Bevibilità e Versatilità: denominatore comune del Bardolino e del Santa Maddalena

Bardolino e Santa Maddalena, un incontro cromatico e di intenti. Questa la scelta di Franco Cristoforetti e Josephus Mayr, rispettivamente presidente dei Consorzio di Tutela del Bardolino il primo e del Consorzio S. Maddalena il secondo, che in occasione della due giorni di dicembre 2019, dedicata al Bardolino Cru e al Chiaretto che verrà – vini simbolo della sponda orientale del lago di Garda – hanno organizzato la degustazione di dodici etichette di Bardolino (due per sottozona, dal 2018 al 2014) e St. Magdalener Classico (dal 2018 al 2006).
Una degustazione che non vuole assolutamente comparare le due denominazioni, ma tracciarne le linee comuni, soprattutto rendendo leggibile la bevibilità e la versatilità di queste due realtà vitivinicole, spesso sottovalutate e trascurate.

La scelta di presentarli insieme è nata prima di tutto per vicinanza cromatica, ma anche per il lavoro di ricerca che entrambi stanno svolgendo sulle caratterizzazioni stilistiche e sulla territorialità.
Stile idealmente comune, vini gastronomici e di grande bevibilità, sono anche vini che si difendono bene nel tempo, dotati di discreta longevità vista la loro sapidità e freschezza.
Un doveroso approfondimento sugli obiettivi che il consorzio di Tutela del Bardolino si è posto, ovvero una nuova valorizzazione dei cru del Bardolino, con la ripresa e valorizzazione delle tre sottozone distintive di La Rocca, Montebaldo e Sommacampagna; già a fine Ottocento si conosceva l’esistenza di queste tre sottozone, individuate dai commercianti di vino nel 1825 e poi descritte da Giovanni Battista Perez nel 1900, quando il vino della sponda veronese del Lago di Garda aveva un valore al pari dei vini francesi.

I vini di queste sottozone sono prodotti con il limite massimo di 80% di corvina, includendo una piccola parte di corvinone e il 20% da rondinella. Sottolinea Cristoforetti: “In nessun vino delle sottozone si trovano i vitigni complementari (come cabernet e Merlot); dopo 12 anni di questa deviazione i produttori hanno capito che l’identità era ritrovabile con i vitigni propri del territorio. La molinara è quasi sparita, ma ad ogni modo si usava molto negli anni ’80 del 1900, perché dava vini pronti e facili da bere, ma è sostanzialmente un ‘uva neutra. Nel percorso delle sottozone, i vini devono affrontare un affinamento minimo di 1 anno perché hanno bisogno di assestarsi. Assenza assoluta di appassimento il che consente di esaltare la sapidità dei suoli che essendo di origine glaciale, ha molto sodio disciolto”.
Dodici le referenze messe in campo durante la degustazione condivisa, sei vini del Bardolino e altrettanti del Santa Maddalena, si è iniziato con i vini gardesani, anteponendo una puntuale descrizione sulla sottozona di appartenenza.

Sottozona Montebaldo:
La sottozona Montebaldo comprende le porzioni dei cinque comuni di Affi, Caprino Veronese Cavaion Veronese, Costermano sul Garda e Rivoli Veronese ricadenti all’interno della zona della doc Bardolino; è la parte di territorio più interna, rivolta verso nord, ai piedi del Monte Baldo, caratterizzata da altitudini medie più elevate e dalla presenza di rilievi quali il Monte Moscal e la Rocca di Rivoli. Comprende la piana fluvioglaciale che separa i due apparati morenici del Garda e dell’Adige, per cui ha una maggiore piovosità, notevoli escursioni termiche legate al Monte Baldo e ai venti Peler (che soffia da Nord a Sud la mattina), all’Ora (che spira da Sud a Nord nel pomeriggio) e ai venti notturni della Gardesana. Tra i marcatori principali che differenziano i vini di questa sottozona ritroviamo in prevalenza, a livello di frutto, la fragola, mentre come spezie i chiodi di garofano.
Il Bardolino Classico 2018 di Le Tende (Montebaldo) si presenta snello e slanciato, con una spiccata acidità, ha sentori fruttati di fragola e una speziatura delicata di pepe;
Il Bardolino Classico 2017 Morlongo di Vigneti Villabella (Montebaldo) esprime una speziatura più importante, emergono note di china e chiodi di garofano a cui seguono accenni fruttati di ciliegia e di erbe mediterranee; senza dubbio un vino più asciugante e complesso al palato.

