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Gian Piero Marrone e il Barolo di La Morra

Fotografie di Danila Atzeni e Famiglia Marrone

Azienda Agricola Marrone

Quella col nebbiolo è una storia che va avanti ormai da un pezzo, è più di una passione, la definirei una vera e propria relazione, non me ne voglia la mia compagna. Questo nobile vitigno autoctono piemontese è sempre più attuale. È presto detto, non amando particolarmente le serie in streaming di Netflix, o altri canali simili, ho deciso di crearne una ad hoc, la mia serie preferita, bisogna pur stare al passo coi tempi, ed ecco che il nebbiolo viene in mio soccorso con la sua attualità disarmante. Non serve un abbonamento o particolari attrezzature tecnologiche, solo tastiera, monitor, i miei appunti, delle bottiglie, un bicchiere, meglio due (uno è della persona amata, altrimenti s’arrabbia davvero) tanti ricordi spensierati, e si comincia. A dire il vero questa serie è iniziata già da un pezzo, il mio primo episodio scritto risale ormai al 2013, dunque al giorno d’oggi, a maggior ragione, non potrò che continuare a raccontare storie incentrate sul nobile vitigno tanto caro a Cavour, che avranno come sfondo paesaggi meravigliosi, lunghe tradizioni e famiglie attente a preservarne la straordinarietà.

Azienda Agricola Marrone

La puntata si intitola: “Gian Piero Marrone e il Barolo di La Morra”. Ebbene sì, ancora Langhe, ma questa volta voliamo dal Barbaresco DOCG, più nello specifico dalla piccola frazione della cittadina d’Alba, denominata San Rocco Seno d’Elvio, (oggetto del mio ultimo articolo dedicato alla famiglia Adriano), a un’altra importantissima denominazione, senza dubbio la più conosciuta al mondo per quanto riguarda il vino piemontese, non ci sarebbe nemmeno bisogno di citarla, e invece si: “Barolo sia!”. Ho scelto La Morra, uno degli undici comuni previsti dal disciplinare di produzione, collocato nella fascia più a nord, certamente tra i più estesi assieme a Monforte d’Alba, ubicato nettamente più a sud. E’ tra queste colline, più nello specifico nella frazione Annunziata, che ha sede la cantina Marrone, e ha inizio la storia di questa bella famiglia che si occupa di viticultura dal 1887. Oltre un secolo di storia e quattro generazioni che hanno lavorato con la stessa tenacia ed il medesimo approccio, ovvero uno sguardo al passato e due rivolti al futuro.

cartellone Azienda Agricola Marrone

Fu senza dubbio Pietro Marrone il vero pioniere dell’azienda, nato nel 1887 e figlio di Edoardo anch’egli vignaiolo e produttore di vino; viene ricordato dalla famiglia come un ragazzo ambizioso e molto entusiasta. Il suo sguardo all’epoca fu ritento rivoluzionario, nel vero senso della parola, curò i vigneti in maniera maniacale, vennero definiti “i più belli del borgo”, ma la cosa più stupefacente fu proprio la visione d’insieme, perché capì un concetto importantissimo: maggior qualità a fronte di una produzione più contenuta, ma soprattutto nessuna coltivazione di mais tra i vigneti, filosofia impensabile a quei tempi.

vigneti in autunno Azienda Agricola Marrone
Vigneti in autunno

Carlo Marrone, seconda generazione nacque nel 1924, quest’uomo fu capace di veri e propri miracoli, perché la Seconda Guerra Mondiale non ignorò né lui né tantomeno suo fratello, ma con caparbietà ed una tempra inossidabile riuscì a sviluppare ed ingrandire la proprietà di famiglia, migliorando qualitativamente la produzione. Fu proprio in questo periodo che nacque un termine fondamentale per la storia dell’azienda Marrone: “Pichemej”. Così definì papà Pietro il vino prodotto da Carlo, in dialetto piemontese significa “più che meglio”, ma più avanti capiremo il perché di questo termine, così importante anche ai giorni nostri.

