Pinot Nero in Oltrepò Pavese (II puntata)
“Il pinot nero ha bisogno di freddo, dalle nostre parti l’ideale sarebbe allevarlo al fresco, in alto, e non necessariamente con esposizioni a sud, anzi, mai a sud e se proprio lo si ritenesse necessario, anche fuori dai confini dell’attuale disciplinare, se si trovasse un luogo perfetto”. Chi ci parla è uno dei produttori che abbiamo visitato, durante la nostra ricognizione per acquistare i campioni per la seconda puntata della nostra degustazione alla cieca di pinot nero, vinificato in rosso, dell’Oltrepò Pavese.
A questo proposito, in una passata intervista apparsa su alcuni siti internet (www.oltrepopavese.com e www.winereport.com), il Direttore del Consorzio Panont diceva: “Il Pinot nero non ha bisogno di esposizioni a pieno sud, ma nord-ovest, o un sud-est, con un substrato di tipo marnoso o marno-argilloso…Il regolamento porterà alla evidenziazione di zone e sottozone con indicazioni di vocazionalità. In questa prima fase…noi andremo a delineare con l’Università di Milano le aree dove piantare, senza tagliar fuori a priori alcuna zona dell’Oltrepò ma dicendo chiaramente quali siano le condizioni altimetriche, le esposizioni, i terreni indispensabili per ottenere i risultati che il progetto si prefigge”. La speranza è, quando questo lavoro sarà attuato e terminato, che non ci sia bisogno di sconfinare dai limiti del nuovo disciplinare, per trovare le zone più vocate, tanto più che l’obiettivo dichiarato è quello di ottenere la DOCG.
Gli occhi di tutti i vignaioli che abbiamo incontrato si illuminavano di una strana luce quando chiedevamo di assaggiare qualche campione ottenuto da questo vitigno, a metà strada tra la gioia e l’incertezza: per tutti è una sfida, una scommessa il più delle volte, con la consapevolezza che è inutile ed errato cercare di raggiungere o imitare il mito, la Borgogna, per ovvi motivi. Consapevoli delle differenze, molti di loro ci hanno stupito favorevolmente per questa loro umiltà, ma soprattutto per la passione e l’interesse che dedicano all’assaggio non solo di pinot nero d’oltralpe, ma anche di altri campioni, italiani e non.
Il produttore che prima ci esponeva i suoi pensieri, al momento dell’assaggio del suo vino, ci ha detto: “Prima di conoscere le vostre impressioni, vi dico io quali sono i difetti del mio pinot nero”. Spiazzante la schiettezza a tratti, la consapevolezza dei propri limiti, che non ci ha mai dato però l’impressione di voler mettere, come si suol dire, “le mani avanti”. Altri, prima e durante l’assaggio, ci chiedevano perché proprio pinot nero in Oltrepò: “Noi cerchiamo di venderlo solo agli appassionati, anche quando viene bene, non è un vino che piace a tutti”.
Indipendentemente dalla speranza di ottenere o meno la G mancante, in questo momento il pinot nero più che una certezza è una speranza e un’aspirazione, aspetto che si nota sia dalle parole dei produttori, nonché dai loro prodotti. Queste le nostre note sui nuovi campioni, degustati alla cieca, stesso luogo della puntata numero I.
