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“DiVinNosiola” per conoscere un nuovo volto del Trentino

Manifesto DiVinNosiolaLa rassegna “DiVinNosiola” è stato il pretesto per approfondire la mia conoscenza delle numerose valli del Trentino, territorio troppo spesso in questi anni “scavalcato” dai turisti, sia in andata, puntando verso l’Alto Adige o l’Austria, sia al rientro in Italia, stranieri compresi, maggiormente attratti dal Lago di Garda o dalle riviere romagnole e toscane.
La mostra del vino Nosiola, giunta alla sua sedicesima edizione con il “passaggio del testimone” dal suo ideatore Giuseppe “Beppino” Morelli a Verena De Paoli, neo-presidentessa del Comitato Valle dei Laghi, si è rinnovata sia nella denominazione ma soprattutto nella veste, affiancando alle degustazioni e visite in cantina diverse proposte culturali e di trekking, per permettere agli stessi trentini ed ai turisti di riscoprire tradizioni e ambiente a cominciare da Vezzano, Toblino, Santa Massenza, Terlano, così come l’intera Valle dei Laghi, sede principale delle manifestazioni.
L’evento centrale della rassegna è stato il convegno “La Valle dei Laghi, terra della sostenibilità” presso il nuovissimo teatro di Vezzano, dove gli stessi protagonisti di una serie di tentativi di cambiamento o di parziale ritorno al passato hanno cercato di esporre ed approfondire vari aspetti della biodiversità e sostenibilità dell’ambiente e dell’agricoltura di montagna. Introdotta dal giornalista Walter Nicoletti, nella relazione d’apertura Michele Pizzini, medico specialista in scienza dell’alimentazione, comparando le abitudini di vita e d’alimentazione dell’uomo nell’era Paleolitica rispetto a quella Moderna, con una serie di slide sintetiche e molto esaustive ha regalato ai presenti una chiara immagine soprattutto dell'”involuzione” alimentare dell’uomo d’oggi, aumentando il consumo di grassi e carboidrati ma quasi annullando l’assunzione naturale di fibre e vitamine, portando progressivamente il rapporto tra sodio e potassio da 1:5 a ben 2:1: basti pensare ad esempio che una persona in media consuma circa 750 kg di alimenti in un anno, più o meno 1.000.000 di calorie, “ingoiando” però ben 2,5 kg di sostanze estranee agli alimenti, come additivi, conservanti, contaminanti chimici, fitofarmaci e altri prodotti chimici!

Alessandro Poli, Stefano Pisoni e Giuseppe PedrottiIn chiusura Pizzini ha formulato un intelligente invito agli assessori trentini a istituire una Facoltà in Scienza dell’alimentazione mirata allo studio della produzione, analisi e consumo degli alimenti, al fine di cercare di cambiare la mentalità nei consumatori ovvero pensare più seriamente alla prevenzione delle malattie piuttosto che unicamente alla loro cura: potrebbe così nascere un polo tecnologico-produttivo presso l’Istituto Agrario di San Michele, un Centro per la salubrità degli alimenti con un indirizzo di analisi di laboratorio e un innovativo Centro Studi Patologie Alimentari dove studiare e fornire diete mirate ad evitare gravi patologie sempre più diffuse, se pensiamo che il 35% dei tumori sono da imputare all’alimentazione. Riallacciandosi al settore enologico, in particolare alla sempre più importante e vitale conversione delle culture al mondo biologico e biodinamico grazie agli interventi dei giovani vignaioli Alessandro Poli, Stefano Pisoni e Giuseppe Pedrotti, tre dei soli sei produttori del Vino Santo del Trentino, capitanati da Arrigo Pisoni, patriarca dei distillatori trentini, si è avuto un quadro concreto del perché e di cosa significa adottare una viticoltura biologica.

