Il Barolo Cerretta 2017 di Mauro Sebaste

Anche questo Barolo 2017 di Mauro Sebaste del “cru” Cerretta in Serralunga d’Alba, come il Brunello di Montalcino 2017 del Podere Soccorso dei Tiezzi, è una vera, gradita, sorpresa, oserei dire un’altra pietra miliare dell’enologia, ma in questo caso delle Langhe, proprio perché frutto di un’annata che sarà ricordata a lungo per l’andamento climatico fin troppo caldo e in modo particolare per le scarsissime precipitazioni, con il conseguente forte stress idrico che ha accelerato i tempi di maturazione delle uve.
Mezzo secolo fa, quand’ero ragazzo, infatti, l’agrotecnica e l’enologia erano diverse da quelle di oggi e predominava la natura nella simbiosi tra le componenti che fanno eccellente un vino e cioè terra, sole e genio del vignaiolo e dell’enologo.
Con le pratiche e i mezzi di allora era difficile, infatti, fare ogni anno un grande vino e ciò poteva accadere soltanto nelle annate cosiddette eccezionali o perlomeno ottime. Il sopravvento della componente naturale ha portato perfino a dei pregiudizi durante le valutazioni. Troppo spesso si confondeva la valutazione dell’annata delle uve, che poteva essere fatta immediatamente già durante le analisi chimico-fisiche delle uve consegnate alla cantina, con quella delle annate dei vini, che sono cosa diversa perché le valutazioni della qualità dei vini di una determinata annata rispetto ad altre si possono fare soltanto a vino almeno maturo e già commerciato.

Con i primi dati che uscivano a settembre sulle uve incominciava quella che chiamo una brutta avventura per il vino. Brutta, sì, perché decidevano le fortune o la disfatta di un vino dai primi commenti dei tecnici sullo stato delle uve prima ancora della fine della sua maturazione in cantina. Gufi in Italia ne abbiamo sempre avuti in abbondanza, ma qualcuno è diventato pure presidente nazionale degli enologi e ha rilasciato dichiarazioni pesanti e penalizzanti sull’intero lavoro di un anno in certe vendemmie come la 2017 prima ancora che il neonato vino compisse l’infanzia in acciaio, l’adolescenza nei legni adatti, la maturazione e l’affinamento per mettere infine i pantaloni lunghi e lasciare l’azienda per le enoteche e finalmente il mercato. Cioè soltanto molto tempo dopo per i grandi vini come il Barolo che dopo pochi mesi e spesso anche dopo alcuni anni possono soltanto mostrare alcune promesse, ma non mostrano certo la piena maturità e non ancora il proprio valore.
Ci ricordiamo tutti senz’altro dei frettolosi pregiudizi di due decenni fa che glorificavano incondizionatamente l’annata 1997 definita addirittura la migliore in assoluto del secolo scorso anche per il Barolo, un osanna corale che ha riempito le pagine dei giornali almeno per tre o quattro anni. Eppure già dopo sei anni, quando avevo incontrato il prof. Luigi Cabutto, allora sindaco di Grinzane Cavour, all’Enoteca regionale del Barolo nella cantina del castello Comunale di Barolo mentre con il Collegium Vini di Cracovia ci era stato concesso di visitare anche i piani superiori dove poi nel settembre 2010 è stato inaugurato anche il Museo del Vino, qualcuno aveva già incominciato ad arrossire e a ricredersi nel degustare insieme con lui e con la signora Cristiana dell’enoteca gli eccellenti Barolo del ’96 e del ’99, tutti vini che sembravano già allora addirittura migliori del tanto riverito ’97. Insomma, dove sta la verità?

Da quella volta ho capito, per dirla proprio con lui, con il figlio della titolare della mia trattoria preferita a Gallo d’Alba, la Locanda del centro che non c’è più , che “non esiste il Barolo perfetto a priori, ma esiste il Barolo ideale per ogni occasione: spingiamoci oltre il calice e scopriamo perché il Barolo può essere diverso al naso, alla vista e anche al gusto, ma non in qualità“. Anche nelle annate torride, siccitose, con picchi prima sconosciuti di calura, ma che diventeranno ormai le abituali annate dei prossimi decenni a causa del surriscaldamento del pianeta. Gli agrotecnici e gli enologi che si sono dati da fare come non mai proprio nel 2017 hanno dato il meglio di sé per produrre vini di alto livelli e alcuni ci sono perfino riusciti, indicando a tutti gli altri la nuova strada da seguire nei prossimi anni, in campo e in cantina.
Giudicate voi stessi con quali problemi hanno avuto a che fare in quell’anno. L’inverno era stato mite con poche nevicate, mentre la primavera era stata contraddistinta da alcune piogge in presenza di temperature sopra la media stagionale che avevano ulteriormente favorito l’anticipo dello sviluppo vegetativo della vite che si era mantenuto per tutto il prosieguo della stagione. A metà del mese di aprile in tutta la penisola si era registrato un brusco abbassamento delle temperature, specialmente nelle ore notturne, causando enormi danni da gelo anche nelle Langhe, come le grandinate del 15 Aprile e la gelata del 18 Aprile che aveva però interessato maggiormente i fondovalle e le parti più fresche dei versanti collinari.
Nel mese di maggio era arrivato un lungo periodo di bel tempo dovuto al passaggio di numerosi anticicloni e la situazione meteorologica si era stabilizzata, garantendo ottime condizioni per quanto riguarda l’aspetto fitosanitario per il quale non si segnalavano particolari problemi legati alla gestione dei vigneti. Sembrava tornato tutto normale e invece le temperature massime registrate durante i mesi estivi sono state sopra la media come del resto in tutta Italia anche se, a differenza di altre località (ricordo a Montalcino per diversi giorni di fila picchi di 41 gradi a quasi 600 metri d’altezza e di 43 gradi, anche 44, appena sopra i 250 metri presso il basso corso dell’Orcia), invece nelle Langhe le notti sono state più fresche.

Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre le tanto attese piogge avevano versato appena 25 mm di acqua che erano però serviti a riequilibrare almeno in parte la dotazione idrica degli acini che erano ormai abbondantemente invaiati. A partire dalla prima settimana di settembre però le temperature erano scese sensibilmente risultando più fresche di quelle medie registrate negli ultimi 6 anni e si poteva notare un andamento più vicino alle medie stagionali. Gli sbalzi termici erano davvero importanti tra il giorno e la notte, quelli che aumentano i profumi del vino, infatti ne ha guadagnato il profilo polifenolico delle uve a bacca nera a ciclo vegetativo medio/lungo, come nebbiolo e barbera, che hanno mostrato valori migliori sia in termini di quantità, ovvero di accumulo di antociani e tannini, sia in termini di estraibilità, fattore quest’ultimo essenziale sui vini destinati a lunga maturazione nel tempo.
Dal punto di vista della durata del ciclo vegetativo completo della vite che, seppure anticipato, è comunque stato in media di 185 giorni, mentre nelle altre annate simili si aggirava attorno a 170 contro i 200 delle annate considerate tardive, quindi in una normalità media che ha permesso alle viti di compiere lo sviluppo completo. Per quanto riguarda i principali componenti del vino, le gradazioni alcoliche non sono fuori dalla media, la vendemmia è stata una delle più precoci degli ultimi anni, visto che la raccolta dei nebbioli è iniziata nella seconda decade di settembre e si è conclusa all’inizio di ottobre, con un anticipo di circa due settimane rispetto alla norma, ma con valori nella norma. Inoltre si è registrato un buon livello di pH, mentre l’acidità totale è risultata inferiore, riduzione da ricondursi a una minore quantità di acido malico che comprova l’ottimo grado di maturazione dei frutti. Si sono rilevate rese di produzione inferiori dal 30% al 40%, in linea con un’annata di precipitazioni scarse, con grappoli che alla raccolta hanno presentato acini turgidi con una percentuale mosto/bucce nella media.
Altro che la tragedia annunciata dal gufo di cui sopra che ne aveva recitato addirittura il de profundis dichiarando pubblicamente che ”parlare di questa stagione mi mette tanta tristezza”! In base a quanto invece è stato rilevato penso che si possa ricordare quest’annata per vini di grande potenziale nonostante i timori di inizio estate e questo conferma ancora una volta la grande capacità di adattamento della viticoltura nelle colline delle Langhe, grazie al gran lavoro in vigna, a un’azzeccata quantità fogliare delle viti, a una minore quantità di vegetazione tra i filari e a un’uva di eccellente sanità con pochissimi problemi di oidio e peronospora.

Barolo “Cerretta” 2017
Mauro Sebaste con questo suo grande impegno in campo in un’annata che ha messo tutti a dura prova offre un vino molto godibile e integro nel calice, senza esuberanza alcolica e senza la prevedibile secchezza, anzi con una struttura più gentile del solito nell’estrazione, come piace a me che, di solito, preferisco il Barbaresco.
Cerretta è un ”cru” storico che comprende tre vigne di nebbiolo nell’agro del Comune di Serralunga d’Alba su terreno calcareo e ricco di ferro che, dopo il diradamento estivo dei grappoli, vengono vendemmiate in ottobre. L’uva viene raccolta manualmente in cassette forate da 25 kg e dopo un’ulteriore selezione manuale su tavoli vibranti viene sottoposta a una pressatura soffice. Fermentazione con rimontaggi giornalieri. Il contatto con le bucce si protrae 12-16 giorni in vasche di acciaio termoregolate con sistema automatico e computerizzato di rimontaggi e follature. Una volta completata la malolattica, il vino matura in carati da 400 litri di rovere francese di Allier per 36 mesi, quindi viene assemblato e rimane in affinamento in botte almeno 6 mesi prima dell’imbottigliamento e della messa in commercio. Ha un tenore alcolico del 14,5%.
Nel calice il colore è rosso rubino intenso con riflessi aranciati. All’attacco un profumo di funghi porcini e ciliegie sotto spirito con un sorprendente effetto empireumatico apre un bouquet di aromi eterei di sottobosco e rosa appassita che conferma il sapore di ciliegie sotto spirito a cui aggiunge sfumature di macis e tartufo bianco. In bocca è estremamente armonioso e morbido, equilibrato, con una struttura solida come un polso di ferro ma con il guanto di velluto e un’eccellente tannicità molto ben levigata che gli consente un lunghissimo ulteriore affinamento in bottiglia (da 15 a 20 anni). Il finale è lungo, emerge la mandorla bianca dei confetti da sposa e il goudron. Suggerirei di servirlo in calici molto ampi alla temperatura di 18°C, ma resiste bene anche alla temperatura ambiente. È un vero re in tavola e può accompagnare perfettamente tutto un pasto dagli antipasti ai primi piatti di terra fino alle pietanze più gustose a base di carni rosse o selvaggina ed è ottimo anche con i formaggi stagionati.
Mario Crosta
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