Campione N° 1 Rubino di grande concentrazione e poca trasparenza. Naso molto intenso, ma senza spunti alcolici sopra le righe, complessità giocata, principalmente, su note di frutta concentrata, di ciliegia, e di balsamicità, con lievi accenni terrosi, minerali e di liquirizia. Intenso e potente l’impatto in bocca, di notevole struttura e corpo nel complesso, più morbido che duro, ma con tannini ben presenti. @@@
Campione N° 2 Rubino di bella luminosità e discreta trasparenza, che colpisce immediatamente al naso con profumi intensi, di frutta rossa, di prugne e visciole in particolar modo. Pare di essere di fronte ad un succo di frutta, data l’intensità e la dolcezza dei sentori. Legno ben dosato ed in secondo piano; nel complesso il vino pecca in complessità, rimanendo sempre uguale a se stesso, anche dopo ore. Piacevole la bevibilità, acidità ben presente ed ottimo equilibrio con corrispondenza perfetta dei profumi percepiti durante l’esame olfattivo. @@@
Campione N° 3 Rubino scarico, molto contratto al naso: lievi le sensazioni fruttate, di piccoli frutti rossi, ribes e lamponi, ma che faticano ad esprimersi, anche dopo qualche ora. In bocca non è equilibratissimo, tannini prevalenti con un corpo lieve ed una persistenza solo media. @@
Campione N° 4 Torniamo a colori abbastanza concentrati, sempre su sfumature di rubino. Frutta matura e balsamicità in prevalenza, intenso e di medio spettro aromatico, convince più all’esame olfattivo che non a quello gusto-olfattivo, dove l’alcol un po’ fuori registro ed un retrogusto amarognolo rendono faticosa la facilità di beva. @@@
Campione N° 5 Di sfumature già aranciate, con il centro del bicchiere ancora tra il granato ed il rubino. La non pulizia colpisce immediatamente: zolfo, varie “puzzette”, che faticano ad andar via anche con la dovuta ossigenazione. Tannico e lievemente amarognolo, spento e stanco, non convince. @
Campione N° 6 Rubino di bella trasparenza. Una lieve riduzione iniziale lascia poi spazio ad una notevole finezza, piccoli frutti rossi, fiori, lievissima speziatura, sottobosco. In bocca non ha una grande consistenza, anche se l’equilibrio è presente e la buona persistenza conferma i sentori del naso. @@@
Campione N° 7 Il più scarico di tutti i campioni, un rubino molto trasparente con accennate sfumature granate. Anche in questo caso una riduzione iniziale, che fatica a passare, lascia poi spazio e frutti rossi puliti, di fragole, lamponi e cassis, ma anche erbe officinali e sottobosco: buona eleganza complessiva, è il campione più mutante di tutti, in continua evoluzione nel bicchiere dopo qualche ora. Delicato in bocca, di buon equilibrio e discreta persistenza, viva acidità e ottima bevibilità, la migliore dell’intera batteria. @@@
Scopriamo le etichette:
♦ Campione N° 1 Lombardia, Montelio – Codevilla (PV) – Oltrepò Pavese DOC, Costarsa, 2002, 13.5% Vol. Prezzo in cantina: 9.50 euro
♦ Campione N° 2 Lombardia, Ca’ di Frara – Mornico Losana (PV) – Oltrepò Pavese DOC, Il Raro Nero 2002, 13.5% Vol. Prezzo in cantina: –
♦ Campione N° 3 Lombardia, Tenuta Mazzolino – Corvino San Quirico (PV) – Oltrepò Pavese DOC, Noir 2002, 13.5% Vol. Prezzo in cantina: 13.50 euro
♦ Campione N° 4 Lombardia, Vercesi del Castellazzo – Montù Beccaria (PV) – Oltrepò Pavese DOC, Luogo dei Monti 2002, 13.5% Vol. Prezzo in cantina: 8.50 euro
♦ Campione N° 5 Lombardia, Vercesi del Castellazzo – Montù Beccaria (PV) – Oltrepò Pavese DOC, Luogo dei Monti 1998, 13.5% Vol. Prezzo in cantina: 9.50 euro
♦ Campione N° 6 Lombardia, Isimbarda – Santa Giulietta, fraz. Castello (PV) – Oltrepò Pavese DOC, Vigna del Cardinale 2002, 13.5% Vol. Prezzo in cantina: 8.50 euro
♦ Campione N° 7 Francia, Ladoucette – Pouilly-S/-Loire (Nièvre) – Sancerre AOC, Comte Lafond 2002, 12.5% Vol. Prezzo in enoteca: 26.00 euro.
