Nebbiolo Prima 2016: il Barolo 2012 comune per comune

Quest’anno sono cambiate un po’ di cose a Nebbiolo Prima, l’anteprima di Barolo, Barbaresco e Roero, ideata da →Albeisa per la stampa italiana ed estera, che dalla prima edizione del 2010 è “coccolata” senza tentennamenti dall’agenzia trevigiana esperta in comunicazione e tutta al femminile →Gheusis. Nello specifico, visto che non l’ho mai scritto sono in sei, Silvia Baratta (amministratrice), Anna Barbon, Alessandra Tutino, Linda Fortran, Renza Zanin e Alice Franceschi, che si alternano in varie attività tutte con grande professionalità.
Ma veniamo ai cambiamenti, piccoli dettagli, innanzitutto è aumentato il numero delle aziende e dei vini, pur avendo ripristinato la vecchia versione dell’evento a 5 giorni di degustazioni, ci siamo ritrovati di fronte a: lunedì 9 maggio 99 vini, martedì 10 maggio 105, mercoledì 11 ben 118, giovedì 12 siamo scesi a 102 e venerdì abbiamo avuto un sospiro di sollievo con “soli” 65 campioni, per un totale di 489, un vero e proprio tour de force, tanto che alcuni, visto che era previsto, hanno preferito fare la degustazione “soft”, che prevedeva un solo vino per azienda (riducendo di circa il 25% il numero dei campioni).
Personalmente ho preferito non rinunciare ad alcun vino, non mi sarebbe piaciuto scoprire in seguito di avere perso qualche pregevole assaggio.
Un’altra occasione imperdibile, lunedì 9 maggio pomeriggio, è stata la ormai consolidata “Retrospettiva” di Barolo, Barbaresco e Roero presso le Antiche Cantine Luigi Calissano, degustazione ai banchi d’assaggio e in presenza dei produttori: si va indietro di un decennio, quindi era in ballo la vendemmia 2006, che alla sua uscita è stata giudicata decisamente ottima.
Come sempre, a fianco dell’anteprima delle nuove annate, per ciascuno di noi è stato possibile scegliere in anticipo quali aziende associate ad Albeisa andare a visitare nei pomeriggi dedicati allo scopo, ma di queste vi parlerò in articoli specificamente dedicati.
Veniamo al tema che ci interessa in questo momento, la degustazione dei Barolo, annata 2012, che questa volta è stato proposto (una prima parte) la prima giornata, soppiantando il Roero che occupava tradizionalmente, non certo per questioni di valore, ma semplicemente per fini organizzativi e di distribuzione dei vini.
L’annata mi ha ricordato a tratti la 2005 (che amo moltissimo e continuo a ritenere fin troppo sottovalutata), più scheletro, essenzialità, dove pregi e difetti emergono in modo più netto, senza filtri, mostrando tutto il carattere del nebbiolo, anche negli aspetti più duri. Una differenza però c’è stata, ho notato una maggiore eterogeneità espressiva dei vini, evidentemente non c’è stata uniformità di situazioni a livello microclimatico, e di scelte vendemmiali.

LA DEGUSTAZIONE DEL BAROLO 2012 COMUNE PER COMUNE
• NOVELLO
Dei 14 vini presentati le cose migliori sono arrivate dal cru Ravera, 6 campioni fra i quali ho preferito le versioni di Vietti (vitale al naso, austero al palato, grande materia con ottime potenzialità), Elvio Cogno (fresco, aperto, con una bella carica gustativa senza eccesso di durezze, bell’allungo nel finale) e Marziano Abbona (ottima trama fruttata, accompagnata a legno di liquirizia e una bocca sapida, fresca e abbastanza ben calibrata); un pelo sotto Reva e Vajra che al momento pagavano qualche durezza di troppo ma per il resto mostravano una notevole personalità.
Ottima prova anche per il Barolo annata di Armando Piazzo, come sempre vino affidabile, ben curato e dal rapporto qualità prezzo davvero invitante.
Non si è comportata male neanche Le Ginestre, con il suo Sotto Castello, che riprende una delle Menzioni Geografiche Aggiuntive del Comune, ovvero Sottocastello di Novello (naso di ciliegia, viola, rosa, bocca di buona finezza e freschezza, ha nerbo, carattere, può riservare sorprese in futuro).