Le donne dell'azienda agricola Marrone
Le donne dell’azienda agricola Marrone

La terza generazione è rappresentata da colui che diede il vero e proprio nome all’attuale cantina, Gian Piero Marrone, nato nel 1955, un grande innovatore ma innamorato delle tradizioni; assieme alle ben più conosciute dolcetto, barbera, nebbiolo, nebbiolo da Barbaresco e Barolo, volle a tutti i costi piantare uve a bacca bianca autoctone: la più conosciuta arneis, ma anche favorita e l’aromatica moscato. La moglie Giovanna, stessa classe di Gian Piero, affianca l’intera famiglia fungendo da factotum. La quarta generazione della famiglia Marrone è tutta al femminile, tre vulcaniche sorelle: Denise, Serena e Valentina.

cantina azienda agricola Marrone

La prima si occupa di comunicazione e del bel ristorante aziendale, un’attività parallela alla cantina, segue anche i mercati di lingua tedesca. Serena si occupa della parte finanziaria e segue i mercati più lontani come America e Cina, coadiuvata dal marito Marco. Valentina, enologa di famiglia, cura l’aspetto più importante di tutta la filiera, il vero e proprio cuore dell’azienda, coadiuvata ormai da quattro anni dall’esperienza di uno dei più importanti enotecnici dello stivale, Donato Lanati.

Il vino autentico, quanto alla bontà è quasi tutto relativo, mostra sempre le caratteristiche del territorio, tramite le famiglie che hanno abitato il luogo è testimone di una tradizione che accompagna il corso dei tempi, ne sono sempre più convinto. La famiglia Marrone è legata a La Morra, uno degli undici comuni previsti dal disciplinare del Barolo DOCG per la produzione del celebre vino piemontese. È bello passeggiare per le vie del centro storico, le cui origini risalgono al XII secolo, caratteristici i Bastioni, che durante il Medioevo circoscrivevano con le loro numerose porte e torri l’intero paese. Le strade sono a raggiera, e percorrendole a piedi si ha l’impressione di vivere in un’epoca ben lontana dal caos che contraddistingue il “logorio della vita moderna”.

mescita dalla botte
Mescita dalla botte

Continuando il nostro percorso virtuale, da Via Umberto si giunge a Piazza Castello, e soprattutto al Belvedere di La Morra, tra i più spettacolari di questo comune, e a mio avviso del comprensorio langarolo. Si dominano le colline e l’arco alpino, e nelle giornate con cielo terso paesi come Barolo, Castiglione Falletto, Monforte, Serralunga d’Alba, ma anche Mondovì, Grinzane Cavour, Barbaresco, Neive. Celebre la Torre Campanaria, in stile barocco, situata sulla medesima piazza; salendovi la vista è ancora più spettacolare, altra ben 31 metri, è stata costruita tra il 1709 e il 1711. La leggenda narra che a cavallo tra i mesi estivi, e solo con un cielo particolarmente cristallino, dalla cima di questa torre si può scorgere persino la città di Torino.

La vendemmia
La vendemmia

Le origini di La Morra risalgono all’epoca romana, l’abitato originario era ubicato proprio nella zona oggi conosciuta come Annunziata, dove ha sede l’azienda Marrone. Con il passare dei secoli, il borgo vide diversi attori protagonisti, dai Marchesi di Monferrato alla famiglia Falletti. Ma è solo nel 1402 che i libri di storia narrano per la prima volta la presenza del nebbiolo, assieme al pignolo, vitigno ormai scomparso. Successivamente il comune passò dalle mani del Ducato di Milano al Duca di Savoia, diverse altre casate si avvicendarono fino al 1544, epoca in cui i Francesi abbatterono il castello fortificato, il borgo fu dominato anche dagli Spagnoli, ma nel 1756 passò definitivamente ai Savoia.