Le bottiglie in degustazioneIl primo ad abbracciare questo “stile di vita” in primo luogo per salvaguardare la propria salute e della sua famiglia, nonché l’integrità del territorio, è stato agli inizi degli anni ’80 Poli. Un avvio difficile, “soprattutto perché si è soli, senza esperienze da apprendere o da condividere con altri vignaioli”, superato sia grazie alla tenacia, determinazione e facendo tesoro degli errori ma soprattutto attraverso veri e propri “viaggi-studio” nel vicino Alto Adige, Piemonte e Toscana alla ricerca di aziende con maggiori conoscenze.
Proprio grazie ad aver ceduto alla curiosità di questi viaggi, anche Stefano Pisoni, il “filosofo del gruppo”, e l’inizialmente scettico papà Arrigo e Giuseppe Pedrotti si sono “convertiti” qualche anno dopo, “colpiti dalla vitalità riscontrata nelle aziende visitate per cercare di sfruttare al meglio le energie che sono presenti da sempre in natura, dando in pratica maggiore importanza e studiando attentamente il mondo che ci circonda, fermandosi un attimo a riflettere, pensando di più al futuro che all’immediato presente”.
Il successivo intervento di Marino Gobber, tecnico dell’Istituto Agrario San Michele all’Adige che ha avviato in collaborazione con la Cantina di Toblino e le Cantine Ferrari di Trento un progetto per una viticoltura sostenibile, ha ulteriormente rafforzato l’importanza di produrre uve sane con l’utilizzo della minore quantità possibile di sostanze chimiche, partendo da un’attenta valorizzazione e utilizzo degli ambienti migliori, sia per la qualità delle uve sia per la minore sensibilità alle malattie, tutelando la biodiversità delle coltivazioni da affiancare alla vite, al fine di mantenere la difesa naturale e, non ultimo, l’aspetto paesaggistico, fatto di geometrie, colori, suoni, indispensabile per la promozione turistica del territorio.
Svariate le tecniche organizzative utilizzate per portare avanti il progetto, dal controllo costante dei vigneti da parte dei tecnici dell’Istituto San Michele per intervenire tempestivamente ai primi accenni di malattia, mantenendo in ogni caso nelle diverse zone alcune viti non trattate per valutare gravità ed entità degli attacchi, basso utilizzo di fitofarmaci a favore di meccanismi di regolazione naturali, nessun diserbo, sostituzione della concimazione chimica con il sovescio, la pratica dell’interramento di apposite colture, come le leguminose, allo scopo di mantenere o aumentare la materia organica del terreno e rallentare i fenomeni erosivi, fino alla coltivazione di nuove varietà clonali maggiormente resistenti alle malattie. Originali e particolarmente interessanti le pratiche per combattere gli attacchi dei parassiti, come la tignola o l’insetto vettore della flavescenza dorata, facendo ricorso ad esempio alla “confusione sessuale” apponendo nelle viti una serie di erogatori di feromone del tutto simile a quello prodotto dalle femmine per attirare i maschi, che sono così disorientati e riescono a trovare le femmine più difficilmente, riducendo così gli accoppiamenti.