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• COMUNI VARI
Ovvero tutti quei Barolo che provengono da vigne disposte in differenti Comuni, 32 campioni fra i quali spiccava senza sé e senza ma la versione di Maria Teresa Mascarello, figlia del grande Bartolo, un vino che ha acquistato una certa grazia e una precisione stilistica che lo rende riconoscibile anche alla cieca.
Notevole anche il Pichemej di Gian Piero Marrone, molto floreale, ma anche con un bel frutto, bocca lineare, con un tannino misurato, finezza, un bel bere.
Su sponda diversa, ma del resto è una prerogativa di quasi tutti i vini di Vietti, il Castiglione, ancora indomabile, mordace, ma che personalità! Un vino che fra qualche anno saprà emozionare, Barolo da attendere.
Affatto male il Barolo di Le Cecche, naso floreale, fine, ben calibrato al palato, dove ha una buona misura sia nel tannino che nell’acidità.
Due centri per La Biòca, piccola azienda con vigneti a Monforte, La Morra, Novello e Barbaresco, nata da poco ma che sta già mettendo in evidenza tutte le sue qualità, sia con il Barolo Aculei che con lo Stolét, più fruttato il primo e più floreale il secondo, ma ambedue caratterizzati da freschezza e tannino dolce, azienda da seguire assolutamente.
Piuttosto ravvicinate le versioni di Armando Parusso (scorrevole, fruttato, ben rifinito, senza spigoli), Pio Cesare (più floreale e caratterizzato da note di ginepro ed erbe mediterranee), Reva (rimandi floreali, ciliegia e lampone, bocca corrispondente, fruttata, godibile), Azelia (preciso, definito, caratterizzato da un bel finale di liquirizia) e il Tre Utin di Mario Gagliasso (parte proveniente da La Morra e parte da Monforte, rivela un tannino ben dosato e una bella espressione terrosa).
Meritano di essere menzionati perché più che buoni i Barolo di Prunotto (ormai da qualche anno tornato ad una classicità e una bellezza espressiva da encomio, persino in questa versione annata che sa di macchia mediterranea) e Oddero Poderi e Cantine (attacco floreale poi fruttato, al palato è fresco, con un tannino non estremo, buon ritorno fruttato e finale pulito).
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• RODDI
Meritano di essere menzionati tutti e tre i campioni proposti, stesso cru Bricco Ambrogio, nelle versioni di Bruna Grimaldi (quasi femminile, armonioso, ben giocato sulla vena floreale e un carattere dai toni avvolgenti e tannino levigato), Negretti (ormai un classico, punta su un carattere più deciso, con note di liquirizia e una materia piena e stimolante), un po’ più sotto arriva Paolo Scavino, con un’espressione appena più contratta e bisognosa di assorbire il legno.
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• DIANO D’ALBA e GRINZANE CAVOUR
A Diano segnalo il Contadin di Bricco Maiolica (frutto che esplode, più di tutti i precedenti, acidità meno spiccata ma spalla maggiore, trama tannica fine, lungo) e a Grinzane il Camilla di Bruna Grimaldi (naso floreale, leggera liquirizia, ginepro; eleganza nel frutto e tracce speziate interessanti).

