“Autoctoni al Castello”: Incontro a Ghemme per un confronto sulla storica DOCG del novarese
Fotografie di Danila Atzeni

Ho accettato volentieri l’invito del Dott. Giovanni Brugo, titolare dell’azienda Pietraforata, a partecipare all’evento “Autoctoni al Castello“, tenutosi venerdì 14 settembre presso l’antico castello di Ghemme, comune della provincia di Novara.
L’evento è nato per approfondire la DOCG del novarese, attraverso il racconto di due cantine che la rappresentano: Rovellotti Viticoltori in Ghemme, azienda avviata da Paolo e Antonello Rovellotti nel 1972, cognome che vanta una tradizione secolare, si parla di ben 600 anni di attività legate alla viticultura, e la già citata Pietraforata Cantine in Ghemme, giovane realtà avviata nel 2012 dal Dott. Giovanni Brugo. Nonostante i successi in campo medico, essendo Primario presso la Divisione di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale SS. Trinità di Borgomanero, Gianni per gli amici, sin da giovane ha sempre mostrato profonda passione per la viticultura, soprattutto per il territorio dell’Alto Piemonte e più nello specifico per il comprensorio di Ghemme.

Entrambe le realtà sono situate nel cuore di questo affascinante e antico borgo medioevale. L’evento è coinciso con l’inaugurazione della nuova cantina comunicante, sempre di proprietà delle due aziende, situata all’interno del castello, che ha accolto per tutta la giornata giornalisti di settore e professionisti del mondo del vino. La conduzione della serata è stata affidata al noto giornalista, scrittore e gastronomo Edoardo Raspelli. A testimoniare il costante appoggio della provincia di Novara e Vercelli, in tema di divulgazione del territorio e investimento nel settore agroalimentare, erano presenti all’evento anche i rispettivi sindaci dei comuni di Ghemme, Gattinara e Novara.

Un’altra realtà emergente ha partecipato all’evento, la Società Agricola I Dof Mati avviata da Sara Paladini e Valentina Cometto nell’agosto 2016. Attualmente situata in Cascina Orcetto a Briona, l’azienda ha acquisito cinque ettari di vigneto a confine tra Ghemme e Sizzano. Il progetto è quello di raggiungere, entro il 2020, almeno il 70% della produzione di vini Ghemme DOCG e Sizzano DOC, con particolare attenzione alla vespolina, dunque anche alla DOC Colline Novaresi.
Uno dei temi centrali dell’evento è stato il confronto, come momento di riflessione, sulle eccellenze vitivinicole locali e la divulgazione delle peculiarità del territorio dell’Alto Piemonte, con particolare attenzione alla DOCG Ghemme.

Com’è consuetudine nei miei articoli, non posso certo tralasciare l’importanza strategica che ha assunto nella storia dell’Alto Piemonte la conformazione morfologica di questo territorio: essa risale a circa 300 milioni di anni fa, quando sulla Terra esisteva un solo continente chiamato Pangea, un vulcano esplose eruttando un’immensa quantità di materiale, sprigionando un’energia pari a 250 bombe atomiche. Successivamente, i processi di formazione delle Alpi sollevarono e ruotarono la parte di crosta terrestre in cui si trovava il vulcano esploso, mettendone in evidenza il sistema di alimentazione, fino a circa 30 km di profondità. Un caso unico al mondo, ancor oggi sapientemente le viti dell’Alto Piemonte si nutrono di queste particolarissime rocce, e assieme ad altri fattori quali l’ambiente pedoclimatico e l’esperienza delle persone che coltivano le pregiate uve, contribuiscono a creare vini fortemente caratterizzati che mirano all’eccellenza.

Geograficamente parlando, il territorio è incastonato fra la Pianura Padana che ne delimita il confine meridionale, le alpi Pennine e Lepontine quello settentrionale, a est lo splendido Lago Maggiore, a ovest il Monte Rosa, simbolo indiscusso dell’Alto Piemonte vitivinicolo, che protegge le colline dalle imponenti gelate. Pensate che la sua cima più alta, “Punta Dufour” (metri 4.634) è la seconda vetta di tutta la catena Alpina.
Il territorio, dunque le colline dove sono situati i vigneti, è compreso fra la provincia di Novara, Vercelli, Biella e le Valli Ossolane situate nel VCO, ovvero Verbano Cusio Ossola la zona più a nord dell’intero comprensorio.