Sottozona La Rocca
La sottozona La Rocca comprende le porzioni dei territori comunali di Bardolino, Castelnuovo del Garda, Garda, Lazise, Peschiera del Garda e Torri del Benaco ricadenti all’interno della doc Bardolino. Occupa la riviera gardesana e il suo primo entroterra, sulle colline moreniche più fini, vicine al lago, e su quelle medio-recenti, interne. Questa zona era riconosciuta come distretto di Bardolino, che era rappresentativo della Rocca di Garda. Siamo sull’ultima cerchia delle colline moreniche, quest’area è caratterizzata a nord dalla presenza del colle della Rocca e del monte Luppia e – secondo la classificazione descritta dal Perez nel 1900 – corrisponde nella sostanza a quella che veniva chiamata la “Plaga Gardense”. Sul colle che dà nome alla sottozona sorgeva in epoca altomedievale il castello della Rocca di Garda, che diede il proprio nome all’intero lago, precedentemente chiamato Benaco. Dai vini di questa sottozona ci dovremmo aspettare note di lampone come espressione fruttata e cannella come spezia; oltre a un colore che vira più verso il granato.
Il Bardolino 2015 di Giovanna Tantini (La Rocca) che viene dalla zona di Castelnuovo più pianeggiante, ha un bello spettro sapido, si avvertono piacevoli note fruttate di ciliegia e frutti di bosco; è lungo e coinvolgente al palato, un vino goloso.
Il Bardolino 2016 di Poggio delle Grazie (La Rocca) è ancora più vicino al Lago, nel comune di Lazise, ha profumi floreali di rosa, fruttati di fragolina di bosco e un tocco di arancia rossa; un vino che colpisce per la fisicità della beva, fresca e sapida in chiusura.

Sottozona Somma Campagna:
La sottozona Sommacampagna comprende le parti dei territori comunali di Bussolengo, Pastrengo, Sommacampagna, Sona e Valeggio sul Mincio ricomprese nella zona di produzione del Bardolino. Rappresenta la parte sud-orientale dell’area della doc, nella sostanza corrispondente a quella che il Perez nel 1900 descriveva come “Colli morenici meridionali” che includeva le località del perimetro “toccante l’alta pianura”, nel perimetro dell’antico distretto nord di Villafranca.
La sottozona Sommacampagna è caratterizzata dal clima mediamente più elevato e dalle precipitazioni maggiori all’interno dell’area del Bardolino.
Include le morene intermedie, che rappresentano il settore collinare maggiormente articolato della doc, con fittissime alternanze di colline, terrazzi e conche, e le cosiddette morene di Pastrengo, ossia la porzione più esterna del Bardolino.
Cambiamento del suolo, qui troviamo morena più recente con temperature più elevate e con un carattere fruttato che va verso la ciliegia e uno speziato verso il pepe nero.
Il Bardolino 2013 “Sp” di Albino Piona (Sommacampagna) si differenzia per la sua originale nota di zafferano, arricchita da accenti fruttati di fragolina, ciliegia e una tinta speziata di pepe nero, lungo ed elegante al palato.
Il Bardolino 2016 Il Pignetto (Sommacampagna) si esprime con una maggiore possenza, ha una speziatura più marcata e cenni terrosi di sottobosco e di macchia mediterranea. Caldo e sapido al palato.