Alcune considerazione sugli assaggi
Partiamo dalla delusione: il Noir di Mazzolino 2002, lo ammettiamo, ci siamo rimasti un po’ male. Nella prima puntata era risultato il più convincente dell’intera batteria, questa volta, scoperte le etichette, ci siamo stupiti nel notare che quel vino contratto, chiuso, a tratti squilibrato in bocca, fosse proprio quello stesso pinot nero che circa un mese prima avevamo premiato per pulizia e finezza olfattiva e una struttura sottile, forse quasi troppo sfuggente, ma comunque di buon equilibrio complessivo. Variabilità delle singole bottiglie? Nostra cattiva cura nella conservazione? Abbaglio durante la prima degustazione? Tutto può essere, ci siamo ripromessi di riprovare un terzo e magari quarto campione della stessa annata per capire meglio l’identità di questo vino. Altro campione che si stacca nettamente dagli altri in questa seconda puntata è il Raro Nero di Ca’ di Frara: vino di impostazione maroniana, che al teorico del “vino frutto” sicuramente piacerebbe molto. Frutto, fortissimamente frutto, intenso, quasi appunto da “succo di frutta”, come abbiamo detto sopra. Indipendentemente dalla chiara scelta stilistica, legittima e che sicuramente ha un suo pubblico di riferimento, ci lascia perplessi la monotematicità dello spettro olfattivo, tecnicamente ben fatto, pulitissimo, ma stancante a lungo andare. Ottimo invece l’equilibrio in bocca e la bella bevibilità. Interessante il Vigna del Cardinale di Isimbarda, contraddistinto da una bella finezza olfattiva, una chiara riconoscibilità di molti dei tratti distintivi del pinot nero: giovane l’azienda, guidata da un’altrettanto giovane enologo veneto. Vercesi del Castellazzo è invece una realtà storica in quel di Montù Beccaria, famosa agli appassionati per un prodotto quasi unico in Oltrepò, il Fatìla, una bonarda ferma, strutturata, potente, quasi sempre dal titolo alcolometrico importante, dal 14% e oltre, che ha bisogno di svariati anni di assestamento in bottiglia, anche dopo la commercializzazione, prima di dare il meglio di sé, in grado di spiazzare tutti coloro che sono soliti snobbare o addirittura denigrare i vini ottenuti dalla croatina. Il Luogo dei Monti, il pinot nero, che abbiamo assaggiato nei millesimi 1998 e 2002, non ci ha però particolarmente convinti: stanco, probabilmente alla fine del suo percorso evolutivo il 1998, semplice ma ben fatto al naso il 2002, anche se aggressivo nella percezione dell’alcol e dei tannini in bocca. Il Costarsa di Montelio, sempre dell’annata 2002, azienda seguita da uno storico enologo della zona come Mario Maffi è, se vogliamo, concettualmente simile al Luogo dei Monti, quindi potente e concentrato, ma maggiormente equilibrato, con una sua coerenza sia al naso che in bocca e con quella leggera nota minerale, che spesso si riscontra nei vini rossi dell’Oltrepò Pavese (pensiamo ai tanti vini rossi ottenuti dall’uvaggio di barbera, croatina ed uva rara) che spesso alcuni vignaioli locali identificano con la pietra focaia. L’intruso, questa volta, era un pinot noir francese, non borgognone però, ma della Valle della Loira, di Sancerre, nota non certo per la produzione di vini rossi, ma di bianchi ottenuti dal sauvignon blanc. Colore immediatamente riconoscibile per la sua trasparenza rispetto a tutti i vini in degustazione, che lasciava ben pochi dubbi circa la non provenienza oltrepadana, nitido, una volta apertosi, con un frutto pulito e delicato.
Alla ricerca di un’identità
Individuare un comun denominatore che sappia identificare con chiarezza il rapporto terroir-vitigno, quindi, Oltrepò-pinot nero, se non scendere dettagliatamente alla ricerca del rapporto tra singola microzona e vitigno, non è semplice ed apre svariati interrogativi. Un dato che sembra oramai certo ai più è che non tutto l’Oltrepò è adatto al pinot nero per la vinificazione in rosso, ma per sapere con chiarezza quali siano le microzone maggiormente vocate e vederle recepite dal futuro disciplinare DOCG ci affidiamo ad un altro passo tratta dall’intervista al Direttore Panont, sopra citata: “Il Pinot nero in rosso verrà affidato ad un regolamento scientifico che si basa sui risultati della zonazione fatta a suo tempo da Scienza, che parlerà di ettari, di impianti, di condizioni”. Chi conosce bene il pinot nero oltrepadano, ha sempre sottolineato come fondamentale, per poter avere un giudizio significativo, la necessità di saper aspettare alcuni anni di affinamento in bottiglia, per far si che le potenzialità dei profumi e l’equilibrio in bocca, vengano realmente in superficie: non semplice per altro da verificare tutto ciò, in quanto in commercio è impossibile trovare vecchi millesimi. Quest’ultimo aspetto, trova riscontro anche dai, rari a dire la verità, resoconti circa degustazioni verticali di questo vino che a volte si leggono sulla carta stampata o sulla rete (citiamo nuovamente il portale www.oltrepopavese.it, dove, a questo proposito, sono presenti delle approfondite descrizioni di degustazioni verticali del Noir di Mazzolino, del Brumano di De Cardenas e del Querciolo dei Doria, commentate dal giornalista Franco Ziliani). Ricercare ostinatamente similarità e metri di paragone con altre zone vocate al pinot nero è sostanzialmente errato, confrontarsi per arricchire il proprio bagaglio di esperienze sembrerebbe utile, se non necessario: viene da chiedersi se in Oltrepò, ciò che è successo e sta succedendo a questo vitigno, possa correre il rischio di seguire, almeno in parte, le sorti di un altro grande d’oltralpe, il sauvignon blanc, in suolo italiano. Questo vitigno a bacca bianca, che regala grandissime interpretazioni in Valle della Loira, ma anche in Nuova Zelanda, ha trovato in Italia grandi estimatori in campioni che presentano profumi vegetali molto marcati, creando un metro stilistico fuorviante, che ha fatto si che la vulgata comune, ripresa anche da moltissimi testi di settore, possa tranquillamente affermare essere la famigerata “pipì di gatto” uno dei suoi descrittori tipici, caratterizzanti, ed infine positivi, se riscontrati. Un falso storico, un errore, un difetto, portato come caratteristico del legame terroir-vitigno.