• SERRALUNGA D’ALBA
Se la battono sul filo di lana il Brea Vigna Ca’ Mia (riccamente speziato, materico ma senza eccedere, grande classe) di Brovia e il Prapò di Sergio Germano (naso di grande finezza, saltella dal floreale al fruttato con garbata apparenza, in bocca è Serralunga senza reticenze, tosto nel tannino ma con una trama finissima, promette grandi cose); seguono a breve distanza un eccellente Ornato di Palladino (tanto di cappello a questa azienda che ogni anno regolarmente sforna ottimi vini e alcuni, come questo, addirittura eccellenti), il Margheria di Massolino – Vigna Rionda (naso giocato fra spezie dolci, liquirizia e frutti, al palato l’acidità sostiene un corpo teso, qualitativamente alto, con ottime prospettive evolutive), il Vigna Lazzairasco di Guido Porro (spezie e balsamicità, toni di tabacco e liquirizia nel finale, tannino elegante), il Baudana-Luigi Baudana di G.D. Vajra (ciliegia matura, leggero balsamico, al palato ha un buon profilo fruttato, tannino ben dosato, freschezza, finezza, sapidità), il Collaretto di Giacomo Anselma (austero e profondo, ancora bisognoso di assorbire il legno ma ha materia, freschezza e tannino di ottima fattura, si assesterà sicuramente), il Del Comune di Serralunga d’Alba di Palladino (qui torna il fiore, in bocca ha una bella eleganza, si sente la materia di qualità, godibilissimo), il Leon Del Comune di Serralunga d’Alba di Cascina Luisin (rosa, liquirizia, cardamomo, in bocca ha buona corrispondenza, la vena balsamica è misurata, c’è una materia qualitativamente interessante), il Meriame di Paolo Manzone (piccoli frutti e fiori ma anche speziatura in formazione, in bocca ha una materia giusta, equilibrio quasi raggiunto, sapidità, lunghezza), il Gabutti di Giovanni Sordo (bella ciliegia matura e tracce floreali, bocca corrispondente, ben fatta, elegante, il legno è misurato), l’Ornato di Pio Cesare (quasi con sorpresa, era da anni che questo vino non mi emozionava così), il Prapò di Mauro Sebaste (ciliegia, lampone maturo, viola, liquirizia, muschio, etereo, bocca con buona dinamica, slancio, vivacità).
Ancora un pelino sotto, ma parliamo di vini sempre di livello elevato, c’è il Vigna S.Caterina di Guido Porro (come sempre un po’ lento ad aprirsi e a liberarsi di qualche ruvidezza, ma poi cresce nel calice, c’è energia e un profilo cristallino), il Parafada di Palladino (naso un po’ chiuso, ciliegia e lampone, in bocca ha buona materia, la stoffa c’è e il tannino non aggredisce eccessivamente), il La Rosa di Fontanafredda (storica grande azienda che dal lontano 1999 è seguita dal bravissimo enologo Danilo Drocco e sta crescendo di anno in anno con vini a volte sorprendenti), il Sorano di Le Cecche (naso riccamente floreale, tabacco, liquirizia, buono anche al palato, lineare, non scorbutico, il legno fa la sua parte ma senza esagerare), il Margheria (liquirizia, cacao, sottobosco, forza e materia in bocca, con tannino di nerbo) e il Marenca (viola, frutta matura, caffè, liquirizia, tannini fini) di Luigi Pira, il Badarina di Bruna Grimaldi (naso un po’ chiuso, molto meglio al gusto dove esprime una bella freschezza, con tannino deciso ma di buona grana, finale speziato, fruttato e minerale) e sempre il Badarina di Michele Reverdito (naso di buona espressione fruttata, ma anche sfumature di ruggine, buon impatto anche al palato, c’è freschezza, tannino sotto controllo, buon ritorno di frutto e poi liquirizia, molto Serralunga).
Meritano infine la menzione anche il Cerretta di Sergio Germano (naso di lampone, carnoso, spezie fini, poi arriva anche la viola appassita e la rosa, spunti di noce moscata, al palato ha buona espressione di frutto, acidità, tannino alla vena precisa, ottima persistenza), l’Arione di Gigi Rosso (naso di frutti rossi, menta, a tratti austero in bocca, si sente una materia decisa, molto frutto, liquirizia, tannino importante, si fa notare nel lungo finale).
Last but not least il Barolo di Mirafiore, la nota azienda “costola” della Fontanafredda fondata nel lontano 1858 da Emanuele Alberto, figlio legittimo della seconda moglie di Vittorio Emanuele II, seguita anch’essa dall’enologo Danilo Drocco; una sicurezza, quindi, lo testimonia questo Barolo annata che ha dalla sua un bouquet di piccoli frutti maturi, lampone e un guizzo di mora in particolare, sottobosco, spezie fini, bocca corrispondente, balsamica, c’è freschezza e tannino solido ma nel complesso è molto fine, certamente in crescita.
