Terre di Cerealto e il bianco da uve PIWI

Pilzwiderstandsfähige, ovvero resistente ai funghi, espressione ormai conosciuta da tutti con l’acronimo PIWI, che identifica un gruppo di vitigni che hanno la caratteristica di essere molto resistenti alle malattie fungine, comprese le tanto temute oidio e peronospora. Preciso subito che non sono varietà OGM, ma ottenute per ibridazione, ovvero fecondazione fra specie di viti diverse ma geneticamente affini, puntando soprattutto su quelle provenienti dall’America e dai Paesi asiatici per le caratteristiche di resistenza, e unendole a quelle europee.
Un lavoro complesso che ha portato a una sempre maggiore selezione, infatti non tutte le piante nuove ereditano la resistenza tanto ambita, né lo stesso grado di affidabilità sul piano squisitamente viticolo ed enologico.
Di recente il procedimento è stato migliorato, oggi è possibile individuare già dal seme se quelle caratteristiche sono state acquisite.
Sebbene i PIWI siano ancora oggetto di molti dibattiti, è incontrovertibile il fatto che consentano una forte riduzione dei trattamenti fitosanitari, a tutto vantaggio di una maggiore tutela ambientale. Una delle critiche che gli vengono fatte è quella che, in quanto frutto di ibridazione, questi vitigni non possono essere in grado di raccontare il territorio e le loro caratteristiche organolettiche non corrispondono più a quelle dei vitigni originari.
Per questa ragione sono stati fatti numerosi incontri di degustazione alla cieca fra vini PIWI e non PIWI, durante i quali è emerso in più occasioni che nessuno dei partecipanti è stato in grado di riconoscere i primi.
Le ibridazioni a opera dell’uomo hanno una storia antica, che parte dall’arrivo in Europa dell’oidio (1845 in Inghilterra) e della peronospora (1878 in Francia). Fra i primi ibridi artificiali troviamo il Delaware e il Catawba, in Italia Clinton e Isabella.
Oggi le varietà PIWI sono numerose, ogni Paese ha le proprie, in Italia i Vivai Cooperativi di Rauscedo, in collaborazione con le Università di Udine e Trento, hanno prodotto un cospicuo numero di vitigni come Cabernet Eidos, Cabernet Volos, Fleurtai, Giulio, Kersus, Merlot Cantus, Merlot Khorus, Pinot Iskra, Pinot Kors, Cretos di Sauvignon, Sauvignon Nepis, Sauvignon Rytos, Soreli, Volturnis e altre.
La nostra legislazione consente al momento l’utilizzo di una ventina di PIWI in tutto il territorio nazionale, ma esclusivamente per la produzione di vini che non siano DOC o DOCG.
Massimo Reniero e Silvestro Cracco di Terre di Cerealto, azienda veneta nata nel 2015, situata nel comune di Valdagno (VI), nel 2017 hanno prodotto un vino bianco ottenuto da due varietà PIWI di origine germanica, il Johanniter (60%), ottenuto da Riesling incrociato con Seyve-Villard (ideato dall’orticoltore francese Bertille Seyve e suo padre Victor Villard), Ruländer e Gutedel (Chasselas), e il Bronner (40%), ottenuto da Merzling (vitigno a bacca bianca sviluppato nel 1960 da Johannes Zimmermann presso l’istituto di ricerca in viticoltura di Friburgo) incrociato con Zarya Severa (di origine asiatica, proveniente dalle zone fluviali della valle dell’Amur e a sua volta incrociato con la vite francese Malingre Précoce, utilizzata soprattutto come uva da tavola) e Saint-Laurent (di probabile origine francese ricuperato e valorizzato in Trentino dalla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige).
Insomma, il mondo delle varietà ibridate è davvero complesso e più vasto di quanto si possa immaginare.

Il Cerealto 2018, alla sua seconda annata, è stato prodotto in 4.036 esemplari, da due vigneti che occupano 0,64 (Johanniter) e 1,30 (Bronner) ettari a un’altitudine che supera i 700 metri s.l.m., in un territorio incontaminato che si affaccia sulle Piccole Dolomiti. Una delle caratteristiche dell’azienda Terre di Cerealto è quella di avere puntato esclusivamente alle varietà PIWI, è la prima in Veneto; di recente è stata impiantata in un altro appezzamento di 0,7 ettari la varietà Souvignier Gris, anch’essa di origine tedesca, ideata nel 1983 dal Dr. Norbert Becker, incrociando il Cabernet Sauvignon con il Bronner.
Tutto il vigneto è lavorato in biologico certificato Icea; la maggior parte dei trattamenti fitosanitari è stata eliminata mentre vengono utilizzati solamente principi attivi di origine naturale, estratti vegetali, microrganismi o insetti utili, che favoriscono la sostenibilità ambientale.
La vendemmia del Johanniter è precoce e le viti si caratterizzano per una produzione elevata, grappoli di medie dimensioni, che nel momento di piena maturazione assumono un colore giallo-verde con piccoli punti neri sulla buccia. Il vitigno fornisce un’ottima spalla acida e profumi.
Il Bronner è in grado di resistere molto bene a Peronospora e oidio, fornisce struttura e un’acidità media.
Il Cerealto, dopo la pressatura soffice seguita da chiarifica statica, sosta 7 mesi sulle fecce fini, con frequenti bâtonnages, a cui seguono 6 mesi di affinamento in bottiglia.
Il risultato è un vino dal colore oro lucente, che profuma di erbe di montagna, pompelmo, limone, leggera mela cotogna, pera Kaiser, una sfumatura di lievito e riverberi minerali.
Al palato è intenso, con viva freschezza ma senza quelle asperità di certi riesling troppo giovani, delicatamente pepato torna a far sentire l’agrume frammisto a suggestioni speziate su una base piacevolmente sapida.
Roberto Giuliani