Passeggiando tra i filari di una qualsiasi delle varie colline che compongono il territorio vitivinicolo dell’Alto Piemonte, risulta incredibile pensare che alla fine dell’Ottocento si contavano ben quarantaduemila ettari vitati. Diverse varietà di alberi quali ad esempio castagni, frassini, cerri, con il passare degli anni hanno rioccupato lo spazio che un tempo era loro, perché i figli dei contadini e degli agricoltori, hanno preferito migrare verso le industrie tessili e metalmeccaniche di Ivrea e Torino, piuttosto che continuare lo sfiancante mestiere del vignaiolo, dove il profitto era incerto e talvolta non soddisfacente. Questo fenomeno fu il motivo per il quale già negli anni Ottanta si contavano appena settecento ettari vitati.
Già al tempo dei romani Agamium, oggi Ghemme, era famosa per la qualità dei sui vini, il simbolo di questa antica città era proprio un grappolo d’uva e un mazzo di spighe di grano. La prima testimonianza della presenza della vite in questo comune risale addirittura a un’iscrizione romana sulla lapide di Vibia Earina, di proprietà di un senatore romano ai tempi di Tiberio. Questo reperto archeologico venne rinvenuto nei pressi di Ghemme, ed è la prova inconfutabile della coltivazione della vite in loco sin dai tempi dei Romani.
Successivamente il vino venne apprezzato alla corte dei Visconti e degli Sforza a Milano. Celebri scrittori ne proclamarono l’importanza, Carlo Dionisotti nel 1871, cita Plinio parlando proprio del metodo di coltivazione della vite e vantando la zona del Ghemme come vera custode della tradizione, utilizzando in riferimento a tutto ciò le parole “ancora praticato come allora“. Antonio Fogazzaro nel 1985 ne parlò nel primo capitolo di “Piccolo mondo antico”, non ultimo per importanza Mario Soldati, che nel racconto “L’albergo di Ghemme” celebra questo vino: “Il Ghemme: eccellente, prim’ordine”.
Il terreno su cui crescono le viti che regalano uve atte a diventare Ghemme Docg, è situato su rilievi collinari emersi di origine fluvioglaciale, ricchi di minerali che conferiscono al vino notevole sapidità, le colline sono poste lateralmente al fiume Sesia, sulla riva destra arrivando da Novara.
Il vino di Ghemme diventa DOC nel 1969, mentre la DOCG gli è stata attribuita il 14 giugno del 1997. I vitigni utilizzati sono il nebbiolo (chiamato spanna) minimo 85%, nel restante 15% possono essere utilizzate anche uva rara e/o vespolina. La zona di produzione è consentita nei comuni di Ghemme e Romagnano Sesia, sempre in provincia di Novara.

Volendo generalizzare le caratteristiche di questo vino, anche se successivamente approfondirò nel dettaglio i campioni degustati all’evento, si può dire che il colore del Ghemme DOCG è un rosso rubino con riflessi granato che si intensificano con l’invecchiamento, il profumo è fine ed intenso con note fruttate, speziate e floreali, il palato è asciutto e sapido, con un finale piacevolmente ammandorlato e di buona verticalità gustativa.
Per quanto riguarda l’invecchiamento, da disciplinare, sono previsti 34 mesi, 18 dei quali in legno. Per la tipologia “Riserva” invece ne servono 46, 24 dei quali in legno. Per entrambe le tipologie sono previsti ulteriori 6 mesi di invecchiamento in bottiglia.
L’abbinamento a tavola, mai come in questo caso sposa la tradizione, il territorio: risotti o pasta con sughi di carne, carni brasate e in salmì, selvaggina, asino o “tapulòn” come lo chiamano nel novarese e formaggi stagionati.
L’evento si è concluso con una piacevole cena nel cortile del castello, dov’è stata allestita un’illuminazione composta da candele bianche che hanno reso la location sobria ed elegante, certamente suggestiva. La degustazione dei vini, prodotti dalle aziende che hanno ospitato l’evento, ha accompagnato tutta la cena, i piatti cucinati ad hoc per l’occasione sono stati preparati utilizzando prodotti del territorio: ravioli ripieni di carne, quattro diverse tipologie di Gorgonzola, ed una tipologia di riso molto particolare chiamata “Razza 77“, un progetto di recupero e di tutela di una varietà storica che ha lo scopo di renderla ambasciatrice del territorio e delle tradizioni legate alla coltivazione del riso, in una delle aree di produzione più vaste e importanti a livello europeo.
Vini Pietraforata Cantine in Ghemme
Il Dott. Giovanni Brugo ha avviato la sua azienda vitivinicola nel 2012, ad oggi si avvale della collaborazione dell’enologo Mattia Donna e della figlia Sofia, responsabile marketing. Il tipo di agricoltura è dedita al minimo intervento in vigna, vige l’assoluto rispetto dell’ecosistema che circonda la vigna e si cerca di limitare al massimo i trattamenti.
