Valcalepio in rosa: verticale di un eccellente Donna Marta Rosa

Ebbene sì, ”confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli tutti che”… si può anche piangere di felicità e di commozione durante una verticale di vini rosa fatti come si deve. Capita raramente, direi quasi mai, e l’idea mi era venuta già qualche anno fa, subito dopo aver verificato in campo, nel 2015, le eccezionali possibilità di evoluzione nel tempo del Donna Marta rosa 2014, uno dei primi vini di una pioniera assolutamente laica di enologia fino ad allora e autodidatta per amore del marito, che avevo scoperto grazie a una delle migliori dritte di Cinzia Tosini e a una benedetta lavata di capo sui moderni Valcalepio che mi aveva fatto Elena Miano. Ho dato retta saggiamente a queste due donne in gamba nel mondo del vino del vino, come una ventina di anni fa, quando avevo seguito le tracce della grande Wilma Zanaglio per scoprire la nuova era dei vini austriaci, la migliore collega di quel breve periodo in quel grande Winereport diretto allora al meglio da un ormai irripetibile Franco Ziliani.

Il Donna Marta Rosa è fatto da uve di merlot allevate a cordone spronato fin dalla prima annata prodotta, il 2009, con una densità d’impianto di 4.500 ceppi per ettaro su terreno argilloso con substrato di roccia. È doveroso aggiungere che qui si tende a intervenire solo quando è strettamente necessario, preferendo mezzi tecnici meno impattanti per esempio l’uso dello zolfo ventilato), seguendo strettamente da vicino l’andamento climatico del vigneto e mirando gli interventi in modo da ridurre al minimo gli interventi fitosanitari. Si cerca di dare la preferenza alle tecniche agronomiche e alle modalità di gestione della parete fogliare (defogliazione, cimature, diradamento dei grappoli, ridotti apporti di elementi fertilizzanti, eccetera), sotto le cure dell’agronomo Matteo Pinzetta e la raccolta si effettua a mano in piccole cassette con una resa da 60 a 70 quintali per ettaro. Le uve di merlot sono subito passate alla selezione su nastro bianco per evidenziare eventuali difetti o impurità. Poi vengono diraspate, ma non pigiate, quindi sono mandate direttamente in pressa dove vengono lasciate prima di iniziare la pressatura. Il tempo di permanenza in pressa varia da 4 a 6 ore ed è legato alla maturità fenolica e alla quantità e alla velocità di estrazione della materia colorante.

Successivamente inizia la fase di pressatura soffice cui segue un breve periodo di macerazione con estrazione del mosto in quantità pari alla metà dell’uva caricata in pressa. Per chiarire meglio: si utilizza il metodo di pressatura che si usa nella Champagne per produrre le basi spumante e quindi, ottenuto il 50% di mosto fiore, cioè la prima scelta, si interrompe la pressatura. Il mosto così ottenuto viene mandato in serbatoio di acciaio e tenuto a circa 8/10°C con regolari agitazioni per un periodo da 48 a 72 ore circa. In seguito, si aggiunge una piccola quantità di bentonite e si stoppano le agitazioni per favorire la decantazione. Il giorno successivo si travasa il mosto e si inoculano i lieviti per avviare la fermentazione alcolica. La fermentazione alcolica è condotta alla temperatura di circa 14/15 °C e dura normalmente 12/14 giorni. Al termine della fermentazione si porta il vino a 10 °C, si attendono 2/3 giorni e si travasa, portando nel travaso il più possibile di feccia nobile.
Il vino viene poi stoccato per circa 6 mesi a 10 °C con una leggera solfitazione per inibire la fermentazione malolattica e si procede con regolari bâtonnage settimanali prima dell’imbottigliamento si effettua una leggera chiarifica con bentonite e una sola leggera filtrazione prima dell’imbottigliamento e dell’affinamento di almeno un mese previa commercializzazione. Il processo è stato messo a punto e viene curato dall’enologo Paolo Posenato. Un lettino presso la cantina durante le fasi più delicate ne testimonia la passione. I suoi sforzi vanno premiati servendo il vino freddo, tra 10 e 12 °C e non oltre (“gringo, entiendes?”) in calici ampi per apprezzarlo meglio.