vigneti in La Morra

Non ho la presunzione di scrivere un trattato di geologia sulle colline del Barolo, lascio ai geologi e cartografi l’arduo compito, riassumendo però, pare siano nate a causa del sollevamento del mare nel periodo miocenico terziario, per questo motivo sono ricche di calcare. Tuttavia la composizione è varia, e si suddivide in due macro categorie: le zone del Tortoniano ed Elveziano. E’ appassionante coglierne le differenze, perché i vini, a seconda della zona, posseggono caratteristiche ben definite. Il Tortoniano ad esempio, quello che dà origine ai vigneti La Morra e Barolo per intenderci, è ricco di marne grigio bluastre meno pressate tra loro, l’Elveziano, quello di Castiglione Falletto, Monforte e Serralunga d’Aba, più ricco di marne grigio-brune molto compatte. Volendo restringere il campo a La Morra, protagonista del mio scritto, è corretto asserire che il terreno risulta meno compatto perché composto da tanta argilla e da una percentuale importante di sedimenti fini e limo, oltre che da Marne di Sant’Agata, ovvero strati marnosi con poca sabbia. Inoltre, sono famosi i conglomerati di La Morra, costituiti da grandi strati ciottolosi, presenti quasi esclusivamente in questo comune.
Sono tutte a est dell’abitato le grandi vigne di La Morra, protette dalle colline su cui si estende il paese. I cru possono distinguersi in tre gruppi: quelli intorno alla frazione di Santa Maria, quelli della frazione dell’Annunziata e il grande vigneto intorno alla borgata di Cerequio, in comune con Barolo. L’Annunziata, a sud è da sempre protagonista, dispensa alcuni tra i cru più pregiati di La Morra: Rocche, Conca dell’Annunziata, Manzoni, Monfalletto o Gattera, Bricco Luciani, Arborina, Giachini, Bricco Rocca. Da sempre considerate degni di nota, le uve provenienti dalle Rocche dell’Annunziata, generano vini d’estrema qualità ed eleganza, maggior finezza ed armonia, tratti meno rustici e tannini leggermente più levigati. La frazione di Santa Maria, a nord del comune, considerata ricca e fertile, possiede vigne che danno vini più immediati, produzioni più abbondanti. La terza ed ultima area, quella in comune con Barolo, possiede caratteristiche completamente diverse: Brunate, 25 ettari, è tra i cru più famosi dell’intera Langa, Cerequio è una vigna di 19 ha, regala vini di buona struttura ed intensità fruttata, Ca’ nere, Fossati e La Serra altri cru degni di nota. Riassumendo sommariamente, i vini delle due frazioni, si caratterizzano per la finezza dei profumi ed una caratura meno imponente e minor intensità, i vigneti attorno alla borgata Cerequio, vivono di maggior complessità aromatica ed una struttura pronunciata.

Grappoli di nebbiolo
Grappoli di nebbiolo

Torniamo all’azienda Marrone e parliamo di agricoltura, argomento sempre più importante per comprendere l’impegno di una famiglia nei confronti del territorio, del consumatore, di tutto ciò che gravita attorno al mondo del vino. Quella di questa cantina è una scelta netta e del tutto propria, una filosofia che parte da tecniche legate alla biodiversità, ma in questi casi amo sempre riportare le frasi dei protagonisti: “Non usiamo diserbanti, ma specifici attrezzi meccanici che permettono alla pianta di difendersi dalle infestanti e allo stesso tempo di arieggiare il terreno; cerchiamo di ridurre al minimo i fenomeni di dilavamento del terreno durante le precipitazioni temporalesche che impoverirebbero il terreno di preziosi elementi minerali; utilizziamo solo concimi organici (rigorosamente selezionati), importantissimi per dare alla pianta i migliori componenti da trasferire nell’uva e al terreno di mantenere quella preziosissima microflora indispensabile alla vita delle piante.
Tutte le operazioni di gestione del vigneto vengono fatte esclusivamente a mano: a partire dalla potatura, per poter differenziare la produzione in funzione della forza della singola pianta; ad accompagnare i tralci ai loro sostegni; al traumatico diradamento dei grappoli, che sacrificherà parte della produzione per privilegiare solo i grappoli migliori; alla vendemmia, dove mani esperte selezioneranno e trasferiranno la preziosa uva in cassette forate che permetteranno all’uva di arrivare in cantine nelle condizioni ottimali”.

