È ora di Ovada! Cronache di un vino che sfida il tempo

Nei miei frequenti viaggi enoici in Piemonte ho sempre percorso l’autostrada che porta ad Asti o la A26 in direzione nord, questa volta invece, tornando da Borgomanero, ho superato Alessandria e sono uscito ad Ovada, dove alle 10.30 di sabato 31 gennaio mi attendeva “È ora di Ovada: condividi“, evento dedicato alla Docg omonima, organizzato dal →Consorzio di Tutela della denominazione presso la Vineria, Champagneria →Quartino di Vino di Giuseppe Martelli.
È stato il buon Tomaso Armento di →Forti del Vento ad invitarmi, e ho fatto bene ad approfittarne poiché è stata un’esperienza decisamente piacevole e coinvolgente.

Ma cos’è la Docg Ovada? E’ una delle zone elette per la coltivazione del dolcetto, un’uva che ha una storia centenaria e che trova nel Monferrato la zona dove probabilmente ha avuto origine, diffondendosi poi in Liguria, nell’Oltrepò Pavese e in parte nel Piacentino e nel Milanese. Prima dell’invasione della fillossera era forse il vitigno a bacca rossa più coltivato del nord Italia, secondo quanto riporta il Molon nel 1906. Non a caso è tuttora presente in una dozzina di denominazioni di origine. In Liguria è conosciuto come “ormeasco”, mentre nell’Oltrepò Pavese e Tortonese è chiamato “nibiò” (per una sua supposta somiglianza con il nebbiolo).
“È ora di Ovada: condividi” nasce dall’intento del Consorzio di diffondere la conoscenza di un territorio che coinvolge 22 comuni in provincia di Alessandria, e accompagna un’altra importante iniziativa, “Menù Ovada“, in cui 5 ristoranti dell’Ovadese propongono un menu degustazione ispirato alla cucina del territorio, diverso da locale a locale e abbinato ai vini dell’Ovadese.
La mattinata presso la cantina di Quartino di vino è stata un’occasione particolarmente ghiotta perché sono stati proposti in degustazione 14 vini che abbracciavano la bellezza di un trentennio, provenienti da altrettante cantine, alcune purtroppo non più attive, ma che rappresentano una testimonianza delle capacità evolutive del Dolcetto di Ovada.
Fra i vini presenti anche il “Le Olive” 1993 di Pino Ratto, vignaiolo e musicista jazz recentemente scomparso, che da sempre ha creduto nelle potenzialità dei vini di questo territorio.
Il cru Le Olive, situato a San Lorenzo d’Ovada, è una vigna storica che posa sulle bianche terre delle Marne di Cèssole, purtroppo Ratto l’aveva progressivamente trascurata a causa delle sue condizioni di salute; per fortuna Pietro Caccia dell’azienda “Le vigne dei Caccia”, in stretta collaborazione con Annalysa Rossi Contini, hanno lentamente recuperato questo gioiello e, finalmente, è nato Le Olive 2013, ancora poche bottiglie, circa un migliaio, ma è la garanzia di un progetto che sta andando a buon fine, a tutto vantaggio della storia di questo vino e del suo territorio.

All’interno dell’evento, al quale erano presenti alcuni dei produttori, la dott.ssa Elisa Paravidino, responsabile del vigneto sperimentale della Tenuta Cannona, Centro Sperimentale Vitivinicolo della Regione Piemonte che ha sede a Carpeneto, ha fatto un breve excursus sui progetti e sulle attività del centro, che comprendono sperimentazioni su cloni e microvinificazioni delle uve da essi ottenute.
La Tenuta Cannona ha portato avanti il progetto di sviluppo e implementazione, iniziato dal Centro Miglioramento genetico e Biologia della Vite-CNR di Torino (CVT), del vitigno Albarossa, incrocio di chatus (nebbiolo di Dronero) e barbera ottenuto nel 1938 dall’ampelografo Giovanni Dalmasso. Nel 1977 l’Albarossa è stato iscritto nel Catalogo Nazionale delle Varietà di Vite e nel 2001 è stato inserito fra le varietà idonee alla coltivazione nella regione Piemonte.
L’attività sperimentale della Tenuta Cannona oggi ha una parte dei progetti dedicata alle uve dolcetto e si svolge nei vigneti del Centro e nella cantina di microvinificazione, quest’ultima sotto la Responsabilità del Dott. Ruggero Tragni, anch’egli presente all’evento di sabato 31 gennaio.