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• LA MORRA
Come non è raro che accada, in questo Comune dalle molteplici variabili espressive dovute sia ai diversi stili produttivi che alle caratteristiche geomorfologiche e di altitudine dove dimorano i vigneti, ci sono stati risultati altalenanti, alcune cose davvero grandi, altre meno, ma fa parte del gioco e non è affatto male che emergano tali differenze. Dato che io amo parlare di ciò che è positivo, esaltiamoci subito con alcune gemme che meritano, Ciabot Berton con Del Comune di La Morra ottiene un eccellente risultato, tanto più se pensiamo che non è il vino di punta di Marco e Paola Oberto, il 2012 rivela carattere, pulizia, una squisita interpretazione del territorio, naso floreale e speziato, in bocca è fresco, di qualità tannica pregevole e grande allungo nel finale, bello davvero.
Due Barolo davvero interessanti arrivano dall’azienda biologica Brandini, il Resa 56 e il Barolo annata, il primo più corposo, ampio, quasi grasso, ancora bisognoso di integrare bene il legno, ma dalla materia davvero pregevole; il secondo più pronto, godibile, con una qualità d’insieme non così comune tra i Barolo di questa categoria. Segue il giovane e promettente Alessandro Veglio – forgiatosi alla Scuola Enologica di Alba e diplomatosi nel 2002, da alcuni anni produce in proprio, con 3 ettari vitati di proprietà e 1,5 in affitto – con un altro Barolo annata dal naso sottile e ancora un po’ chiuso, ma di grande slancio in bocca, materia fine e tannino pulito, grande freschezza, allungo notevole.
Praticamente appaiato c’è anche Agostino Bosco con il La Serra, dal naso dolce, appena un po’ legnoso ma che tornisce bene il frutto e le spezie; in bocca ha buona trama, succosità, tannino preciso, liquirizia, bello slancio. La migliore interpretazione di questo bellissimo cru, che si trova nella parte più a sud del versante orientale dei vigneti di La Morra, che guarda a Barolo e fa gruppo per certe caratteristiche con i confinanti Brunate e Cerequio, senza però, forse, averne gli stessi equilibri. Sempre del cru La Serra ho apprezzato i Barolo proposti da Marcarini e Voerzio Martini, il primo dal bouquet molto gradevole e complesso, bocca sontuosa, con tannino inevitabilmente tenace, ma se non si fanno trucchi questa è la sua vera natura, dal secondo arrivano tratti maturi e dolci, in bocca trova un maggiore equilibrio, non è caricaturale, moderno ma ben fatto.
Molto bello anche l’Albarella di Andrea Oberto, sul quale devo però aprire una parentesi: l’azienda ha sede a La Morra, ma il cru Albarella si trova a Barolo, quindi questo vino è collocato nel posto sbagliato, altrimenti ha poco senso ordinare le degustazioni per comune, se fa riferimento la sede aziendale. Ma forse è sfuggito all’Albeisa, non mi sembra di avere riscontrato altri casi analoghi, in ogni caso mi pare giusto segnalarlo. Tornando al vino mi è piaciuto molto per il naso abbastanza maturo e classico, con un bel fruttato intenso appena toccato dal legno, ciliegia e prugna, speziatura fine in formazione, in bocca ha buona materia, freschezza, slancio, pulito e godibile, balsamico.
Del cru Rocche dell’Annunziata, uno dei più affascinanti di La Morra, ho trovato particolarmente convincenti le versioni di Trediberri e Aurelio Settimo, il primo ci offre un naso balsamico e di erbe aromatiche, qui entriamo in un ambito decisamente interessante, c’è complessità, sapidità e profondità; il secondo, che ha la mano di Tiziana Settimo, rappresenta un’interpretazione molto territoriale, classica, con a volte qualche elemento di rusticità ma non in questo caso, dove si può cogliere anche una piacevole sfumatura di menta e un tannino particolarmente ben calibrato.
Esce fuori bene, ma ormai non mi stupisce più, Levoluzione di Montalbera, naso moderno ma senza caricature, frutto deciso, leggera speziatura, ginepro, mirto, in bocca ha buona materia, giusta freschezza, tannino appena amaro con un legno che chiede ancora un po’ di bottiglia per assorbirsi.
Altro Barolo che da anni rappresenta una sicurezza è il Marcenasco di Renato Ratti, classico già nel colore granato non carico, profuma di fiori secchi, una speziatura come sempre complessa e variegata, buona freschezza in bocca, balsamico, tannino giovane ma sotto controllo, c’è una bella nota di legno di liquirizia sul finale.