Da ciò che ho potuto constatare in diverse occasioni la linea dei vini Pietraforata possiede una virtù che funge da filo conduttore tra le varie etichette, caratteristiche da sempre insite nell’identità assoluta dell’Alto Piemonte vitivinicolo: finezza ed eleganza unite a doti di complessità, ma soprattutto grande bevibilità e versatilità nell’abbinamento gastronomico.
La mia degustazione inizia dai tre vini che hanno subito l’affinamento in solo acciaio, il primo è il Colline Novaresi Bianco “Chiarezza” 2017, tonalità cromatica a metà strada tra il paglierino e il dorato antico, profuma di susina gialla e acacia e si impone per sapidità e freschezza.
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Si passa al Colline Novaresi Rosato “Orezza” 2017, a mio avviso uno dei migliori rosati a base nebbiolo prodotti nel 2017 in Alto Piemonte. Emana sentori di piccoli frutti rossi, un lampone davvero nitido che si alterna alla fragola in caramella, ricordi di violetta e pepe nero, palato nitido, misurato, la succosità del frutto è contrastata da una lieve percezione tannica che impreziosisce il sorso, davvero travolgente in quanto a bevibilità.
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Un attimo e mi ritrovo nel bicchiere il Colline Novaresi Vespolina “Vespolezza” 2014, ancora squillante la tonalità rubino nonostante gli anni in bottiglia, esuberante nei ricordi fruttati di amarena e lampone, una spezia dolce tra cannella e pepe nero, chiude su note di grafite. Il centro bocca è denso, stimolante, il vino ha corpo e buona sapidità, forse una punta di maturità fruttata penalizza l’insieme, ancora piacevole soprattutto abbinato al piatto di ravioli ripieni di carne.
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È la volta dei due vini della gamma che hanno condotto l’affinamento in barriques e tonneaux usate.
Il primo ha riposato due anni ed è il Colline Novaresi Nebbiolo “Saggezza” 2015, veste un classico granato vivace di media trasparenza, attraversato dal lampi rubino. Si distingue per note balsamiche e speziate che ricordano le foglie di mentolo adagiate dentro al mortaio dov’è stato pestato del pepe nero in grani, fa da eco una nota dolce di cannella e baccelli di vaniglia. Palato pieno, rotondo, dotato di buon corpo e coerenza olfattiva, la spezia domina ed il tannino rende vivo il sorso che ha buona persistenza e sapidità.
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Concludiamo la mia recensione dei vini Pietraforata con la prima annata di Ghemme DOCG prodotto dalla cantina, la 2012. 90% nebbiolo, 10% vespolina nasce da un vigneto in Località Locche nel comune di Ghemme, affina per ben cinque anni tra barriques e tonneaux usate più ulteriori sei mesi in fusti d’acciaio, un vino ambizioso considerando questi elementi.
La veste è granato vivace, tonalità chiara, luminosa, buona trasparenza con ricordi ancora rubino. Profuma di bacche selvatiche e frutti di bosco maturi, il tabacco in foglie ed una leggera traccia ematica anticipano una dolce sensazione composta da vaniglia e note tostate di caffè e cacao, ma ancora spezie orientali, una lieve percezione di legno che il tempo saprà alleggerire a mio avviso, perché il vino ha stoffa e materia per invecchiare, è ancora giovane, lo conferma il palato. Sorso a metà strada tra l’impegno e la buona beva, una sensazione appagante di frutti rossi aciduli si traduce in freschezza, spezia coerente al naso che allunga il sorso dotato di buona sapidità, rimane una bocca pulita dai ricordi balsamici.
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Rovellotti Viticultori in Ghemme
Paolo e Antonello Rovellotti avviano questa storica azienda del comprensorio con la vendemmia 1972, non solo impiegano tutta la loro energia nel realizzare questo progetto in anni non facili per il territorio, ma forti di un’esperienza positiva e appagante, riescono a convincere con grande soddisfazione il padre ad abbandonare il lavoro in fabbrica, visti i periodi non facili di contestazione operaia. È il primo caso che mi capita in cui i figli coinvolgono i genitori e non viceversa, ma la famiglia Rovellotti è una delle storiche in Ghemme e si è sempre occupata di viticultura da più di 600 anni.