Ma veniamo ai vini che sono stati proposti, il motore dell’evento, che ha visto una notevole partecipazione di giornalisti, blogger ed esperti del settore: la degustazione dei 14 campioni, provenienti da 11 comuni, è iniziata con l’annata 2010 e si è conclusa con la sorprendente 1985, un arco di tempo davvero notevole, che ha ampiamente dimostrato dagli assaggi che nell’Ovadese il Dolcetto trova una delle migliori espressioni in assoluto e una capacità evolutiva che cancella con un colpo di spugna qualsiasi convinzione sulle sue caratteristiche di vino da bere giovane.
DOPO IL DUEMILA
Il primo vino è il Dolcetto di Ovada Superiore Du sü 2010 (prima chiamato “Du Surì”) della →Tenuta La Piria di Ivana Francescon, proveniente dai vigneti di Rocca Grimalda, uno dei comuni con la maggiore superficie vitata. Il vino matura un anno in botti di rovere francese da 30 ettolitri e rivela un colore rubino vivace
e di buona profondità, la trama olfattiva è piacevolmente fruttata, ricorda la ciliegia e il lampone, al gusto ha buona ampiezza, leggermente tannico con una buona vena acida che gli dà sostegno.
L’Ovada Carasöi (in ovadese il nome dato ai monconi dei pali conficcati trai i filari, che vengono tagliati quando l’umidità li ha deteriorati) 2009 dell’azienda →Facchino, proviene da un vigneto di 45 anni su terreno marnoso-tufaceo nel comune di Rocca Grimalda; l’80% del vino sosta in una botte di rovere francese ovale da 25 Hl per 18 mesi e il restante 20% in barrique per lo stesso periodo, segue un affinamento in bottiglia di almeno un anno.
Mi ha colpito molto per l’impatto fresco, asciutto, essenziale, con il finale tannico e amarognolo, mentre al naso si percepivano note di erbe aromatiche e balsamiche affiancate da un buon apporto fruttato.
Il terzo vino è stato il Dolcetto di Ovada Superiore Bricco Trionzo 2007 di →Ca’ del Bric, in comune di Mondaldo Bormida, maturato in botti grandi di rovere francese, al naso inizialmente chiuso ma poi complesso, di erbe aromatiche, pepe, ciliegia e fico rosso; in bocca si percepisce il tannino importante, nonostante la gradazione non indifferente (oltre i 14,5) riesce a nascondere bene l’effetto pseudocalorico nella polpa generosa.
Dello stesso millesimo il Dolcetto di Ovada Superiore di →Cascina Boccia, proveniente dal comune di Tagliolo Monferrato, fermentato in vasche di cemento e poi passato in acciaio, si rivela di sorprendente freschezza, ricco di frutto e con una piacevolezza nel sorso che lo rende “pericoloso”, un bell’esempio di cosa può dare un Dolcetto di ben sette anni senza l’uso del legno.

Dall’azienda biodinamica →Casa Wallace di Cremolino, arriva l’Ovada 2006, uno dei vini che mi ha maggiormente colpito, ricco di note boschive e spezie, bocca carica di energia, intenso e coinvolgente, con una notevole dose di freschezza che mai farebbe pensare ad un vino di otto anni, davvero interessante e sicuramente longevo.
A seguire il Dolcetto di Ovada Superiore Albareto 2004 dell’azienda →Ghera, dal comune di Molare, vino dall’impatto piacevole, richiama ancora note floreali di viola, poi ciliegia e lampone, mentre al gusto ha ancora un’acidità sferzante, il suo limite è forse nella materia un po’ esile, asciugante, il finale infatti lascia un po’ di vuoto.
L’ultimo vino del nuovo millennio è il Dolcetto di Ovada 2003 di →Cascina Gentile, vigneti in Capriata d’Orba, solo acciaio e un naso un po’ maturo, di confettura, del resto è figlio di un’annata torrida e difficile; al palato conferma le stesse sensazioni, è indubbiamente il vino meno “fresco”, appesantito da una stagione impietosa, ma tanto di cappello perché a distanza di 12 anni, senza uso del legno e senza essere un “Superiore”, si dimostra ancora più che bevibile.

PRIMA DEL DUEMILA
Entriamo nel vivo della sempre più coinvolgente degustazione, partendo dal Dolcetto di Ovada Il Gamondino 1999 de →La Guardia di Morsasco: molto convincente e di buona complessità al naso, ancora perfettamente vivo e dinamico, con ricordi persino floreali; bocca ancora freschissima, sorprendente, un vino che a occhi chiusi non potresti mai immaginare così “anziano”, chapeau!
Della stessa annata il Dolcetto di Ovada Valmosè della Tenuta Mosè di Ovada, purtroppo non più in attività: bottiglia poco fortunata, completamente torbido, di colore mattonato, evoluto, con note di funghi cotti e catrame, non giudicabile.
Il Dolcetto di Ovada Superiore L’Arciprete ’98 dell’azienda →Ghio nel comune di Bosio, è ottenuto da una varietà di dolcetto dal peduncolo rosso denominata “nibiö”, ha un’alcolicità che quasi impressiona, 15,5%, davvero elevata, in parte giustificata dal fatto che negli anni ’90 molte aziende hanno puntato a concentrazione ed estrazione per ottenere vini potenti. Ciò nonostante, il vino si presenta di colore granato ancora luminoso, frutta in composta e notevole apporto speziato; l’assaggio rivela ancora una buona acidità, struttura importante ma tutto sommato non pesante, il finale però non può nascondere la forte sensazione di calore indotta dall’alcol. Il vino ha comunque un suo perché, pur restando, a mio avviso, molto lontano da quell’eleganza e piacevolezza che contraddistingue i vini dell’Ovadese.