Dal cru Brunate, un altro dei gioielli lamorresi, arriva l’eccellente versione di Marcarini, dal naso fine di piccoli frutti, balsamico, leggera canfora, in bocca ha un tessuto lineare, profondo, elegante, spicca, anche il tannino è ben estratto. A ridosso quello di Vietti, che al momento perde qualcosa in definizione olfattiva ma ha dalla sua una materia splendida, uno di quei vini da mettere via per qualche anno per poi goderselo alla grande. Non male anche quelli di Batasiolo (succoso e appena un po’ amarognolo nel finale), Ceretto (con un legno ancora evidente ma di ottima materia) e Mario Marengo (quello più teso, aggressivo, ma dalla sua ha una bella nota di liquirizia e una trama molto concreta, verace).
Altro vino interessante è il Capalot di San Biagio, che ha un naso ben rifinito, con un bel fruttato pieno ma anche sfumature floreali e minerali, in bocca ha una bella freschezza, polpa, stile moderno nella migliore accezione del termine.
C’è poi il Monfalletto di Cordero di Montezemolo, dalla materia abbondante, grande frutto, tannino ben dosato, carne, sapidità, bell’allungo.
Desidero segnalare anche il Bricco Luciani di Cascina del Monastero, che ha dalla sua un bel frutto e liquirizia, in bocca c’è equilibrio, polpa e freschezza.

• CASTIGLIONE FALLETTO
Da qui nascono sempre vini di grande eleganza e finezza, mai squilibrati, difficile non innamorarsene, e la 2012 non fa eccezione. Partiamo alla grande con il monumentale Rocche di Castiglione di Brovia, sinceramente non gli manca nulla, è la migliore espressione possibile di quest’annata non certo facilissima, la sua ricca florealità, la mineralità e una bocca avvolgente e senza spigoli testimoniano una materia superba per classe e personalità, da non perdere. Sempre dallo stesso cru merita assoluta segnalazione la versioni dei F.lli Monchiero, con un bouquet giocato tutto sulla finezza, liquirizia, cacao, piccoli frutti, bocca speculare, con un tannino elegante, sapidissimo, bello. Non raggiunge gli stessi vertici ma merita comunque una segnalazione quello di Roccheviberti, che ha una buona espressione di frutto e spezie con un boisé controllato, tannino misurato e una buona progressione sul finale.
Fra i Barolo annata spicca in modo energico quello di Anna Maria Abbona, dal naso speziato fine, bocca ben tornita, fresca, dinamica e un’ottima trama tannica.
Passando al cru Villero, tre vini lo rappresentavano, il più riuscito a mio avviso è quello di Livia Fontana, che spicca per il profumo finissimo di viola e liquirizia, pepe bianco e un fruttato che accompagna quasi in punta di piedi; bocca molto elegante, giocata tutta sulla finezza, bella trama tannica, è un vino che ha molto da raccontare. Anche la versione di Giacomo Fenocchio non scherza, più tenace e maschia ma capace anch’essa di una bella vena floreale e di un fruttato pieno che ritroviamo nella generosa polpa, tannino misurato, buon equilibrio e un bel finale con note di cioccolata. Un po’ più indietro quello di Boroli, forse meno “sciolto”, imbrigliato ancora nella tecnica costruttiva, ma dalla qualità indiscutibile e promettente; al momento è più apprezzabile il Barolo annata, dai tratti più pronti e definiti.
Molto buono il Bricco Fiasco di Azelia, balsamico, con note di pellame, noce moscata e qualche spunto mentolato; in bocca ha un tannino ancora duro che non nasconde però il profilo salato, finale lungo, può crescere molto.
Fa la sua figura il Montanello di Tenuta Montanello, lineare al naso, senza sbavature, ciliegine e altri frutti di bosco, in bocca c’è materia, cacao, dolcezza, sapidità, notevole.
Il Bricco Boschis dei Cavallotto non brilla come un tempo, ma ha ancora dalla sua una materia di tutto rispetto, ha naso leggermente resinoso, menta, poco frutto; al contrario in bocca ha materia, freschezza, ed è già discretamente bilanciato.
Il Bricco Rocche di Ceretto, ha tratti ancora boisé, confettura, cacao, torrefazione, in bocca è voluminoso, tannico e sapido.
