-fruttato di violetta candita, di visciola e di prugna secca.
Ha equilibrio in divenire al gusto, dove prevalgono ancora le note tanniche e sapide, coerenti con le impressioni visive e olfattive. Tra i tre vini del periodo di mezzo, il 2006 pare quello con il più elevato potenziale di positiva evoluzione.
@@@@ 86/100

I “giovani promettenti”
Iniziamo ora con un crescendo di vini relativamente giovani e tutti molto ben eseguiti.
Come il 2008, prima annata Docg, di un bel colore rosso rubino tendente al granato, dai profumi di amarena e prugna sotto spirito, dolcemente speziati di vaniglia e balsamici di alloro. Al gusto e caldo, tannico, sapido, abbastanza equilibrato. Il finale è di nocciolo di visciola.
@@@@ 87/100

Vajoscuro 2009-2010

Di colore appena più evoluto il 2009, dove anche i profumi di visciola tendono alla confettura. Poi ritroviamo il sottobosco, il fogliame, i ciclamini e la violetta. Al gusto è più equilibrato del precedente e per questo anche leggermente più evoluto. Il finale è ammandorlato di mandorla d’albicocca.
@@@@ 87/100

Il 2010 è un vero capolavoro in divenire, ma già buonissimo. Concentrato, di colore rubino appena tendente al granato, consistente. Ha profumi franchi e freschi di violetta, di frutti di bosco scuri, di visciola sfranta tra le dita, di lieve vaniglia. Al palato è caldo e di buona morbidezza, corroborata da discreta acidità a dinamizzare la degustazione, il generoso tannino, e l’immancabile sapidità derivante dal terreno, quel “vado oscuro” o “vajoscuro” che dà nome al vino.
Finale ricalcante le sensazioni olfattive, lievemente ammandorlato, indicante una lunga e positiva evoluzione.
@@@@ 89/100

Giudizio finale
Forza crescente, ma insieme con essa anche la precisione, annata 2001 ineguagliata, ma la 2010, e forse anche una tra le immediatamente precedenti, potrebbe superarla dopo positiva evoluzione.

Maurizio Taglioni

Sociologo e giornalista enogastronomico, è direttore responsabile di laVINIum - rivista di vino e cultura online e collabora con diverse testate del settore. Ha curato la redazione dell’autobiografia Vitae di un vignarolo di Antonio Cugini (2007), ha scritto il saggio “Dall’uva al vino: la cultura enologica ai Castelli Romani” in Una borgata che è tutta un’osteria a cura di Simona Soprano (2012), e ha pubblicato la ricerca socio-economica «Portaci un altro litro» - Perché Roma non beve il vino dei Castelli (2013). Collaboratore scientifico del Museo diffuso del Vino di Monte Porzio Catone, porta avanti dal 2009 la ricerca qualitativa volta alla raccolta e documentazione delle storie di vita degli anziani vignaioli dei Castelli Romani, confluita nell’allestimento museale multimediale Travaso di cultura e nell’installazione artistica itinerante Vite a Rendere, per la riscoperta e il recupero delle tradizioni vitivinicole dei Castelli Romani.

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