Paesaggio langarolo con la nebbia
Paesaggio langarolo con la nebbia

L’attività dell’azienda Marrone è svolta in due comuni ben distinti, a Castiglione Falletto, uno degli undici comuni previsti dal disciplinare di produzione del Barolo DOCG, è presente la cantina dove hanno luogo le diverse fasi di produzione e imbottigliamento; nei pressi di La Morra, più precisamente in frazione Annunziata, è ubicata un’altra cantina riservata esclusivamente all’affinamento dei vini. Oltre al mercato nazionale, i prodotti vengono esportati in tutto il mondo, soprattutto Europa e America, continenti che hanno già una certa consuetudine nei confronti dei vini piemontesi, amano distinguerne le zone e si appassionano alle differenze tra i vari comprensori. Cina, Korea e sud est asiatico, stando a ciò che riporta l’azienda, sono grandi opportunità future, ma allo stato attuale sono ancora lontani dai grossi volumi d’export, ci vorrà ancora tempo. La produzione si assesta sulle 80 mila bottiglie annue, ed una proprietà che si estende su 9 ettari vitati, circa 2 nel comprensorio del Barolo DOCG.
Veniamo ai sei vini proposti dall’azienda che racconterò con la consueta dovizia di dettagli, mi sembra doveroso visto l’impegno profuso dalla cantina. I vigneti relativi a queste etichette sono situati nella frazione Madonna di Coma in Alba; discorso a parte per il Barolo DOCG “Pichemej”, che deriva da uve allevate in La Morra, (frazione Santa Maria) e Monforte d’Alba. In merito a quest’ultimo comune è da segnalare che l’azienda è proprietaria di vigneti nella famosa MGA (menzione geografica aggiuntiva) Bussia, uno dei cru più rinomati e celebri dell’intero comprensorio.

Langhe Favorita 2019 Marrone

Langhe Favorita 2019
La favorita, vitigno autoctono piemontese a bacca bianca, è presente in questa regione sin dal 1676, diversi documenti ufficiali lo attestano. Imparentato geneticamente con il vermentino ligure, è una cultivar rigogliosa, con acini di media grandezza color oro, qualcuno la utilizza anche come uva da tavola, facendo un torto a Bacco. L’esposizione dei vigneti è nord ovest, gli stessi hanno in media 25 anni, e sono posti ad un’altitudine di 300 metri. Crescono su una superficie e su un terreno prevalentemente calcareo, con un’elevata presenza di sabbia di quarzo e calcare molto fine, che si alternano a strati compatti di arenaria grigia. L’azienda Marrone la vinifica in purezza, le uve subiscono un abbattimento della temperatura fino a 6° C, fondamentale per preservare i profumi durante la pressatura, la stessa avviene in maniera soffice, seguita da una macerazione a freddo a contatto con le bucce per 4 ore. Fermentazione in acciaio a 16° C, affinamento sulle fecce fini per un minimo di 5 mesi. 13 % Vol, acidità 5,47 g/l, estratto 19 g/l. Il vino mostra tutta la fragranza della sua gioventù: dal punto di vista cromatico, un paglierino molto chiaro, vivace, con riflessi beige, a livello olfattivo, è impregnato di sfumature esuberanti di frutta croccante e golosa, banana, pera Williams, melone d’inverno, ma anche maggiorana, mentuccia, biancospino, mandorla e una traccia minerale che richiama il terreno calcareo. In bocca è una spremuta di frutti e sale, succoso, slanciato, dinamico, freschezza in linea con una sapidità che ne allunga il sorso e lo rende particolarmente piacevole, beverino, tutt’altro che banale. Abbinato personalmente ad una lonza marinata con erbe aromatiche, aglio e peperoncino, cotta ai ferri, contorno di cavolo romanesco, direi un connubio azzeccato.