Quasi venti anni sulle spalle di questo Dolcetto di Ovada ’96 di Castello di Grillano, altra azienda sita nel comune di Ovada, che recentemente è diventata biologica e ha eliminato l’utilizzo dei solfiti.
Le uve vengono macerate per circa 12 giorni e la maturazione prevede un anno in botte grande di rovere. Ancora una volta un vino che sorprende per la freschezza, elemento che sembra caratterizzare quasi la totalità dei vini, le note terziarie non sono così marcate quanto ci si potrebbe aspettare a tutto vantaggio di una bevibilità ancora integra e di una certa eleganza, il finale riporta le sensazioni amarognole tipiche di questo vitigno.
Ho conosciuto Pino Ratto nel 2010 in occasione di Vini Naturali a Roma, fra tutti i produttori presenti lui era sicuramente quello che si sentiva più fuori posto, smarrito, non era il primo evento a cui partecipava, ma il viaggio da Ovada fino a Roma gli era pesato non poco, era stanco, la salute non era più la stessa e sentiva il peso di quell’impegno, tutte quelle ore lì a servire vino a tanti appassionati e curiosi. Mi colpì la sincerità con cui me ne parlò, così come mi colpì la sua visione del Dolcetto, provai quasi un senso di tenerezza nel guardare i suoi occhi e le sue mani che raccontavano una vita vissuta fra la musica e il vino.
Mi ha fatto immensamente piacere, grazie a “È ora di Ovada”, poter degustare una sua vecchia annata del Le Olive, la 1993, che ho trovato piuttosto diverso da tutti gli altri vini degustati, per certi aspetti crudo, schietto, forse con qualche imperfezione eppure così espressivo, naturale, soprattutto al gusto, dove ha messo in evidenza una incredibile freschezza e un carattere quasi da nebbiolo, profondo e avvolgente.
Poi è toccato a Giancarlo Bisio, un altro ex produttore, di Carpeneto, il suo Dolcetto maturato solo in acciaio, classe ’90, era impressionante sin dal colore, ancora rubino; all’olfatto era fruttatissimo, ciliegia e amarena, non in confettura ma quasi “appena colte”, incredibile. In bocca appariva appena esile ma con una bevibilità straordinaria e una freschezza che in Dolcetto di 25 anni non ti aspetti proprio. Peccato che abbia smesso di fare vino, dicono che sia stato vittima, come fin troppo spesso accade, di pesanti questioni burocratiche che non ha potuto sostenere.
Chiudiamo la carrellata con Federico Pesce di Silvano d’Orba e il suo Dolcetto di Ovada ’85, ottenuto da una vigna che non c’è più, vinificato e maturato in botti di castagno, senza lieviti aggiunti, un vino semplicemente sorprendente, trent’anni portati magnificamente, note terziarie appena accennate e un’acidità ancora esuberante, da bere senza esitazioni, ma con la consapevolezza di avere fra le mani un gioiello unico e irripetibile, purtroppo…

A fine degustazione Giuseppe Martelli e lo staff di Quartino di Vino ci hanno proposto un pranzo rappresentato da una parte del “Menù Ovada“, composto da:
Benvenuto con piattino di filetto baciato di Cimaferle
Ravioli al plin con burro salato e salvia
Tris Piemontese composto da assaggi di battuta di Fassona Piemontese, formaggi del territorio, vitello tonnato
Bonet al bicchiere con pasticceria secca.
Un ottimo esempio di quello che può offrire la cucina di territorio, con la possibilità di accompagnarlo con un folto gruppo di vini ovadesi messi a disposizione dei commensali.
In conclusione un’esperienza che vale la pena ripetere, il Dolcetto di Ovada ne è uscito vincente, dimostrando che, come del resto diceva lo stesso Pino Ratto, è un vino che non teme l’invecchiamento, anzi, attraverso di esso è in grado di esprimere tutte le sue qualità e la perfetta sinergia fra questo storico vitigno piemontese e il terroir ovadese.
Attendiamo fiduciosi nuove, allettanti, proposte.
Roberto Giuliani



