Gianluca Mirizzi lancia un’eccellente grenache marchigiana: Cogito R. vinum rubrum 2019

Poche cose al mondo ancora mi emozionano, tutte però sono dovute ormai solo al vino. Si dice Bacco, tabacco e Venere… ma a 69 anni finalmente suonati (un gran bel numero anche se sembra piuttosto un programma) Venere ormai si può soltanto sognarla e buonanotte ai sognatori. Il tabacco invece l’avevo già abbandonato più di vent’anni fa per amore dei funghi: ero arrivato quasi in cima alla montagna e durante la prima pausa con un cestino già mezzo pieno mi sono accorto di aver dimenticato giù in paese le sigarette, Avrei dovuto smettere di cercarli, scendere, recuperarle e risalire, ma così mi sarei ritrovato con il sole ormai alto nel cielo e un’orda di altri cercatori nello stesso bosco… impensabile! Ho smesso di fumare. Bacco invece mi emoziona ancora come da ragazzino; certe bottiglie riescono a raccontarmi delle storie meravigliose e, calice dopo calice, mi fanno chiudere gli occhi, mi mandano in trance e mi ritrovo sul posto, sento i profumi, vedo i colori, parto per la tangente e faccio pace con il mondo.

Devo dire che tutti i Verdicchio dei Castelli di Jesi fatti da Gianluca Mirizzi (classe ‘’69… e dàje!) nelle sue due aziende mi hanno impressionato, come mi capita poche volte con dei vini bianchi. Specialmente quelli del 2018 con un tenore alcolico del 14% (un po’ più contenuto dei massimi a cui può anche arrivare per il gran sole di cui gode questa terra marchigiana) che, secondo il mio gusto personale, è perfetto e consente almeno 10, se non 15, anni di ulteriore affinamento, Ne avevo già parlato in altri due articoli, che trovate qui e qui. Lo sapete tutti benissimo che, in questa zona particolarmente vocata ai vini bianchi, se non nascono miracoli poco ci manca. Ma le emozioni? Ecco, è proprio di queste che vorrei raccontarvi, perché mi sono venute… da un rosso!

È da un quarto di secolo che Gianluca voleva produrre un vino così. Ha dovuto aspettare di essere maturato ulteriormente come vitivinicoltore anche dopo aver già prodotto ben 16 vini nelle due aziende di cui si occupa: la Montecappone della famiglia di provenienza, fondata nel 1968 da suo nonno materno Recildo Bomprezzi con altri due soci e poi acquistata per intero nel 1997 dalla famiglia Bomprezzi-Mirizzi, e la Mirizzi di Gianluca e di sua moglie Annarita Rossi, sorta nel dicembre 2015 e contraddistinta in etichetta dallo stemma araldico dei Mirizzi.
Questa giovane azienda dispone di 5 ettari vitati circa di cui attualmente 4,5 sono coltivati a verdicchio e 0.5 a grenache, ma che a pieno regime diventeranno, dopo tanto lavoro e fatica, 4 ettari a verdicchio e 1 a grenache. Si trovano tutti in cima a una collina in località Costa (coordinate GPS: lat. 43.470766 N, long. 13.150175 E) nell’agro meridionale di Monte Roberto e sono corredati da 3 ettari di oliveti posti dall’altra parte della strada Aguzzana (SP 9) che va dalla vicina Cupramontana a Ponte Magno verso la SS 76.

Questi terreni si trovano sulle alture della riva destra del fiume Esino e si inerpicano fino a un’altitudine di circa 300 metri s.l.m. su suoli che all’occhio appaiono di colore giallo e di consistenza sabbiosa perché sono composti da formazioni marnose arenacee a granulometria finissima e conglomerati argillosi, il cosiddetto Membro delle arenarie di Borello, infatti derivano dall’emersione del bacino marino presente in ere geologiche antiche che si è combinato con il successivo riempimento da parte dei sedimenti appenninici.
I vigneti sono coltivati con esposizioni che vanno da est a ovest e sono proprio aggrappati a questa collina che, a causa della pendenza media del 33% e con alcuni picchi che arrivano anche al 45% (si fatica anche a stare in piedi…), è stata insignita dal Centro di Ricerca, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura Montana con il certificato di ”Viticoltura eroica“ CERVIM. Richiedono infatti una gran fatica in tutti i lavori agricoli, specialmente per un’azienda che applica la viticoltura biologica certificata in un territorio difficile, dove la sfida è maggiore e da alcune parcelle può capitare, come nel 2017, di non poter produrre vini perché la pendenza non permette nemmeno di entrare in vigna dopo le piogge frequenti e non consente nemmeno di applicare un’efficace difesa dalla peronospora.