Langhe Arneis "Tre Fie" 2019 Marrone

Langhe Arneis “Tre Fie” 2019
Tra i grandi autoctoni a bacca bianca del Piemonte, alcuni documenti attestano la presenza di questo vitigno, nel Roero, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Nell’etichetta di punta di casa Marrone, l’arneis viene allevato nelle colline della frazione Madonna di Como, in Alba, ed è dedicato alle “Tre Fie”, in dialetto piemontese “tre figlie”: Denise, Serena e Valentina. L’età media dei vigneti è pari a 45 anni, tradizionale Guyot ed esposizione nord ovest, ad un’altitudine di 410 metri. Il terreno, in questo versante della collina, contiene una maggiore percentuale di sabbia rispetto a limo e argilla. Questa caratteristica dona al vino linee armoniche, sinuose, floreali e fruttate, leggermente più “femminili”, ed infatti la scelta del nome in etichetta non è un caso. Vendemmia manuale svolta durante la prima settimana di settembre, macerazione a freddo per 6-8 ore sotto copertura di azoto per mantenere integri i profumi. La fermentazione avviene in acciaio a temperatura controllata a 16° C per 20 giorni, con una leggera sovrapressione di 0,2 bar per preservare la pulizia ed autenticità degli aromi. Bâtonnage e affinamento sulle fecce fini per 5 mesi, acidità 5,69 g/l, estratto 19 g/l., 13,5% Vol. Il campione 2019, in bottiglia da qualche mese, mostra la classica esuberanza di aromi, incentrata su frutti croccanti e dolci note floreali: mela Granny Smith, scorza di cedro, pesca bianca, pera Kaiser, biancospino e acacia. Il vino, con opportuna ossigenazione, si apre, cambia: maggiorana e clorofilla, oltre ad un respiro minerale e balsamico tra iodio e menta peperita, ricordi di frutta secca, mandorla e nocciola tostata. Gran bel naso in continua evoluzione, anche a temperatura da rosso. In bocca è un tripudio di sale e frutta, la freschezza ravviva l’insieme mostrando un’acidità spinta ed un ritorno agrumato che lascia il palato pulito e invoglia la beva. Visto il periodo, notevole l’abbinamento con una torta pasqualina o frittate di verdura di vario genere, ma anche su salmone in crosta.