Ad oggi Paolo e Antonello si avvalgono della collaborazione dell’enologo Mario Ronco e dell’agronomo Michele Vigasio. Conducono un tipo di agricoltura che si ispira al regime biologico impiegando nei loro 25 ettari di vigneto nella sottozona Baraggiole, situata nella prima collina morenica di Ghemme, il noto sistema di lotta integrata. Paolo mi spiega che l’obbiettivo primario è combattere la presenza dei vari antagonisti della vite quali ad esempio acari e insetti, obbligandoli a convivere con i loro nemici, in una sorta di lotta che ha l’obiettivo di annientarli, ciò permette la drastica riduzione dei pesticidi a vantaggio di un prodotto più sano da offrire al consumatore.

Per mostrare la classe e soprattutto la longevità di un vino come il Ghemme, il giorno successivo all’evento “Autoctoni al Castello” l’azienda Rovellotti ha invitato il sottoscritto e Danila Atzeni, la mia fotoreporter, a partecipare a una verticale storica di cinque annate del loro vino di punta, il “Chioso dei Pomi“, un Ghemme con rese da 50 quintali per ettaro che affina 36 mesi in botti grandi di rovere, segue un affinamento minimo di 9 mesi in bottiglia.
Il vino è composto all’85% da uve nebbiolo e al 15% da uve vespolina provenienti dai migliori vigneti dell’azienda.
Ringrazio l’agronomo Michele Vigasio per il racconto dettagliato e molto preciso circa l’andamento climatico delle annate dei vini in degustazione, questo ci aiuterà a capire meglio i campioni degustati o al contrario ci stupirà completamente, la verità assoluta a mio avviso è racchiusa sempre all’interno della bottiglia.
Ghemme “Chioso dei Pomi” 2012
Figlio di un’annata difficile, germogliamento a fine marzo e caldo anomalo anticipato. Inversione di rotta, da Aprile instabilità tipica primaverile con tanta pioggia fino a inizi giugno. Agosto molto caldo e settembre regolare, a parte gli ultimi dieci giorni instabili che hanno reso obbligatorio l’anticipo della vendemmia. 13,5% Vol.
Granato nel bicchiere, riflessi rubino, tonalità fitta e parzialmente impenetrabile.
Il naso è intenso, le erbe officinali rincorrono una nota di lampone dolce che si alterna ritmicamente al pepe rosa e alle spezie orientali, sbuffi di anice. Una nota boschiva, rimanda al territorio e incontra una lieve traccia ematica.
Sorso fresco e dinamico, tannino graffiante, una verticalità gustativa che si regge su un corpo slanciato, sicuramente non un gigante vista la sapidità a metà strada tra i canoni classici di casa Rovellotti.
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Ghemme “Chioso dei Pomi” 2010
Vendemmia conclusa ben oltre la metà di ottobre per via di un ritardo importante della ripresa vegetativa, agosto non caldissimo e settembre piuttosto piovoso, ma nonostante ciò la maturità tecnologica si è assestata su medie di tutto rispetto, realizzando un’annata nel complesso equilibrata e con acidità importanti. 14% Vol.
Tra il granato e il rubino, mostra una tonalità piuttosto profonda.
Il naso è in una fase piuttosto chiusa, si avverte una spezia prepotente che rimanda al chiodo di garofano e alla noce moscata, il frutto è maturo, l’amarena e il lampone accompagnano la liquirizia dolce e una nota minerale di sabbia bagnata, humus.
Sorso tagliente e ancora giovane, il tannino scalpita e il frutto mostra tutta la sua integrità per via di una freschezza che convince, manca a mio avviso l’allungo delle grandi annate e quella sapidità tipica dell’Alto Piemonte, ma la bevibilità che mostra è di tutto rispetto.
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Ghemme “Chioso dei Pomi” 2008
Figlia di una della annate più complicate del nuovo millennio, la 2008 si è risolta grazie all’impegno straordinario impiegato in vigna. Partita con netto anticipo rispetto al germogliamento, ha dovuto ben presto fare i conti con un periodo di pioggia prolungato, non per intensità del fenomeno ma per costanza nei giorni. Questo ha causato pressione da parte degli attacchi fungini, oltre a diversi fenomeni in luglio di trombe d’aria e grandine che hanno colpito tutto il Piemonte settentrionale, Ghemme compresa il giorno 12 del mese.
Tutto in ritardo rispetto alla fase di maturazione, nonostante ciò, ottobre è stato decisivo per via di forti escursioni termiche che hanno favorito sua maestà il nebbiolo, anzi come direbbe qualche saggio del posto:”È stata un’annata da Nebbiolo“. La maturità delle uve si è raggiunta a metà ottobre e l’eccezionale qualità dell’uva ha ripagato gli sforzi in vigna dei viticultori che ci hanno creduto fino in fondo.