Il Donna Marta Rosa 2014 l’avevo descritto qui già nel giugno del 2015. Ero volato a Bergamo dalla mia Polonia per la curiosità di conoscerlo e sulla terrazza di Marta Mondonico lo avevo degustato, fra gli altri vini, con gran piacere. Ricordo a chi non aveva seguito subito quell’inattesa esperienza sui balconi bergamaschi il mio giudizio di allora con le stesse precise, identiche, parole: ”questo luminoso vino color salmone da uve merlot di piccole vigne diverse che ha una stoffa importante, buon tenore alcolico, mineralità cristallina e aromi che richiamano confetto da sposa, melograno, moiola ed è piacevolmente delicato ed equilibrato”. Mi aveva impressionato la sua delicatezza in quell’annata controversa per i rossi e maledetta al punto tale che Marta Mondonico aveva gettato a terra quasi tutti i grappoli dopo un tempaccio da cani e una frana colossale, ma per un lampo di genio si era fermata però a salvare le migliori e con una parte delle sopravvissute aveva fatto il rosato per guadagnarsi almeno il pane. Avevo scritto che era ”una cuvée di uve merlot in purezza da piccole vigne diverse con 6 ore di macerazione, vinificato in acciaio, di un bel color salmone, un profumo che richiama il confetto da sposa e un sapore minerale cristallino” ma che“ in ogni caso ha un fondo che ritengo adatto anche per produrre un metodo classico rosé”. Devo perciò i miei rispettosi omaggi all’amica Elena Miano che fin d’allora, esaurite ormai tutte le bottiglie del 2014, aveva fatto subito mettere da parte una bottiglia dell’annata successiva, il 2015, nonché un’altra per ogni altra annata di quel vino tanto promettente, eppure ancora da migliorare.

Il Donna Marta Rosa 2015 è stato già diverso, frutto di un’annata migliore, con il sole che finalmente ha fatto la sua parte e quello del 2015 di ore di macerazione ne ha fatte soltanto 4 e non 6 perché le uve erano già cariche di colore e di zuccheri naturali, tanto che mentre era ancora in corso di affinamento l’amica Elena Miano mi aveva scritto che ”è una bomba già con così poco” e che ”d’estate, con prosciutto crudo e melone e altre squisitezze a freddo non c’è di meglio”. Dopo quasi 6 anni non ha deluso per niente anche quando ne stavo bevendo l’ultimo calice ormai a temperatura ambiente (cioè la peggiore per un vino così gustoso) nemmeno nel finale che ha affinato ancora un mandorlato adatto ai biscotti secchi e perfino con i confetti da sposa di mia nipote Aleksandra (per gli amici ”Ola”, per me “Olenka” e per i miei cari “Olunia”) che si sposerà a maggio.
È ancora oggi, come lo era allora, un merlot dei balconi bergamaschi di gra talento e di valore. Non esagero, non vi preoccupate, non lo faccio mai, ma non ce n’è più per nessuno quando un rosato mi si dimostra dopo tanti anni pari almeno a quello di un favoloso Rosé di Alghero 1973 bevuto 13 anni dopo.
Quello era stato un miracolo enologico assai longevo della Sella & Mosca di Alghero passata a una gestione regionale prima di finire in altre mani private, un rosato che rimane indimenticabile perché mi aveva fatto sopravvivere con il sorriso della disperazione a una notte con gli occhi gonfi di sonno e le orecchie spalancate fino all’alba a causa del canto incessante di un grillo resistente a ogni bestemmia e a decine di ciabattate lanciate inutilmente fra le travi portanti di un soffitto di eternit ondulato nella campagna di Tanca Farrà.
L’agronomo Matteo Pinzetta in quest’annata molto calda e predisponente all’oidio aveva effettuato ben 16 interventi, dei quali 4 con zolfo ventilato e 2 antibotritici e autorizzato la vendemmia nella seconda settimana di settembre, anticipata cioè di una settimana rispetto al solito. Tenore alcolico del 13%. Dopo le cure dell’enologo Paolo Posenato, a distanza di ben 6 anni ha un colore rosa salmone con luminosi riflessi aranciati. Sviluppa subito un profumo di maiole (fragoline di bosco che in dialetto locale si chiamano mojole) ben mature che introduce un bouquet di rosa canina, ciliegia durone giallo-rossa sotto spirito e arancia tarocco verso un bel finale al pompelmo rosa. Ideale con i gamberetti in salsa rosa e gli spaghetti al sugo bianco di cervia o ricciola, ma così ben stagionato adesso accompagna benissimo anche le carni in fricassea di faraone, galletti amburghesi e coniglio e per finire anche la cheesecake alla gelatina di piccoli frutti rossi di bosco.