Langhe Nebbiolo 2018 Marrone

Langhe Nebbiolo 2018
Il nebbiolo è un vitigno di razza, su questo ormai ben pochi dubbi ammesso che ve ne siano mai stati. Il Piemonte è la sua patria d’elezione e le colline delle Langhe l’area dove viene maggiormente allevato, sviluppando differenze importanti da un versante all’altro. Non esistono a mio avviso vere e proprie differenze qualitative, nonostante MGA o cru che dir si voglia, queste menzioni geografiche aggiuntive servono soprattutto a mappare un’area già piuttosto sviluppata, classificandone caratteristiche date perlopiù dal terreno e dall’ambiente pedoclimatico. La vera e propria differenza qualitativa, tra un vino e l’altro, è data da pochi “semplici” aspetti: esposizione della vigna, età della stessa, matrice del terreno, esperienza dell’azienda ed opportune e coerenti tecniche di vinificazione. Il Langhe DOC Nebbiolo 2018 dell’azienda Marrone riassume un po’ tutte queste caratteristiche. Nasce da vigneti che hanno 25 anni esposti a sud est ad un’altitudine di 400 metri, le colline sono di recente formazione geologica, il terreno, prevalentemente calcareo (calcare fine), contiene un’elevata presenza di sabbia di quarzo che si alternano a strati compatti di arenaria grigia. Vendemmia manuale ad inizi ottobre, pigia-diraspatura e fermentazione con macerazione a contatto con le bucce a 26° C per 12-14 giorni. Fermentazione malolattica in acciaio
e affinamento di circa 6 mesi in botti grandi di legno (60%) e in barriques e tonneaux di terzo e quarto passaggio (40%). Acidità 5,01 g/l, estratto 27,1 g/l, 14,5% Vol. Ultima annata prodotta, dunque attualmente in commercio, la stessa è stata definita di stampo tradizionale, piuttosto regolare, a causa della precedente 2017, torrida a livelli di primato, ha richiesto molta attenzione da parte dei viticoltori nella gestione del vigneto, ma il risultato ha superato le aspettative. Quest’etichetta, ha un approccio piuttosto immediato sin dal colore, che evidenzia la natura stessa del “vero” nebbiolo, granato trasparente con riflessi mattone in controluce, col tempo diverranno aranciati; consistente, archetti fitti e regolari. Il naso manifesta ancora una certa evidenza di note tostate, le stesse derivano dall’affinamento in legno: vaniglia Bourbon, noce moscata, grafite, pepe verde; con opportuna ossigenazione un lento incedere di frutti rossi acerbi, quali ribes e lampone, oltre ad una “piccante” nota di erbe officinali (da amaro) e pepe verde. Sorso fresco, succoso, dinamico, già piuttosto pronto, tannino dolce, di media struttura e sapidità. Un vino che possiede tutte le caratteristiche del grande nebbiolo di Langa, in questo caso giustamente concepito per far avvicinare un pubblico giovane o perlopiù composto da persone meno “esperte”, dunque poco abituate all’austerità gustativa del nobile vitigno piemontese. L’abbinamento con un risotto ai funghi porcini risulta particolarmente azzeccato.

Barbera d’Alba Superiore La Pantalera 2017

Barbera d’Alba Superiore La Pantalera 2017
Barbera, croce e delizia, vitigno autoctono piemontese straordinario ma come il dolcetto spesso sottovalutato o non giustamente valorizzato, relegato, nell’immaginario collettivo, ad un vino da tavola, dozzinale, da osteria. E’ giusto che mantenga un carattere proletario, è sempre stato il vino del popolo, della mensa, delle bevute spensierate, ma possiede anche doti di incredibile fascino, eleganza e soprattutto bevibilità, sono proprio questi i vini che amo visceralmente. In questo caso la scelta del tipo d’affinamento deriva dall’esperienza dell’azienda e dalle potenzialità delle uve, è il risultato finale che conta, la barbera è un vitigno che ha le spalle larghe ed è capace di incredibili performance. Curioso il termine “Pantalera”, perché rimanda ad un aspetto storico e culturale di questa regione. In dialetto piemontese ricorda quel particolare momento di festa nelle piazze dei paesi, dove le persone si divertivano in maniera semplice, rustica. Lo stesso termine veniva utilizzato per definire un’antica disciplina sportiva simile alla “pallapugno”, chiamata appunto “pantalera”, tradotta letteralmente in piemontese significa “tettoia”. Il gioco consisteva appunto nel lanciare la palla su una sorta di struttura di legno simile ad una tettoia. Ma veniamo al vino, prodotto con uve barbera 100%, allevate sugli stessi terreni del nebbiolo precedente, varia solo l’esposizione, pieno sud e un’altitudine leggermente inferiore, 350 metri. Età media dei vigneti 55 anni, dunque anzianità di tutto rispetto, le uve vengono vendemmiate a mano solitamente a fine settembre. Lunga fermentazione con macerazione a contatto con le bucce per 20 giorni a 28°C, fermentazione malolattica in tonneaux da 500 l., bâtonnage delle fecce fini per 7 mesi e affinamento in legno per altri 18. 15 % Vol., acidità pari a 6,15 g/l, per un estratto di 31,7 g/l. L’annata 2017, come già anticipato, ha registrato record assoluti di caldo e siccità. Solo l’attento vignaiolo che ha seguito in maniera maniacale, giorno dopo giorno, lo svolgersi del ciclo vegetativo e il periodo di vendemmia, sarà stato in grado di portare in cantina uve sane con un buon livello di acidità. Questa Barbera mostra una verve cromatica particolarmente vivace, un classico rubino con ricordi porpora sempre meno evidenti per via dell’affinamento. Consistenza ed estratto notevoli, un impatto olfattivo deciso ed articolato su diversi sentori, il frutto opportunamente maturo è protagonista: mora, mirtillo, amarena, prugna, alleggerito da toni mentolati, liquirizia dolce e tocchi fumé che rimandano alla cenere, all’incenso. Una leggera tostatura ricorda la vaniglia Bourbon e la noce moscata. Sorso rotondo e fruttuosità coerente, alcol perfettamente integrato nonostante i 15% Vol., un allungo da fuoriclasse. La materia è importante per via della trama sapida, il tannino è dolce ma ancora graffiante; freschezza in linea con il registro gustativo, forse in leggerissimo ritardo sul resto delle componenti, ma l’annata si sente, non lo si può ignorare. Un vino che sposa la cucina a base di cacciagione: umidi, brasati, il cinghiale a mio avviso su tutti.