Ma quando le cose vanno bene ne vale davvero la pena perché Monte Roberto è uno dei Castelli di Jesi più vocati per la produzione di vino e i vini che ci nascono sono di razza, hanno una veste elegante e un buon corpo. Le uve vengono raccolte ben mature, concentrate e sane per essere portate velocemente nella storica cantina Montecappone della vicina Jesi che sta a una decina di km, dove ce la mettono tutta per vinificarle al meglio in maniera molto tradizionale con pochissimi interventi per rispettare la tipicità di questa varietà che qui chiamano bordò, alicante o grenache. Infatti i cloni coltivati qui sono quelli di grenache Entav-Inra 136 e 435, entrambi dalla fertilità inferiore alla media, che vengono allevati a controspalliera bassa con potatura Guyot e che danno vini equilibrati e ben strutturati.
La mano delicata e leggera dell’enologo che sa accompagnare il vino dalla nascita all’adolescenza fino alla maturità, ma senza forzarlo come fanno invece i guru che inseguono le mode per fare cassetta facile, è infatti determinante e il successo enologico della famiglia Mirizzi, oltre che per la loro spiccata propensione all’eccellenza, è dovuto alla collaborazione con l’enologo Lorenzo Landi, uno dei più affermati enologi italiani che fa il consulente di importanti cantine. Landi ha dato ai vini una decisiva impronta di carattere e di grande personalità, e quella pulizia e longevità che sono sono le caratteristiche che si trovano in tutte le bottiglie con le etichette delle aziende Montecappone e Mirizzi.
Per questo negli ultimi vent’anni sono stati fatti molti sforzi per ridurre al minimo il contatto con l’ossigeno e riuscire così a modernizzare il processo produttivo con le tecniche sconosciute ai nostri nonni, come quella della criomacerazione.

Ai nonni era sconosciuto anche il valore dell’enoturismo per lo sviluppo delle aree vitivinicole. Da secoli nella nostra penisola i nostri avi vivevano pochi decenni tra un’occupazione straniera e un’altra, tra una grande guerra e un’altra. Il vino era una componente essenziale dell’alimentazione, non un sovrappiù alla moda né uno status-symbol come purtroppo vedo sempre più in giro, purtroppo, perciò non ci si preoccupava di farne un ambasciatore del territorio come in effetti merita di essere quand’è buono.
Anche Cupramontana ormai trova nel vino uno dei traini principali del turismo, tanto che ormai conta all’interno dei suoi confini una trentina di strutture ricettive di cui si può usufruire tramite qualche ricerca su Internet. Questa bella cittadina ospita ogni anno da oltre mezzo secolo nella prima settimana di ottobre la tradizionale, popolare, frequentatissima Sagra dell’Uva, la più antica delle Marche, una vera festa di popolo con le “capanne” enogastronomiche di bambù, i concerti e e danze folk, la sfiata dei carri allegorici. Nell’enoteca comunale si trova la mappatura con la classificazione dei vigneti e la presentazione dei vari territori da visitare tutt’intorno. Gianluca, Annarita e i loro figli hanno deciso di non restare a vivere a Roma, dove si trova da sempre il centro commerciale delle loro attività di famiglia, ma di venire proprio qui, in questa bellissima zona, perciò chi va a trovarli è più che benvenuto.
Ma vengo a questo rosso che mi ha emozionato davvero, alle sue caratteristiche di produzione e alle sue proprietà organolettiche. Chiariamo subito una cosa: non è un vino da culto, da investimento, da meditazione, da panegirico d’interpretazione. È un vino franco, da allegra bisboccia e, ovviamente, la vendemmia 2019 ce lo presenta ancora da bambino all’assaggio dopo appena un paio d’anni, ma si sente già la stoffa del vino di razza. Questo Cogito R. vinum rubrum 2019 è un Marche IGT Rosso che proviene in purezza da grappoli di grenache coltivati su terreni di marne arenarie gialle con calcare e tracce di argilla a una densità di 2.400 piante per ettaro e vendemmiati a piena maturazione fenolica. Le uve sono state raccolte dalla seconda alla terza settimana di settembre con una resa da 3 a 3,5 kg per pianta e sono state vinificate all’aperto con metodi tradizionali. Macerazione sulle bucce per tre settimane con controllo termico del cappello sotto i 25°C circa, eseguendo follature delicate e facendo affondare il cappello di vinaccia tramite il peso del vino in rimontaggio. Lungo affinamento in vasi di cemento; mi sa che sono gli stessi usati da nonno Recildo, saggiamente rifatti e mantenuti ogni 5 anni… perché la struttura è quella, ma si sa che il cemento ha bisogno di manutenzione. Tenore alcolico del 14,5%.

Si presenta con una veste di color rubino appena scarico e affascina al naso con profumi di piccoli frutti di bosco, dove domina il mirtillo avvolto in petali di rose. Il bouquet poi si arricchisce degli aromi della macchia mediterranea con cumino e cardamomo che accarezzano la mora di gelso e la prugnola selvatica tra sfumature di brezza marina e un alito di violette primaverili. In bocca è molto succoso, generosissimo, ma dai tannini setosi e ben levigati, sapido quanto fascinoso e piacevolmente beverino, equilibrato, morbido. Il finale è vellutato, con una delicatissima nota salmastra, indossa una veste elegante, lunga, persistente. È un vino che si preannuncia longevo, gustoso, appagante con i primi piatti al ragù e le carni rosse brasate, le salsicce e le costine di maiale, il pollame nobile e i vincisgrassi. Lo servirei nei suoi anni giovanili a una temperatura di servizio tra 14 e 16 °C e, un po’ più in là nell’età, tra 16 e 18 °C.
Mario Crosta
Societa Agrivinicola Montecappone Colli di Jesi
Via Colle Olivo 2, 60035 Jesi (AN)
coord. GPS: lat. 43.508049 N, long. 13.204203 E
tel. 0731.205761 e 0731.226082
sito www.montecappone.it, e-mail info@montecappone.com