Il Donna Marta Rosa 2016 dopo quasi 5 anni è un gran rosato, del resto è stato premiato con medaglia d’argento al 21° Berliner Wine Trophy ”Unter der schirmherrschaft der OIV” ( cioè con il patrocinio dell’OIV). In questo vino c’è stata già quella svolta che si riproporrà anche nelle annate successive. Da quel momento la produzione si è stabilizzata con una raccolta delle uve merlot per il rosato alla terza settimana di settembre, circa 10/15 giorni prima della raccolta del Merlot destinato al rosso. Questo perché si è voluto salvaguardare acidità e ph che sono fondamentali per dare al rosato quelle caratteristiche di freschezza e sapidità che rispecchiano lo stile aziendale. Inoltre, si è voluto ottenere un vino che potesse durare nel tempo anche in questa annata che ha impegnato molto l’azienda sul fronte della peronospora. Erano stati effettuati pertanto 15 interventi, dei quali 1 con zolfo ventilato e 1 antibotritico. Il tenore alcolico è diventato quello più piacevole e più leggero del 12,5% e rimarrà tale anche nelle tre annate successive. Di colore leggermente più tenue, con profumi più freschi e agrumati, meno fragoline, più ciliegie, ma del tipo bianca di Monte, scorza d’arancia gialla e uva spina bianca. È pimpante, fresco, dissetante, leggero, armonioso nel bouquet e nel gusto.

Il Donna Marta Rosa 2017 viene da un’annata normale per questa microregione ventilata che non ha sofferto le arsure di altre, con meno interventi in campo (13 interventi, dei quali 2 con lo zolfo ventilato e 1 solo antibotritico) ed è stato evidente fin dal suo primo calice con un profumo di ”fiori rosa, fiori di pesco” (grazie ancora all’indimenticabile Lucio Battisti e a Laura, il mio primo amore a 16 anni), ma anche perché tirava un calice dopo l’altro con estremo piacere. Si è dimostrata, infatti, la bottiglia più veloce da bere tra tutte, con il bouquet più delicato di aromi che conferma quello della ciliegia bianca, ma in questo caso la tenerina (o juliana) di colore chiaro, tra belle sfumature di chicchi di melagrana e di arancia vaniglia. Un vino più che perfetto da aperitivo perché fa subito venir fame!

Il Donna Marta Rosa 2018 è leggermente più vispo, si vede anche dal colore che è tra la cipria e il corallo chiaro, anche se viene da un’annata piuttosto umida che ha impegnato molto sul fronte della peronospora con ben 17 interventi, dei quali 1 con zolfo ventilato e 2 antibotritici. È straordinaria la capacità di queste uve merlot di esprimere sempre, per il rosato, un ventaglio organolettico ampio e piacevole a un elevato livello qualitativo in annate meno soleggiate, come sa fare benissimo l’Albariño della Galizia. Nel bouquet si sente il mandarino, si affacciano aromi di zagare e ribes rosso, si ripropongono le maiole, ma con un maggiore friccicore, come dicono in romanesco per indicare quel leggero brivido, breve e piacevole che pervade l’animo con tanta freschezza. Nel finale ritorna anche l’arancia Washington, quella che contiene un piccolo frutto gemello all’interno, appena sotto il picciolo.