Chiudiamo con l’Altenasso di Cavalier Bartolomeo, profuma di fragoline, ciliegie, rintocchi balsamici, in bocca ha buona materia, freschezza, deve ancora assestarsi ma non è male.
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• MONFORTE D’ALBA
Svetta, e la cosa mi fa notevolmente piacere, il San Giovanni di Gianfranco Alessandria, ho quasi sempre preferito il suo Barolo annata, meno carico e legnoso, ma con il tempo ha saputo smussare certi aspetti liberando tutta la sua classe, questa versione è una di quelle più appassionanti che abbia provato, ha davvero grande stoffa, un amplesso di fiori, frutti e spezie di infinita lunghezza, spunti di liquirizia e tabacco, profondo, pulitissimo e fine, allungo infinito, emozionante.
Un altro eccellente risultato arriva dal Rocche di Castelletto di Cascina Chicco, dal naso più classico e di un certo fascino, bocca di grande finezza, pieno e avvolgente, sapido, lungo, profondo, infinito, bellissimo, uno spettacolo per i sensi.
Un altro vino di cui sono particolarmente contento è il Chirlet Bricco San Pietro di Simone Scaletta, questo giovane produttore che ho conosciuto quattro anni fa, appassionato e legato profondamente alla famiglia con cui divide l’impegno, è cresciuto di anno in anno e questo Barolo suggella tutta la qualità del suo lavoro con un bouquet ben giocato su piacevolissimi frutti di bosco, erbe aromatiche, speziatura delicata e rintocchi balsamici; bocca corrispondente, ben fatta, succosa, bella materia, cremoso, richiama l’eleganza dei grandi vini di Monforte.
Dalla Bussia arrivano gran belle cose, i più emozionanti, a pari merito, sono il Dardi Le Rose di Poderi Colla e il Bussia di Giacomo Fenocchio, il primo ancora un po’ rigido all’olfatto ma sussurra di fiori e mineralità, mentre al palato rivela grande complessità, sapido e profondo, con un tannino tutto monfortino, di quelli che chiedono tempo ma integrandosi negli anni, regalano grandi emozioni; il secondo è più su toni di fiori secchi, erbe officinali, in bocca ha ottima struttura, dolcezza di frutto, tannino finissimo ma potente, finale ampio, complesso. Molto buono anche quello dei F.lli Giacosa, anch’esso più restio al naso, ma si rifà pienamente al gusto, offrendo un pot-pourri di sensazioni che sembrano non finire mai. Poco al di sotto la versione di Deltetto (rosa e piccoli frutti, bocca succosa, con un bel frutto, non complesso ma piacevole e con un tannino tutto sommato non estremo) e il Bussia Corsini dei Podere Ruggeri Corsini (più speziato che fruttato, terroso, in bocca ha forza, energia, rotondità di frutto che compensa il tannino importante).
Di notevole classe il Ginestra di Diego Conterno, profumo elegante di piccoli frutti e speziatura fine, in bocca procede con equilibrio, senza sbavature, ha un tannino molto fine, buona tessitura, bella persistenza.
Anche Le Coste di Monforte di Amalia Cascina in Langa ha molte cose da dire, ha approdo ampio con un grande frutto, che ritrovo in bocca, il tannino è ben delimitato, materia succosa e sapida, che dire…
Il Gramolere dei F.lli Alessandria ha una bella cremosità nonostante la trama tannica inceda ancora decisa nel percorso gustativo, segno comunque di equilibri prossimi.
Il Sorì Ginestra di Conterno Fantino ha naso leggermente boisé, ma si coglie la viola, il frutto e la liquirizia dolce, toni di erbe officinali; bocca di ottima estrazione, buon profilo fresco e fruttato, ma anche con invito speziato sul finale.
Più che buono il San Giuseppe di Pecchenino, una interpretazione moderna non priva di fascino, dove legno, spezie e frutto trovano già ora le condizioni per dare piacevolezza.