Castello di Toblino, panorama sulla Valle dei LaghiNelle considerazioni finali il gruppo di relatori insieme a Elda Verones, direttore dell’Azienda per il Turismo Trento, Monte Bondone e Valle dei Laghi, ha posto l’accento su alcuni punti essenziali per il successo dei concetti di biodiversità, biologico e biodinamico, a cominciare dal fatto che tali pratiche devono essere condivise ed adottate dall’intera comunità di un determinato territorio, poiché è impensabile agire in solitudine, senza condividere esperienze e insegnamenti, ma soprattutto con il rischio che tutti gli sforzi di tutela ambientale vengano vanificati da una confinante pratica di coltura dissennata.
Il ruolo del vignaiolo deve essere inoltre predominante, evitando di praticare questo mestiere così impegnativo e laborioso come secondo lavoro, poiché il biologico necessita obbligatoriamente di maggior cura e tempo da passare nel vigneto o in cantina.
Le relazioni dettagliate e le slide si possono consultare integralmente sul sito www.valledeilaghi.it.
Al termine abbiamo avuto accesso al banco d’assaggio, ricco di 25 bottiglie differenti di Nosiola presentate da 22 produttori, 7 campioni di Vino Santo del Trentino di annata compresa tra il 1997 e il 2002 e ben 13 di Grappa di Nosiola a fianco di un poker di Grappa di Vinaccia di Vino Santo invecchiata negli stessi caratelli in cui viene vinificato l’omonimo prezioso nettare.
La Giuria composta da tecnici, somellier, assaggiatori ed enologi, ha premiato con la Medaglia d’oro la Cantina Pravis con la Nosiola IGT “Le Fratte” 2009 per il territorio della Valle dei Laghi e l’Istituto Agrario San Michele all’Adige-Fondazione Mach con il Trentino Doc Nosiola 2009 per la Valle dell’Adige, mentre per la grappa il riconoscimento è andato alla Distilleria Giovanni Poli di Santa Massenza. Personalmente, considerata l’autenticità e la finezza e la pulizia dei prodotti, ho particolarmente gradito i vini e i distillati dell’azienda Francesco Poli, in particolare il Nosiola “Maiano Bianco” 2007, frutto di una vendemmia tardiva e leggero passaggio in legno d’acacia, e il Vino Santo Trentino Doc 1999.

Le cantine storiche dell'Istituto Agrario S.MicheleIl “tour educational” promosso nei giorni precedenti dalla Trentino SpA, condotto in maniera impeccabile da Sabrina Schench e Federica Schir, ci ha regalato un’approfondita panoramica dell’attuale realtà enogastronomica del Trentino, a cominciare dall’Istituto Agrario San Michele all’Adige, ribattezzato dal gennaio 2008 Fondazione Edmund Mach, un complesso dalle molteplicità attività e obiettivi, non ultimo la produzione di ottimi vini frutto della parziale vinificazione dei 60 ettari di vigneto, in buona parte destinata ai vitigni autoctoni e sperimentali. Al termine della visita delle cantine dell’Istituto, un sapiente mix di strutture moderne a fianco degli interrati storici risalenti a inizio ‘900, con l’enologo Enrico Paternoster, recentemente insignito al Vinitaly della Medaglia di Cangrande ai Benemeriti della viticoltura italiana, si è passati dalla teoria alla pratica, degustando l’annata 2009 dei loro Pinot Bianco e del Pinot Grigio della linea “Istituto Agrario”, entrambi con un’impronta molto personale e importante, sia nei profumi sia nella materia, frutto di uve molto mature ma altrettanto fresche, derivanti da vigneti singoli ad altitudini attorno ai 350 metri soggetti a selezione massale. A seguire una mini-verticale di Monastero Trentino Rosso doc, annate 2003-2004-2009, a base di cabernet franc di varie selezioni clonali, vitigno che a detta di Paternoster ha origini in Trentino agli inizi del ‘900 ma che è stato soppiantato in massa negli anni ’50 dal carmenere, al punto che ancora oggi la maggior parte dei vitigni in Italia definiti di cabernet franc in realtà sono coltivati con il vitigno francese.
I vini degustati da ZeniIn effetti in tutti e tre i vini degustati la percezione di erbaceo è davvero quasi inesistente, al contrario di una buona morbidezza, eleganza e sensazione avvolgente in bocca, in particolare per il 2004, freschezza che in ogni caso non manca anche nel 2003, completata da sentori di frutta fresca e spezie fini. Tappa successiva dall’Azienda Agricola Zeni e all’omonima distilleria a Grumo, dove il legame con il vicino Istituto Agrario è vivo fin dalle origini, in quanto i titolari, i fratelli Roberto e Andrea Zeni, iniziarono a imbottigliare le prime bottiglie quando erano ancora studenti a San Michele.
L’attuale produzione aziendale è incentrata sulla coltivazione e vinificazione del Teroldego Rotaliano, cui sono stati destinati 5 dei 20 ettari di proprietà, posti sul Campo Rotaliano, zona vocata ricca di ciottoli e sabbia provenienti dalla Val di Sole e Val di Non trasportati a valle dal Torrente Noce, seguendo una filosofia biologica basata sul rispetto del territorio, monitorato quotidianamente per intervenire al bisogno con prodotti biodegradabili o mediante “confusione sessuale” per combattere i parassiti.
Abbiamo apprezzato i sentori di cacao e confettura e la buona freschezza del Pini Teroldego 2005, una “diversa” interpretazione data dall’utilizzo di uve appassite per circa tre settimane in cassette, seguito da un passaggio in legno per un paio d’anni. Ottima bevibilità per il Rossara 2009, vino autoctono della tradizione contadina; fruttato e amabile il Trento Doc Maso Nero Rosè 2005, in percentuali quasi identiche di chardonnay e pinot nero, tra le novità aziendali insieme all’Ororosso 2006, un vino da meditazione da uve di teroldego raccolte a settembre e lasciate appassire fino a Natale, con singolari sentori freschi di ciliegia “yougurtata”. Di primo piano l’attività di distillazione, con alambicco e locale di affinamento della grappa rinnovati completamente una quindicina d’anni fa con l’obiettivo di annoverare tra i prodotti aziendali una grappa di teroldego invecchiata in legno per 20 anni contro i 10 attuali.