Langhe San Carlo 2016 Marrone

Langhe San Carlo 2016
Le Langhe, ma direi il Piemonte in generale, è sempre stata terra di grandi vini ricavati perlopiù da vitigni autoctoni in purezza. Tuttavia, per quanto anch’io sia di questo parere, chi l’ha stabilito che non si possano ottenere grandi risultati mescolando uve diverse tra loro? Ne sono un fulgido esempio denominazioni storiche quanto quelle della provincia d’Alba, basti pensare all’Alto Piemonte: Bramaterra, Sizzano e Boca DOC, il Ghemme DOCG, solo per citare alcuni esempi. Il “San Carlo” è un blend di uve autoctone piemontesi allevate a 390 metri d’altitudine in Madonna di Como (Alba), la matrice del terreno è sempre la stessa, le colline sono esposte a sud est e l’età dei vigneti in media è di 50 anni. Il 70% di nebbiolo dona struttura e intensità, 20% barbera e 10% dolcetto apportano vivacità cromatica, freschezza e sfumature floreali/fruttate. Questa proporzione è il frutto di vari esperimenti condotti dall’azienda nel corso degli anni, allo scopo di arrivare a produrre un’etichetta che possegga il massimo dell’equilibrio, soprattutto gustativo. Il vino è dedicato a Carlo Marrone. Le uve vengono vendemmiate manualmente in diversi periodi: inizio settembre per il dolcetto, tardiva la barbera (fine settembre), metà ottobre per il nebbiolo. Vinificazione delle uve svolta separatamente, fermentazione malolattica in barriques di secondo e terzo passaggio, bâtonnage sulle fecce fini per 20 mesi. Assemblaggio in percentuali che possono variare a seguito di un’attenta degustazione in cantina, leggendo sempre l’andamento dell’annata. 15% Vol., acidità 5,75 g/l, estratto 29,20 g/l. Annata spettacolare, una delle migliori del ventennio, regolare, priva di fenomeni significativi e temperature torride, farà parlare di sé ancora per tanto tanto tempo. E’ una conclusione a cui sono giunto dopo l’assaggio delle varie anteprime in Langa, e a distanza di un anno: profumi eleganti, austeri, tannini importanti, per certi versi ancora irrisolti, profondità gustativa e quanto di meglio si possa desiderare pensando all’affinamento di un vino. Il “San Carlo” mostra una tonalità rubino vivace con sfumature granato, che si intensificano inclinando il bicchiere. Consistente ricco di materia, si nota subito roteandolo con cautela. Un naso intenso, ricco, sfaccettato, sfumature importanti che vanno dalla frutta (ribes e mirtillo in primis, ciliegia sotto spirito, susina rossa matura) al comparto floreale, vivo e cangiante(rosa rossa, geranio, violetta); poco dopo giunge la spezia, pepe nero, cannella, spezie d’Oriente, incenso, cacao, una leggera tostatura ricorda legni nobili privi di esuberanza vanigliata. Sorso ampio, denso, materico ed al contempo succoso; la densità gustativa viene presto alleggerita da un ritorno di freschezza, intervallato da guizzi sapidi che allungano la progressione del vino. Chiude una nota ammandorlata che ricorda la percentuale di dolcetto. Vino da piatti importanti di carne: brasati, gulash ungherese, tapulòn ( stracotto d’asino del novarese), o formaggi stagionati di latte vaccino.