In Oltrepò, la linea di demarcazione tra chi sostiene che determinate concentrazioni di colore e una certa aggressività tannica siano legate al terroir e chi, invece, che siano frutto di discutibili scelte interpretative dei singoli produttori, se non proprio di errate scelte in vigna, è abbastanza sottile. Dai nostri parziali assaggi, sia in termini di produttori che di annate, effettuati in queste due puntate, emerge chiaramente come in realtà sia a tutt’oggi difficile stilare una sorta di carta d’identità del pinot nero oltrepadano e probabilmente sarebbe sbagliato anche cercare di farla: anche a parità di annata e magari di singole particelle, si passa da vini concentrati nei profumi e potenti nella struttura, ad altri più delicati e sfuggenti, seppur con un marchio di fabbrica Oltrepò.
Già, “marchio di fabbrica Oltrepò”, ma quale sarebbe in realtà? Non è semplice, le stesse diversità che abbiamo riscontrato nei campioni, che non rappresentano in sé un difetto, anzi, non è chiaro però quanto siano legate a peculiarità del microclima, a scelte di mercato, a cloni differenti piuttosto che a tecniche di cantina. La presenza di profumi terrosi, a tratti minerali, con un frutto più maturo e non delicato come in altre zone vinicole, un tannino più aggressivo congiuntamente ad un tenore alcolico di una certa importanza, potrebbero essere i tratti che in questo momento ci sentiamo di segnalare come comuni a molti dei campioni degustati, consapevoli però che, per alcuni di questi punti, il rischio che si trasformino in punti deboli è spesso ad un passo dall’avvenire. Il probabile salto di qualità potrebbe, o forse dovrebbe, esigere il tentativo di coniugare in modo deciso e senza compromessi gli splendidi connotati varietali del vitigno, con quelli più strettamente legati al terroir in questione, senza cadere nell’errore di voler giustificare dei palesi difetti con lo scudo della territorialità: colori più cupi, ma non esasperati, da un un’uva che, a detta di tutti gli enologi, non possiede un corredo di antociani in grado di giustificare determinate concentrazioni; trama tannica più graffiante, specie in gioventù, ma non fuori misura e magari potentemente esaltata da affinamenti in botte esasperati; alcolicità di una certa rilevanza, ma senza cadere in sensazioni pungenti ed a volte fastidiose. Nessuno pretende la delicata pulizia del frutto che si riscontra ad altre latitudini, ma neanche la ricerca di toni martellatosi per compiacere ad un certo mercato, ancor prima che a sé stessi.
Chiudiamo con un po’ di ironia e con la speranza, da amanti dell’Oltrepò, che questo scambio di battute che riportiamo in basso, tratte dal film “Sideways”, possano un giorno essere tranquillamente scambiate anche tra appassionati che si stanno preparando ad una visita in qualche cantina tra Casteggio e Montù Beccaria, anche se gli attuali 6 milioni di bottiglie ancora prodotte di pinot nero vinificato in bianco frizzante, non lasciano ben sperare.
– Posso farti una domanda Miles? Ma perché vi ostinate a chiamare il Pinot “nero” quando è bianco?
– Senti Jack, evita di farti venire domande come queste quando saremo nelle cantine a degustare il vino, ok?
Alessandro Franceschini