Un tralcio di carmenèreCantina nobiliare, immersa in un affascinante parco millenario dove alberi e flora alpine crescono incredibilmente a fianco di una vegetazione tipica mediterranea, la Tenuta San Leonardo da oltre duecento anni è di proprietà della famiglia Guerrieri Gonzaga. Ad accoglierci il marchese Anselmo, che con caparbia e signorilità sta portando avanti un discorso enologico intrapreso dal padre Carlo attraverso numerosi viaggi e esperienze maturate in Francia e in Toscana, facendo tesoro dei consigli di un grande esperto di vitigni internazionali cabernet e merlot come il dottor Giacomo Tachis. La storia di questi secoli si respira a pieni polmoni attraversando la tenuta di 300 ettari di cui 25 coltivati a vite, visitando il museo contadino dove sono custoditi documenti e attrezzi che testimoniano la fervida attività lavorativa in questa azienda, fino ad arrivare alla cantina di vinificazione e di affinamento dei vini, moderna ma essenziale, priva di fronzoli, costruita una decina d’anni fa sotto un giardino all’italiana.
Il giovane cantiniere Antonio Benvenuti e l’enologo Carlo Ferrini ci hanno introdotto nel mondo del carmenère, vitigno principe aziendale con nuovi impianti a pergola semplice fianco degli storici ultracinquantenari, iniziando la degustazione con classico taglio bordolese al 50% con il merlot del Terre di San Leonardo 2005, passando al Villa Gresti 2005 in cui la percentuale di carmenère sale fino al 90%, con fermentazioni con lieviti naturali indigeni di 18-20 giorni in vasche di cemento vetrificate senza un controllo ferreo delle temperature, fino al blasonato San Leonardo 2004 (60% merlot-30% carmenere-10% cabernet sauvignon), di grande eleganza, finezza e persistenza.