Santa Maddalena
Conclusa la batteria di Bardolino scende in campo il Santa Maddalena, qui i numeri sono ben più esigui. La Doc è stata riconosciuta nel 1971, tre anni dopo la gardesana e la produzione è di 2 milioni di bottiglie su un areale di 200 ettari. Come raccontato da Josephus Mayr: “Oggi ci sono le nuove generazioni, ma sono tutte aziende storiche. La schiava per qui per decenni è stata considerata la cenerentola del territorio, non ha avuto una nomea molto buona, fino a quando i produttori hanno iniziato a crederci abbassando le rese per ettaro.
I vignaioli di Santa Maddalena hanno fondato nel 1923, come primi in Italia, un Consorzio volontario denominato “Consorzio dei vignaioli Santa Maddalena”, tramutato nel 1978 in “Consorzio dei vignaioli per la tutela della produzione del vino Santa Maddalena” a seguito dell’introduzione del disciplinare di produzione D.O.C. per il Santa Maddalena. Da allora la qualità della produzione e la lavorazione viene costantemente migliorata per sostenere ed aumentare la notorietà del vino Santa Maddalena. Le uve Schiava che danno vita al Santa Maddalena, sono situate tra i 250 e i 500 a nord-est di Bolzano, qui trovano le condizioni migliori per una perfetta maturazione. L’origine di questo vino elegante e fine è legata all’omonimo quartiere Santa Maddalena, ed in particolare ad una collina ai piedi dell’altipiano del Renon. Successivamente la coltivazione è stata ampliata alle zone di Santa Giustina, Rencio, Coste e San Pietro. Oggi, però, è possibile coltivare ufficialmente le uve destinate al Santa Maddalena anche in altre zone come a Settequerce, San Maurizio, Laste Basse, Cornedo, Cardano, Aslago, ecc. Ma solo una parte dei vini Santa Maddalena si contraddistingue per l’appellativo aggiuntivo “classico”, solo quei vini che provengono dalle storiche zone d’origine, vale a dire dai quartieri Santa Maddalena, Santa Giustina, San Pietro, Rencio e Coste.”
I terreni ferrosi di origine porfidica, quarzifera e vulcanica danno ai vini una connotazione molto potente e verticale. A Rencio, si sviluppa sui terreni argillosi e sabbiosi derivanti dal disfacimento del porfido quarzifero, mentre lungo l’Isarco prospera sui sedimenti alluvionali di recente formazione. Nella produzione del Santa Maddalena concorrono almeno per il 90% ben quattro biotipi di Schiava (schiava grossa, schiava grigia, schiava piccola e media, queste ultime identificabili con la schiava gentile) meno diffuse anche per il problema dell’acinellatura) a cui si può aggiungere un saldo 10% di lagrein.

L’Alto Adige St. Magdalener Classico 2018 di Tenuta Hans Rottensteiner è un vino che si distingue per la succosità del frutto, carnoso e agile al sorso.
Dell’Alto Adige St. Magdalener Klassisch 2017 “Hub” di Untermoserhof Georg Ramoser vengono prodotte appena 2500 bottiglie; da vigne vecchie che si trovano sulla collina morenica di Santa maddalena esposta a sud. vigne vecchie. Affina più di un anno in botti di rovere ed esce in primavera. Il vino esprime note intriganti di uva spina, ribes nero, bella freschezza e ampiezza.
L’Alto Adige St. Magdalener Classico 2016 “Huck am Bach” di Cantina Bolzano – maggior produttore di santa maddalena – esprime un bel frutto goloso e succoso, con una speziatura di pepe è più consistente al palato.
L’Alto Adige St. Magdalener Classico 2016 “Vigna Rondell” di Glögglhof Franz Gojer è un vino che conquista a mani basse, Rondel è la sua vigna cru. Si rivela un vino fresco e balsamico, con una buona concentrazione del frutto e di grande lunghezza, muscoloso ma fresco di grande bevibilità. Un vino goloso, di grande precisione, ampio, godibile ed elegante.
Azienda storica a gestione familiare, l’Alto Adige St. Magdalener Classico 2015 di Ansitz Tenuta Waldgries risulta un vino dal frutto pieno, lampone in particolare, a cui si aggiungono cenni floreali di viola.
Si chiude con l’Alto Adige St. Magdalener Classico 2006 di Maso Unterganzner Josephus Mayr, un vino dal colore più opaco che vira al granato, ma colpisce per la sua bella sapidità e grinta. Una bella complessità gusto-olfattiva.
Un viaggio tra due denominazioni accomunate dalla voglia di farsi conoscere non solo per la loro versatilità e come perfetti compagni della tavola, ma per le peculiari sfumature espressive e per la capacità di affinamento nel tempo.
Fosca Tortorelli




