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Per il terzo anno consecutivo l’Associazione Grandi Cru della Costa Toscana ha organizzato l’appuntamento annuale di degustazione per poter saggiare lo stato evolutivo di una vecchia annata, nello specifico la vendemmia 1999. Il titolo di questo articolo riproduce il testo adottato per presentare la degustazione. Io mi sono limitato ad aggiungere il punto interrogativo finale che comprenderete meglio se avrete la pazienza di leggere le mie note fino in fondo. Una triplice premessa. Innanzitutto mi è dispiaciuto di non essermi proposto, prima dell’inizio della degustazione, per ricordare il Maestro Edoardo Valentini scomparso la sera prima. Mi aspettavo, forse, fosse qualcun altro a farlo. Ciò non mi giustifica, avrei potuto ed, anzi, avrei voluto farlo io. In secondo luogo non penso sia stata felice da parte dell’organizzazione l’idea di non disporre, come l’anno scorso, i campioni per aree geografiche ma in maniera del tutto casuale. In questo modo oltre a trovarsi l’uno a fianco all’altro campioni di assoluta diversità stilistica si sono accostati terroir e vitigni molto spesso così differenti tra loro da disorientare qualunque degustatore, anche il più preparato. In ultimo non mi ha fatto piacere aver fatto la parte, durante i commenti del post-degustazione, del “bastian contrario”, di quello che vuol essere a tutti i costi fuori dal coro e controcorrente. E’ un ruolo che non mi si addice e che lascio volentieri ad altri.
Mi riferisco al Sassicaia che nel mio personalissimo tabellino di degustazione è rimasto nella parte medio bassa della classifica mentre la maggior parte dei degustatori l’ha piazzato al primissimo o comunque nelle primissime posizioni. La degustazione si svolgeva alla cieca per tutti, quindi due sono i casi: o la maggior parte dei degustatori è più capace di me nel saper riconoscere “un grande vino”, oppure più semplicemente si tratta di un mio mancato coinvolgimento emotivo non tanto verso il Sassicaia in sé ma verso tutti i vini base cabernet e/o merlot, anche quelli prodotti nella mitica Bordeaux.
Partendo da questo secondo presupposto devo riconoscere di essere stato, in generale, molto basso e penalizzante in tutti i miei punteggi e di aver relativizzato il mio giudizio sul Sassicaia rispetto a quello sulle altre etichette in degustazione. Infatti mi sono accorto che i miei punteggi più alti o comunque premianti erano andati a vini da uve sangiovese, in purezza o in uvaggio, con caratteristiche ben diverse. Considerato che il sangiovese non sembrerebbe a Bolgheri, ad esempio, affatto a suo agio, ecco spiegata la mia incapacità valutativa di cui al punto uno che potrei in questo senso riassumere, e meglio, come una mia incapacità a riconoscere “un grande vino” di taglio bordolese. Fatto sta che è stata anche la maggiore vivacità di altri campioni, comunque base cabernet e/o merlot, a portarmi ad una valutazione di questo tipo.
Il Lupicaia mi sembrava, sempre per fare un esempio, decisamente più fresco ed interessante. A questo punto per evitare di riportare una serie di giudizi troppo soggettivi preferisco raccontare la degustazione cercando di evidenziare in primo luogo quale sia stato il giudizio che ha raccolto più consensi e solo in seconda battuta quelle che sono stata le mie personali impressioni.
Del Sassicaia ho già detto: un vino unanimamente votato sopra i 90/100 tranne che da me ed altre rarissime eccezioni. Un mio carissimo amico e da me stimato degustatore ha addirittura voluto pubblicamente esprimere il proprio coinvolgimento emotivo nel degustare quel campione di classe ed eleganza. Io per i miei gusti ci ho trovato al naso delle note erbacee un po’ troppo evidenti, confermate da una sensazione verde al palato che se da un lato può essere ritenuta ancora un peccato di gioventù, dall’altro, insieme ad una certa assenza di carattere che ho, invece, ritrovato in altri campioni, mi ha fatto collocare questo vino fin dall’inzio in un limbo dal quale non sono più riuscito a tirarlo fuori. Non mi è sembrato, inoltre, un mostro di freschezza dal punto di vista dell’acidità pura.
C‘è, invece, stata, più o meno, convergenza di opinizioni tra i miei giudizi e quelli della maggioranza presente in sala su altri campioni blasonati: Paleo Rosso di Le Macchiole, Grattamacco di Collemassari e Lupicaia di Castello del Terriccio. A questi tre vini sono andati tra i miei punteggi più alti.
Grattamacco continua, anche dopo l’uscita di scena di Meletti Cavallari, ad essere tra i vini più originali ed affidabili del bolgherese. Un vino dall’impostazione seria, minerale, per nulla ruffiana, difficile da approcciare per le sue note iniziali di riduzione, carnose ed animali allo stesso tempo. Il Paleo, pur non offrendo un naso particolarmente espressivo e che pur accenna ad una complessità non comune, è al palato che mostra una marcia in più, con un attacco decisamente sapido e molto lungo nel finale. Lupicaia è il più facile, forse, dei tre. Mostra un equilibiro già piuttosto definito e sottolinea un rovere più presente. Il quinto vino a destare una certa unanimità di consensi postivi è stato il Tenuta di Valgiano. Su questo vino (proprio di questa annata) preferisco non ritornare più avendo espresso nel corso degli ultimi anni una serie di giudizi altalenanti. La mia scheda appositamente compilata e debitamente firmata in occasione della degustazione parla per me: generoso nel commentare il profilo di fiori e di bacca in confettura, un pò meno nel punteggio.