Il Donna Marta Rosa 2019
”Last but not least”, ovvero la ciliegina sula torta. Nel settembre 2020 il Donna Marta Rosa 2019 ha conquistato La Rosa d’Oro di ”Rosa Rosati Rosé La Guida al Bere Rosa” e in effetti se la merita alla grande. Tra tutti è proprio il vino che piace di più anche a me, già dal colore più rosa e meno aranciato, perché è più rotondo, più armonioso, meno agrumato. Questo ragazzo ha compiuto ottimamente un decennio dai suoi primi passi e può lasciare finalmente i calzoncini corti e indossare i pantaloni eleganti. Forse qualcuno penserà che è merito dell’annata, quella con meno problematiche di tutte, tanto che si sono effettuati solo 11 interventi, dei quali 2 con zolfo ventilato e 1 solo antibotritico. Ma io so che Marta e i suoi validi collaboratori hanno fatto un piccolo miracolo, perché ricordo ancora molto bene tutte le osservazioni che ci eravamo scambiati con lei, con Elena e con Cristina sul terrazzo sopra la vigna nel 2015 e dopo 6 anni sono perciò anche commosso per aver creduto in questo vino che ha ottenuto un simile risultato, diventando una pietra miliare tra i rosati dell’Italia settentrionale.
Apre con un fresco alito floreale di rosa tea con sfumature di cipria che introduce un bouquet di aromi delicati ma netti di maiole mature, ciliegia maiatica, albicocche, pesca bianca con un ricordo di rossetto sulle labbra, con un finale soave. Ideale per tutte le portate di quelle belle feste domenicali con la riunione dell’intera famiglia intorno a una bella tavolata imbandita di tutto.
Parlo di quelle occasioni in cui si va dall’antipasto ai primi di terra e di mare, dai secondi di carni bianche e di pesce fino ai formaggi e ai dolcetti casalinghi, cioè tutto il meglio delle pietanze leggere ma gustose della cucina semplice e amorevole della cuoca di casa, ma anche con le preparazioni più raffinate che s’incontrano nei matrimoni. Insomma, un vino da sposa.

Concludo con i miei complimenti perché Marta Mondonico ha aperto una strada nuova e promettente all’uva merlot in questa zona dove il Valcalepio ha rappresentato sicuramente la rinascita dell’enologia in terra bergamasca a seguito di un periodo, quello dell’industrializzazione selvaggia, nel quale l’abbandono dei terreni collinari sembrava inarrestabile. Bisogna dargliene atto perché non era facile imbroccarla e non sarà facile imitarla. La ringrazio di cuore e con lei ringrazio l’agronomo Matto Pinzetta, l’enologo Paolo Posenato e la comunicatrice Elena Miano, per avermi dato la possibilità di divulgare nel modo più precisamente possibile la loro esperienza senza quella gelosia per il proprio lavoro che di solito va per la maggiore, anzi con un esemplare spirito didattico che fa loro onore e può servire a tanti vitivinicoltori per donarci dei rosati di cui andare fieri in ogni parte del mondo. Tutte le donne del mondo del vino possono essere fiere del suo impegno in questo senso, perché il futuro del vino è sempre più rosa, dipende sempre più dalle donne convitate a tavola quando c’è da scegliere sulla carta dei vini qualcosa che piace a loro e il rosato è il vino più intrigante per l’ampiezza degli abbinamenti con le buone pietanze, anche quelle più raffinate, della cucina espresso e della nuova cucina. Ma per me sarà certo ancora più interessante un auspicato scambio di visite e di reciproche esperienze enologiche sui rosati da uve merlot che spero avvenga presto con Antonella Cantarutti. ”Dixi et salvavi animam meam”.
Mario Crosta
Tenuta Le Mojole
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coord. GPS: lat. 45.647036 N, long. 9.896307 E
cell. 338.9953632
Apertura: martedì e giovedì 9.00 – 12.30, sabato e domenica su appuntamento
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