Il direttore della Cantina d'Isera Fausto CampestriniNon poteva mancare la visita a un paio di cantine sociali, realtà molto importante della regione, sulla falsariga dell’esemplare Alto Adige. Presso la Cantina d’Isera, realtà di 220 soci per complessivi 240 ettari vitati, il direttore Fausto Campestrini ci ha riassunto gli alti e bassi della centenaria cantina, messa in ginocchio una prima volta dalla crisi del 1931, bissata agli inizi degli anni ’70 a causa di un’errata gestione amministrativa e salvata in extremis da un ristretto gruppo di soci che misero i loro beni personali a garanzia dei crediti bancari. Il vitigno principe in questo caso è il Marzemino d’Isera, vitigno storico risalente alle zone caucasiche, poco produttivo, che non si presta alla pergola bensì al cordone speronato, che tra le sue particolarità è carente di magnesio con il rischio di una mancata maturazione ed appassimento anticipato dell’uva, scongiurato grazie all’intervento in vigneto con concime fogliare a base di magnesio.
Altra particolarità, il vino, caratterizzato da tannini e acidità deboli, non teme l’ossidazione, anzi deve essere soggetto a frequenti microssigenazioni per preservarne il frutto e la freschezza. Interessante la longevità di questo vino, verificata confrontando il Marzemino d’Isera dell’ultima annata in commercio, il 2007, con quella del 2003, annata calda di cui ha beneficiato l’uva, regalando un prodotto ancora integro, con netti sentori di frutti rossi, ciliegia, senza nessun segno di evoluzione.
Prodotto di nicchia della cantina, il Rebo 2007, prodotto in 5-6.000 bottiglie da 3 dei 15 ettari di questo vitigno autoctono coltivati in Trentino, affinato per 18 mesi in barrique nuove dopo una settimana di macerazione sulle bucce, con profumi speziati, vaniglia e tannino poco marcati, discreta eleganza.

Maso FranchUn’altra realtà cooperativa legata al territorio, anche se non solo trentino, dove conta ben 1480 soci distribuiti in 1550 ettari vitati, poiché dispone di terreni e aziende in diverse regioni italiane, prima tra tutte la Toscana, la Cantina Lavis da diversi anni opera una politica di recupero e restauro di testimonianze del passato contadino.
L’ultimo esempio in questo senso il Maso Franch, nel comune di Giovo all’inizio della Valle di Cembra, territorio vocato per i vini bianchi, un tempo utilizzato come deposito delle attrezzature agricole e ricovero invernale del bestiame, oggi trasformato in ameno Relais, fresco vincitore del Premio Stanze d’Italia, associato a una raffinata cucina del territorio. In questa atmosfera bucolica abbiamo assaggiato i Trento Doc Tridentum 2005, il ricco e singolarmente aromatico Nosiola “Maso Rosabel” 2008, il Pinot Nero “Ritratti”, imbottigliato per la prima volta nel 2003, e il passito Mandolaia, una cuvée di uve di riesling, traminer, sauvignon e chardonnay fatte appassire naturalmente sulla pianta poche centinaia di metri dal Maso stesso.
Il nostro excursus gastronomico si è infine completato presso la Casa del Vino della Vallagarina, una cooperativa di una trentina di produttori di vino e alimenti che vengono proposti in deliziosi quotidiani abbinamenti nelle quattro sale del Palazzo de Probizer di Isera: un prezioso esempio di valorizzazione e diffusione del territorio e dei suoi prodotti che andrebbe imitato in ogni parte della nostra inimitabile penisola, con artistiche fotografie in bianco e nero dei produttori appesi alle pareti e le caratteristiche e indicazioni delle loro aziende e prodotti ripresi nelle voci del menù che cambia quotidianamente in base alla disponibilità dei prodotti.

Luciano Pavesio

Esordi giornalistici nel lontano 1984 nel mondo sportivo sul giornale locale Corriere di Chieri. La passione per l’enogastronomia prende forma agli inizi degli anni ’90 seguendo la filosofia e le attività di SlowFood. Ha frequentato corsi di degustazione e partecipa a numerosi eventi legati al mondo del vino. Le sue esperienze enoiche sono legate principalmente a Piemonte, Valle d'Aosta, Alto Adige e Friuli. Scrive e collabora a numerose riviste online del settore; è docente di corsi di degustazione vino ed organizzatore di eventi.

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