Una sorpresa, almeno per me che non conosco questa azienda, arriva con il Barolo annata de La Fusina, ha attacco gradevole floreal fruttato, mentre al palato ha ancora bisogno di tempo per equilibrarsi, la morsa tannica non cede alla pur generosa polpa fruttata, ma se avrete un po’ di pazienza…
Del cru Perno ho preferito la versione proposta da Giovanni Sordo ( buon frutto lineare, bocca gradevole, ben impostata, c’è materia, succosità e un finale che tiene tutto in equilibrio) e quella di Cascina del Monastero, sebbene questa denoti qualche piccola imprecisione gusto-olfattiva che non gli rende giustizia come potrebbe.
Interessante anche il Ravera di Monforte di Giovanni Rocca, che ha buona finezza di frutto, note di cannella e liquirizia, in bocca va meglio rispetto a quello tappato ma ha una certa rigidità tannica
Segnalo anche il Barolo annata di Diego Pressenda – La Torricella, azienda agrituristica che per la parte vinicola è seguita da Silvia e Oscar Pressenda, mi è sembrato riuscito, un vino a cui non mancano pienezza, calore, sapidità e terrosità.

• VERDUNO
Di questo piccolo ma delizioso comune mi è mancato lo squillo di tromba, il vino che ti fa sobbalzare, ma ho trovato, in compenso una qualità media decisamente molto buona, tanto che dei 14 vini presentati almeno una decina meritano di essere ricordati.
Iniziamo con il cru Monvigliero, uno dei fiori oll’occhiello non solo dell’area di Verduno, ma del Barolo tutto, questa volta mi è apparso davvero riuscito quello di Pietro Rinaldi (di cui consiglio anche il Barolo annata), azienda con alle spalle già quattro generazioni e oggi seguita da Paolo Tenino e Monica Rinaldi, ha un profilo olfattivo profondo, con sfumature di oliva, sottobosco, piccoli frutti, spezie; al palato è l’eleganza a guidare le sensazioni, tannino e freschezza si bilanciano molto bene con la polpa fruttata e speziata regalando sensazioni ragguardevoli. Quello dei F.lli Alessandria ha approccio fresco e floreale con rintocchi di ciliegia, bocca succosa con qualche aggancio al legno ma non fastidioso, c’è già una notevole misura e un tannino di grana raffinata. Mi ha convinto anche Diego Morra, giovane produttore al suo primo ingresso a Nebbiolo Prima, che fa la sua figura con una trama olfattiva anche qui impostata molto sulla florealità e su piccoli frutti, con guizzi minerali, solo al palato c’è ancora bisogno di assestare certi spigoli tannici, ma è il minimo per un cru di questo genere.
Ci spostiamo all’altro grande (ma piccolo di dimensioni, non arriva a 1 ettaro e mezzo) cru Massara nell’ottima interpretazione di Castello di Verduno, naso improntato su una bella ciliegia matura, ma anche sulla prugna e sul ribes, per poi spostarsi su note quasi pepate e di cacao; bocca tornita, molto bella, succosa, godibile, con un tannino tutto sommato già poco fastidioso, insomma da non perdere!
Quasi perfetto l’Acclivi di Comm. G.B. Burlotto, alias Marina Burlotto e il figlio Fabio Alessandria, solitamente il più pronto fra quelli da loro presentati (per il Monvigliero, che spesso è il migliore, maggio è ancora troppo presto), stranamente appare un po’ chiuso al naso, rivela comunque piccoli frutti, leggera oliva, tabacco, balsamico; in bocca ha freschezza, leggera pungenza alcolica, ritorno balsamico e fresco, progressione lineare con chiusura in buon equilibrio.
Molto buono il Barolo annata di Pelassa, azienda che ha sede a Montà d’Alba ma ha vigneti sia nel Roero che a Verduno, al naso deve ancora calibrarsi con il legno ma in bocca ha gran frutto, spinta di volume, freschezza, balsamicità e una notevole profondità.
Altrettanto riuscito il Simposio di Bel Colle, ha impatto di buona complessità, note di mentuccia, frutto; succoso, materico ma senza debordare, tannino importante ma ben definito.
Il San Lorenzo di Verduno dei F.lli Alessandria appare più indietro dei precedenti, soprattutto al palato dove emerge un tannino ancora teso, però la materia è elegante, può crescere considerevolmente, vale la pena aspettare.
