Quale pasta buttare?
Pasta e pastifici. Il glifosato. Il DON. Il Salvagente. Le inchieste. I grani canadesi e nordamericani. Guardando il dito e non la Luna.

Mentre a inizio anno, appena finite le festività natalizie, un vero e proprio tsunami mediatico, partito naturalmente da un post su una piattaforma social e poi giunto sui principali quotidiani italiani, si abbatteva sul pastificio la Molisana, accusata di produrre “pasta fascista” per via dell’avere nel suo assortimento, come d’altronde anche molti altri pastifici, formati come le Abissine, quasi contemporaneamente il mensile Salvagente, nel numero di dicembre 2020, all’interno di un’inchiesta che non ha scatenato nessuna tempesta mediatica, svelava come in 7 marche di spaghetti su 20, portate in laboratorio, fossero stati trovati residui, seppure entro i limiti di legge, di glifosato.
E così se la Molisana ha dovuto cambiare il testo della scheda-prodotto sul suo sito, cambiare nome alle Abissine (diventate Conchiglie) e alle Tripoline (trasformate in Farfalline), e ancora cospargersi il capo di ceneri con interviste ad hoc nelle quali faceva notare la sua estraneità a qualsiasi nostalgia per il colonialismo (è persino intervenuta l’Anpi per evidenziare il sostegno alle feste dell’Unità da parte del pastificio incriminato), è passato in secondo piano il fatto che al test del Salvagente, proprio la pasta de la Molisana sia risultata la migliore. Negli spaghetti N. 25, dopo l’analisi multiresiduale, nessuna presenza di glifosato, né di altri pesticidi, livelli di Don (la micotossina chiamata anche vomitossina poiché colpevole di creare disturbi gastrointestinali soprattutto nei bambini) molto al di sotto di quelli consentiti per legge, tanto da poter andare bene anche per i più piccoli e, dulcis in fundo, un giudizio dopo la prova organolettica “eccellente”.

A fine 2020, sempre il Salvagente, osservando i dati Istat, ha sottolineato come l’Italia abbia importato grano duro dal Canada agli stessi livelli del 2016, “raggiungendo la cifra record di 1,1 miliardi di chili, su 2,5 miliardi importati” complessivamente dall’estero. Stupirsi di questo da un lato è ingenuo – senza import di grano duro non riusciremmo certo a soddisfare la domanda di pasta –, ma dall’altro, considerando il can can mediatico proprio contro i residui di glifosato (sempre sotto i limiti di legge) presenti nel grano canadese di qualche anno fa, un po’ stupisce questa ripresa. Cosa è successo? Nel 2018 in una inchiesta simile, condotta sempre dalla stessa testata, le marche con presenza di residui del famigerato erbicida erano state “solo” due e il grano proveniente dal Canada era pari a 100 milioni di chili.
Ovviamente sono dati che non certificano automaticamente come il grano canadese o estero faccia rima con glifosato – l’inchiesta ne ha trovato anche in marche che dichiarano la presenza di solo grano italiano al 100%. Al netto del fatto che nelle 7 marche incriminate i residui di glifosato siano risultati assolutamente entro i limiti di legge, non emerge un quadro molto tranquillizzante. Oltre al noto erbicida, classificato come “probabilmente cancerogeno” dalla Iarc, le analisi effettuate dalla rivista hanno trovato, sempre in basse quantità, piperonil butoxide (“un sinergizzante usato nei formulati degli insetticidi per il quale” si legge sempre sulla rivista, “pur essendo considerato possibile cancerogeno per l’Epa, l’Autorità per la protezione ambientale statunitense, non esiste limite di legge”), pirimiphos methyl (“un acaricida interferente endocrino e sospetto cancerogeno per l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche”) e infine in tre marche livelli al di sotto dei limiti di legge della succitata micotossina Deossinivalenolo, nota anche come Don, ma comunque in livelli tali da non renderle adatte per i bimbi.
Insomma, la fotografia complessiva appare, se non completamente rovinata, certo un po’ sfuocata: il test è stato effettuato su marche nazional-popolari, quindi disponibili per la stragrande maggioranza dei consumatori italiani, non su piccoli pastifici iper artigianali, dai packaging gourmet, e costi altrettanto gourmet, prodotti in poche confezioni. Forse un campanello di allarme, decisamente più rumoroso e preoccupante, rispetto all’ipotetico “gusto littorio” delle Abissine, andrebbe suonato.
Alessandro Franceschini




