Vasco Sassetti, cioè il primo amore non si scorda mai

Come avevo già scritto in un articolo precedente, sono stato fra i numerosi giovani studenti capitati a Montalcino in moto agli inizi degli anni ’70. Poiché i prezzi nel borgo medioevale non erano certo alla nostra portata, si passava quasi sempre oltre e all’incrocio di Castelnuovo dell’Abate dopo la conca della cattedrale di Sant’Antimo si trovava quell’angolino a prezzi popolari dell’Osteria Bassomondo con l’indimenticato Vasco Sassetti, salumi e vini di produzione propria e formaggi serviti anche fuori su tavolacci di legno massello.
Il mio primo vino rosso nella terra del Brunello. Per l’osteria di famiglia ne faceva poco, perché era sempre stato occupato fin da bambino a macellare maiali e cinghiali e a farne salumi tipici, poi si era messo a cercare formaggi da stagionare in proprio, perciò vendeva la gran parte delle sue eccellenti uve ad altre aziende vinicole. Aveva solo sette anni più di me. Ogni volta che si parla di lui piango ancora di commozione.
È salito in paradiso il 5 gennaio 2009 dopo una lunga malattia, ma per me gente così non muore mai e continua a vivere nel mio cuore.
L’Osteria Bassomondo (GPS Lat. 42.994878 N, Long. 11.520029 E) non si è mai mossa da più di un secolo. Una volta era una stazione di cambio dei cavalli ed è rimasta un punto di riferimento e un crocevia d’ingresso alla Maremma e al Monte Amiata, con vendita diretta di formaggi, salumi, vino, olio e una trattoria alla buona di pietanze tipiche con la signora Giovanna, vedova da aprile scorso del cugino di Vasco e la figlia, signora Donatella, affiancate dall’immancabile signora Lucia. La signora Giovanna è la mamma anche di Massimo Lanzini, che si occupa della cantina a 2 km verso Montalcino in località I Pianacci (GPS Lat. 43.009479, Long. 11.527829), raggiungibile in 100 metri dalle macine che segnalano il vialetto d’ingresso, ma anche dell’agriturismo La Fraschetta a 8 km della stessa strada provinciale verso Montalcino sopra le Benducce (GPS Lat. 43.049447 N, Long. 11.495841 E) e, con il socio di Campagnatico, anche della Montalcino Salumi.
La cosa che mi ha fatto più piacere è che sembra che Vasco se ne sia andato proprio in punta di piedi e che quel suo Bassomondo sia rimasto come la prima volta che l’avevo visto ai piedi di un paesotto contadino che domina una grande vallata da una parte e una grande foresta dall’altra, turismo zero, ma con un buon vino e le specialità gustose a prezzo onesto. La vigna nella forra dietro al paese, quella che s’inoltra nel bosco verso Sant’Angelo in Colle, è stata venduta. Le altre sono sempre lì: quella sopra la cattedrale verso il Poggio Castellare in piena macchia mediterranea, quelle sparse alle sue pendici per tutta la conca di Sant’Antimo di qua e di là dello Starcia e della provinciale della Badia di Sant’Antimo e quelle sul poggio di Montalcino intorno all’Agriturismo La Fraschetta. Un centinaio di ettari con “sangiovesacci” frutto della terra e della tradizione che nascono in quest’angolo di mondo avulso dai rumori e dal caos, ancora puro e incontaminato, e che resistono nella loro versione originale, contadina, schietta, tra cui 8 a Brunello e Rosso di Montalcino.

Il cantiniere Selmir Hajric è bosniaco di origine, ma è così affezionato al territorio e alla cantina che va avanti come se non fosse cambiato nulla e Vasco fosse ancora lì ad aggirarsi fra le sue grandi botti per accompagnare il mosto a farsi vino e il vino a farsi adulto, ma senza forzare. Anche nel trattare il vino c’è differenza, come con una bella donna, fra sfilare le mutande o strapparle via. Perciò niente barrique per continuare a mantenere la vinificazione nel pieno rispetto dell’idea di autenticità, genuinità, ruralità della filosofia di Vasco Sassetti, che era un uomo umile, specchiato e senza finzioni. Il suo primo Brunello di Montalcino imbottigliato è stato quello del 1985 e fu un successo strepitoso. Avevo fatto in tempo a recuperarlo a Milano da Solci. Non da meno il 1990 e il 1995, che gli hanno srotolato tappeti rossi anche in Germania, il mercato più difficile ma più concreto, tanto che Massimo ci ha tenuto a dimostrarmi quanto siano seri gli opinion writer lassù. Ricordo anche le grandi discussioni sul 1997 (una grande annata, non c’è che dire, ma non pari al 1995), un segnale dell’ottimo livello di vinificazione raggiunto da Vasco Sassetti con l’enologo Claudio Gori che continua a far da ponte tra passato e futuro, mentre alcune famose aziende avevano intrapreso invece la fallace strada della concentrazione ad ogni costo, proponendo Brunelli densi e scuri, senz’anima né eleganza.
Come avevano osservato acutamente Riccardo Farchioni e Fernando Pardini in un articolo del 21 febbraio 2003 a proposito del debutto del Brunello di Montalcino Riserva del 1997, che era allora considerata dai più come l’annata del secolo, “con troppa frequenza ci sembra si sia caduti nel gesto dell’abbondare, del lasciarsi prendere la mano, dell’esasperare colori ed estrazioni, tramutatisi di fatto in eccessive pesantezze o monumentali apparenze – tanta morbidezza e poco vigor acido – senza giocare su quei registri di accurata ricerca delle sfumature e degli equilibri che soli sanno far allungare trame ed espanderle in profondità, senza bisogno di quel dilagare di materia decisamente impersonale”.