Chiudiamo la carrellata di questo delizioso borgo a due passi da La Morra, con il Pisapola di Ascheri (ciliegia e ribes sotto spirito, macchia mediterranea, appena amarognolo al palato ma ha bella lunghezza espressiva) e il Riva Rocca di Claudio Alario, altro vino che ha un po’ di legno da smaltire, ma in bocca non manca di polpa, generoso, con un tannino non rigido e una buona cremosità.
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• BAROLO
Chiudiamo la carrellata dei Barolo con il comune da cui prende la denominazione.
Anche qui devo dire che è mancato il vino che fa sobbalzare sulla sedia, quello che strappa l’applauso, però non mancano le cose interessanti e qualche piccola sorpresa, come il Fossati e il Castellero di Giacomo Borgogno, azienda storica acquistata da Farinetti la cui insegna è facilmente individuabile nella piazza del Castello; devo dire che erano un po’ di anni che non mi uscivano fuori così bene questi due cru, accomunati da uno stile che vede nelle iniziali note boisé una propria riconoscibilità, poi ciascuno prende la sua strada, il Fossati più fresco e misurato, il Castellero più energico e bisognoso di affinamento, ma dalla stoffa indiscutibile.
Del cru Sarmassa spicca l’interpretazione della Giacomo Brezza, con un olfatto appena toccato dal legno, liquirizia, fogliame, spezie fini; in bocca è corrispondente, profondo, con buona dose di spalla, ricco, lungo. Non agli stessi livelli ma comunque sempre ben fatto quello di Marchesi di Barolo, forse il cru che preferisco da sempre di questa importante e storica cantina, che fa prodotti affidabili e a costi accessibili nonostante le dimensioni ragguardevoli.
Altro cru storico è indubbiamente il Cannubi, che quest’anno ho trovato particolarmente riuscito nella versione di Poderi Luigi Einaudi, con un naso ben tornito, frutto pieno, ciliegia matura, viola, rosa, leggera liquirizia, in bocca è un po’ asciugante ma la materia è buona, c’è polpa, freschezza, evolverà molto bene. Appaiato quello dei F.lli Barale, ben giocato sulla finezza olfattiva, bello in bocca, succoso, con un bel profilo tannico, molto gradevole e fresco.
Sempre dei F.lli Barale è altrettanto buono il Barolo annata, floreale e di frutti di bosco con una bocca fresca, piacevolmente fruibile, senza spigoli.
Stranamente meno esaltanti del solito il Tre Tine e il Brunate di Beppe Rinaldi, il primo ancora difficile, teso, con un legno non del tutto assorbito e una trama che scalpita ma non trova ancora la quadra; il secondo va meglio, più complesso e profondo, ma anche qui il legno si fa sentire, cosa non proprio tipica dei suoi vini, staremo a vedere.
Proprio del Brunate ho trovato più delineato e riuscito quello di Francesco Rinaldi, fragolina di bosco, ciliegia, bocca corrispondente, fresca, balsamica, spinta tannica decisa ma in un contesto di notevole eleganza.
Buonissimo il San Lorenzo di Cavalier Bartolomeo, frutto sotto spirito e boisé ben dosati, in bocca ha buona tessitura, polpa, tannino levigato e un allungo nel finale che ne amplifica le doti aromatiche.
Anche il Bricco delle Viole di G.D. Vajra fa la sua figura, riccamente fruttato e floreale, con una materia importante ma ben delineata che i cui angoli sono già discretamente smussati, ha un ottimo futuro.
Notevole il Barolo annata di Bric Cenciurio, al momento il più definito e apprezzabile dei tre presentati, buona freschezza di frutto, bocca non complessa ma gradevole, ricca di polpa e con un tannino tutto sommato non debordante. Per il Coste di Rose e, soprattutto, per il Monrobiolo di Bussia, c’è ancora da aspettare.
Da Mirafiore arriva un altro prodotto interessante, il Palagallo, da tratti spiccatamente floreali, bello anche in bocca, fresco, elegante, buona tessitura, godibile, fine.
Chiudiamo infine citando alcuni vini che, a mio avviso, hanno le basi per migliorare con un po’ di affinamento, fra questo ci sono sicuramente il Buon Padre di Giovanni Viberti, il Via Nuova di E. Pira & Figli, il Bergeisa di Le Strette, il Cerequio di Boroli, il Ravera di Cagliero.
Roberto Giuliani