Si entra a questo punto in un fascia medio bassa o alta ed è solo una questione di sfumature soggettive che penso possa essere compensata dalla note di degustazione dei singoli vini. Grotte Rosse di Salustri è un vino dal profilo evoluto ma ampio. Il naso inizialmente impenetrabile lascia pian piano spazio a note carnose ed ematiche con qualche accenno balsamico e vaghi ricordi del rovere. Un vino piacevole da bere adesso. Il Varramista di Fattoria Varramista non si discosta molto dal vino che lo ha preceduto (ancora carne e sangue) aggiungendo, forse, un tocco di mineralità ferrosa in più al naso e scontando una minore lunghezza al palato. Il Capatosta di Poggio Argenteria, dopo un’ostica fase di chiusura iniziale si apre lentamente su note animali e rimane poco decifrabile. Al palato non lancia segnali che aiutino a chiarirne l’effettiva capacità espressiva. Il campione numero “4” ha destato non poche perplessità. Dopo una prima bottiglia inficiata dal tappo, un seconda continuava, secondo alcuni, ha presentare problemi di natura diversa ma pur sempre di pulizia olfattiva. A me non è dispiaciuto affatto. Si trattava del Vignalta di Badia di Morrona. Il Rosso delle Miniere di Sorbaiano presentava ancora una volta un naso problematico, difficile, anche se in questo caso più interessante. Al palato il tannino sembrava un pò verde ed aggressivo. Il San Lorenzo di Sassotondo, ciliegiolo in purezza, non poteva, invece, passare inosservato per l’intensità dei profumi quasi cosmetica avvertibile al naso. Io l’ho imputata ad un uso più disinvolto del rovere con quei ricordi di cioccolata e mon cherì. L’ho piazzato, in ogni caso e come i più, nella fascia media della classifica. A seguire un’altra bottiglia che mi ha ghettizzato nella solitudine del mio giudizio: Gualdo del Re dell’omonima azienda in provincia di Livorno dopo una innegabile scompostezza iniziale, a mio parere, guadagnava terreno e profondità. Al palato confermava, sempre secondo me, un buona sapidità e lunghezza. Come già detto il mio apprezzamento è rimasto isolato. Il Castellaccio di Uccelliera si discostava da tutti gli altri campioni per un frutto molto più presente e surmaturo. Io non amo questa tipologia di vini. Posso essere d’accordo con chi l’ha premiato quanto a personalità e carattere, un pò meno sulla validità organolettica di un’interpetrazione del frutto così spinta. I Renai di San Gervasio non mi ha convinto, invece, per un profilo decisamente dolce e roverizzato ma soprattutto per il tannino verde, piuttosto secco ed asciugante. Il Cercatoja di Fattoria del Buonamico ha avuto la “sfortuna”, si fa per dire, di essere finito nel bicchiere “sbagliato”. Vale a dire quello subito dopo il Sassicaia. Al suo naso accennato, delicatamente vegetale, ha fatto eco un palato ben più espressivo ed apprezzabile. Il giudizio molto positivo è stato pressoché unanime. L’Avvoltore di Moris Farm non ha entusiasmato ma non ha demeritato. Più composto e leggermente appiattito dal rovere ha dovuto faticare per ritrovare consensi. Il tannino sicuramente esuberante non l’ha aiutato. Il Cavaliere di Michele Satta è un vino che divide a priori. Da un lato qualche segnale sicuramente più evoluto, dall’altro anche una certa eleganza non comune. La Regola di Podere La Regola ha dovuto invece lottare per molti minuti per uscire dai segnali di riduzione iniziali. Sentori di fiori passiti hanno disegnato un quadro molto piacevole da un lato ma un pò monocorde dall’altro. Sulla distanza ha, però, guadagnato molto anche in termini di punteggio. Il Petra dell’azienda omonima riesce a confondere, come l’anno scorso, un po’ tutti. Da un lato un’esecuzione molto attenta e curata con i soliti indizi che richiamano la tostatura del rovere, come il caffè, e che lo rendono un pò monocorde. Dall’altro risulta scomposto e scollegato al palato. Il Veneroso di Tenuta di Ghizzano è stato ritenuto non giudicabile perchè le bottiglie non sembravano essere del tutto a posto per problemi di conservazione non meglio chiariti. Io gli ho dato un punteggio senza infamia e senza lode: erbaceo, maturo al naso ed un tannino altalenante al palato. La Vigna di Gragnano di Poggio de’ Paoli non ha raccolto certamente plausi ma io ho avvertito una vitalità di apprezzabile intensità. Speziatura lievemente erbacea ed una freschezza quasi agrumata mi hanno fatto propendere per una valutazione molto più generosa rispetto a tutti gli altri. Ultimo campione che evidenziava ancora qualche problema. Si trattava del Cabernet della Fattoria Montechiari che non mi sembra abbia vissuto uno dei suoi giorni migliori.
Conclusione: un 1999 che più delle conferme mostra il suo vero volto districandosi, come sempre accade, tra luci ed ombre. Un “grande” Sassicaia per molti, per tutti ma non per me.
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