In effetti è l’annata che ho preferito in assoluto della verticale, si avverte quel tocco di eleganza e austerità che in parte manca agli altri campioni degustati, ma in futuro chi potrà dire cosa accadrà? Il nebbiolo è capace di veri e propri miracoli nel corso della sua vita in bottiglia. 13,5% vol.
Granato di luminosità esemplare, riflessi rubino, tonalità piuttosto profonda e impenetrabile.
Il naso ha raggiunto un livello notevole di grazia per via d’intriganti note floreali che ricordano la viola e le rosa leggermente acre, sbuffi mentolati d’eucalipto anticipano il caucciù, cuoio e tabacco in foglie. Il frutto è ancora croccante, evolve nel bicchiere con opportuna ossigenazione partendo dal più classico dei lamponi ed arrivando persino alla dolcezza della pera matura. Lo stesso Paolo Rovellotti si è meravigliato di quest’ultima nota.
Il sorso mostra tutta la classe dello spanna, così chiamato il nebbiolo in Alto Piemonte, che ha cominciato il suo viaggio verso l’equilibrio. Frutto croccante, acidità misurata, tannino percettibile e coeso, il vino ha corpo e struttura e manifesta una sapidità che impegna il palato senza perdere quelle doti di grazia che rendono l’Alto Piemonte vitivinicolo un territorio sempre più attuale, anche nei confronti del gusto internazionale.
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Ghemme “Chioso dei Pomi” 2001
Annata precoce rispetto alle fasi fenologiche, un periodo di freddo prolungato ha impedito un’allegagione regolare e lo stress idrico incontrato nel periodo successivo a questa fase ha messo in difficoltà l’invaiatura. Quanto alla maturazione dell’uva, nonostante fenomeni isolati di gelate primaverili in aprile e una grandinata il 9 luglio, l’annata pareva assestarsi per via di un inizio settembre con clima favorevole e uve mature. Al contrario la seconda parte del mese è proseguita all’insegna dell’instabilità, con umidità e temperature non consone al periodo. Altra sfida per il nebbiolo? 13% vol.
L’annata 2001 veste un granato profondo e vivace che inizia a concedere qualche chance alla tonalità mattone/arancio.
Naso inteso ed esuberante, sviluppa da subito note di confettura di frutti rossi, spezie dolci quali vaniglia bourbon e noce moscata addolciscono l’insieme, intrigante la traccia ematica che ritorna anche in quest’annata e di lieve pellame che affiora dopo alcuni minuti di ossigenazione, unita ad effluvi balsamici di mentolo.
Il palato è ancora vivo, morbido, tannino cesellato e sapidità pronunciata in leggero vantaggio rispetto alla freschezza, si avverte sul finale una leggera sensazione alcolica che compromette la linearità della beva.
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Ghemme “Chioso dei Pomi” 1998
Inizialmente era prevista in verticale l’annata 1999, la prima in cui Michele Vigasio ha dato il suo contributo, le bottiglie stappate a detta degli stessi Rovellotti hanno presentato dei difetti tecnici dati da fattori che esulano dall’annata o dall’invecchiamento. Per non compromettere il giudizio si è deciso di non tenerne conto e di stappare la 1998, un’annata che l’agronomo ha definito in netta contrapposizione rispetto alla 1999, ben più regolare e positiva, dov’è stato difficile portare a casa il risultato, ma con sua maestà il nebbiolo e gli anni che passano, chi può dirlo? 13% vol.
Granato di media trasparenza con evidenti riflessi aranciati, ha mantenuto una verve cromatica vivace e piuttosto intensa.
Il naso è un tripudio di frutta sotto spirito, l’amarena Fabbri e l’agrume candito, la mora. Il geranio appassito anticipa una nota boschiva che rimanda alle foglie, ai funghi secchi al tabacco da pipa, cuoio, note di alloro e rosolio a chiudere un quadro olfattivo che ha raggiunto uno stadio di maturità e complessità davvero notevoli.
Il palato è in netta contrapposizione al naso, è qui che il nebbiolo sfodera la sua classe, soprattutto in Alto Piemonte anche in annate difficili. L’acidità fissa del terreno è l’esperienza dell’azienda nel periodo di vendemmia, il più delle volte, sono una sorta di assicurazione contro il tempo.
In bocca è dotato di freschezza e rotondità, il frutto opportunamente maturo avvolge il palato e il tannino vivo e setoso vivacizza il sorso, l’acidità agrumata torna e una vena sapida rimanda al territorio. Sorso lungo e appagante, con ulteriori capacità di affinamento.
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Andrea Li Calzi