Per non parlare delle iniezioni di vitigni internazionali cui qualche sciamano (incappato appunto nel 2003 nello scandalo del Brunello) faceva sempre più ricorso, o delle vinificazioni in quello stile atipico in Montalcino che vorrebbe far assumere al sangiovese quelle caratteristiche per le quali non ha nessuna vocazione, che è come pretendere di far uscire il sangue da una rapa.
I vini di Vasco Sassetti hanno sempre ricevuto in vigna la loro qualità, è l’uva che dev’essere la migliore e in questo è stato un grande vignaiolo autentico. In cantina si può solo cercare di perdere il meno possibile della ricchezza naturale del frutto che, a seconda dell’annata, conferirà al proprio vino fragranza e freschezza da apprezzare appunto in gioventù oppure potenza e complessità da apprezzare con l’invecchiamento. Se si perde l’equilibrio, forzando una materia viva come il mosto anziché accompagnarlo nella sua maturazione, saranno guai. Non avere l’età può essere anche un pregio, dunque, piuttosto che averla grazie al lifting del cantiniere.
In questo posso dire che nella sua ricerca dell’autenticità, della genuinità, della freschezza e della semplicità contadina aveva accarezzato un progetto ambizioso, quello di cercare vigne anche dall’altra parte dell’Orcia, alle pendici del Monte Amiata, nella terra del Montecucco, dove andò ad acquistare i primi 5 ettari sulla strada consortile Montenero, in fondo al vialetto tra i cipressi che passa per Zancona di Sopra e prosegue giù verso il fiume, attorno al podere diroccato Zancona di Sotto, a circa 300 metri di altitudine (GPS: Lat. 42.928803 N, Long. 11.509509 E).
Il suo sogno realizzato anche oltre l’Orcia continua ancora oggi con delle grandi uve che danno il Montecucco Rosso DOC, di cui ho bevuto più volte l’annata 2016. Un vino sanguigno che sa di piccoli frutti maturi di mora di rovo, prugna California blu, amarena, mirtilli e un non so che di lava e di macis (i petali che avvolgono la noce moscata), 14% di tenore alcolico. Un vino succoso e fresco che si sposa bene con il salame “bastardo” (quello che a Greve in Chianti chiamano “mezzone” ed è fatto sia con la carne che con il grasso duro del suino), con il lardo alle erbe aromatiche, le salsicce di cinghiale e suino, il “buristo” (che in Toscana chiamano anche “burischio” o “mallegato” ed è fatto con parti della testa del maiale, prima cotte e poi macinate, sangue suino filtrato e lardelli soffritti) che si consuma cotto non appena prodotto. Direi che anche tutti gli altri salami, prosciutti e capocolli dell’Osteria, fatti artigianalmente senza glutine né lattosio, vanno bene con il Montecucco Rosso Vasco Sassetti.
Siccome anche il topolino vorrebbe la sua parte, il vino da tavola in fiasco e senza nemmeno l’etichetta continua a fare ancora la sua bella presenza per chi si ricorda dei vecchi tempi, delle vecchie lire, delle antiche speranze e di un modo di vivere senza troppe risorse, ma anche senza grilli per la testa. È fatto con tutte le uve che non possono fregiarsi di DOCG e DOC varie, ma che son buone a far vini onesti, decenti, come nella storia del vino si sono sempre fatti per le osterie, che venivano soprannominate “farmacie dei sani”, da cui si usciva spesso in carriola, scaricati sotto la porta di casa dagli amici che si reggevano ancora sulle gambe. Di questo vino, che negli anni ’70 era l’unico di Vasco Sassetti e che si può considerare il mio primo amore in quel di Montalcino grazie anche alla Carabaccia, la zuppa di cipolle che accompagnava alla grande, se ne fa ancora, costa poco ed è buono e genuino come allora. Nel fiasco non ha nome, cognome, annata, indirizzo, numero di scarpe o di reggiseno e va giù con piacere lo stesso, alla faccia del nichel. Un sangiovese che in purezza sarebbe ostico, ma che è stato ben addomesticato da un po’ di merlot, syrah e alicante.
Due parole sul Brunello di Montalcino 2012 Vasco Sassetti.
Naso potente con un fine goudron e la classica amarena matura. Succoso in bocca, conferma il fruttato maturo di amarena e di frutti scuri che avevo in memoria, dalla prugna secca alla mora, cioè quello che ne ha costruito la personalità e la reputazione. Toni di foglie secche di leccio, buon cuoio, lentisco, macis, ben fusi con tannini morbidi e leggeri in un corpo pieno e sensuale. Una straordinaria bellezza olfattiva, delicata e senza fronzoli, veste di finezza il suo gran carattere. È ottimo con le pappardelle casalinghe al ragù di cinghiale, la guanciola stufata al Brunello, il cinghiale in “dolceforte”, il peposo di chianina. Non pucciateci i cantucci come faceva la mia bisnonna Marietta; per quelli c’è il Vinsanto “Dolcezze”!
Vasco Sassetti s.r.l.
Via Bassomondo, 53024 Montalcino (SI)
Tel/fax 0577.835619
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