Barolo Pichemej 2016 Marrone

Barolo Pichemej 2016
Un’etichetta di Barolo DOCG che riporta un nome così ambizioso è una bella responsabilità nei confronti del consumatore; in dialetto piemontese significa “più che meglio”. “Nonno Pietro diceva che tutti i vini sono buoni, ma solo alcuni Baroli sono “Pichemej”; questa bella frase è riportata sul retro dell’etichetta. Ma la famiglia Marrone è abituata alle sfide, ora vedremo se vincerà anche questa, la più importante, stiamo parlando inequivocabilmente del vino di punta dell’azienda. Quando il gioco si fa duro, i fuoriclasse entrano in campo, e in Langa gli unici veri campioni sono i vigneti, quelli che hanno per selezione naturale le caratteristiche più adatte; l’insieme di questi elementi crea vini non necessariamente migliori o più buoni, sulla bontà tutto è relativo come già accennato, ma certamente più sfaccettati, ricchi, complessi, dunque, per ovvie ragioni, appassionanti. Nebbiolo 100% da cloni “Lampia” e “Michet”, allevati a Monforte d’Alba e La Morra, i vigneti son datati 1975. Nel primo comune, tra i più a sud del comprensorio, l’altitudine è pari a 350 metri sul livello del mare, esposto a sud ovest, il terreno è composto da marne argillose con un’elevata percentuale di sabbia. Nel secondo, situato nettamente più a nord, stessa esposizione ma ci troviamo a 270 metri, un suolo bianco, ricco di calcare e argilla. In merito a Monforte d’Alba, doveroso segnalare che le uve provengono dalla celebre MGA (menzione geografica aggiuntiva) Bussia, tra i cru più prestigiosi dell’intera Langa. La vendemmia è svolta a mano la prima settimana di ottobre, varia ovviamente a seconda delle annate. Selezione in vigna e durante la pigiatura con scarto degli acini non perfetti. La fermentazione è svolta con macerazione del mosto a contatto con le bucce a 30°C, per una durata di 30 giorni. Malolattica in grandi botti da 30 Hl, ulteriori 30 mesi di affinamento in legno, come previsto dal disciplinare. Il Bâtonnage avviene sulle fecce fini per i primi 10 mesi. Prima della messa in commercio il vino riposa per un minimo di 6 mesi in cantina. 14,5 % Vol., acidità 5,20 g/l, estratto 27,8 g/l, prodotto in 5.500 esemplari. Un granato classico, pieno, attualmente privo di sfumature significative data la giovane età. Si muove lento nel bicchiere, inizialmente la trama è sottile, fine, incentrata sui frutti rossi, susina matura, lampone, marasca, un accenno di rosa rossa e viola; incessante l’asse balsamico-speziato, composto da pepe di Sichuan (notoriamente agrumato), mentolo, tabacco in foglia, anice, bastoncino di liquirizia (che richiama anche legni nobili lontani dalla classica vaniglia) e una trama minerale di terra bagnata, cera, incenso. Con opportuna ossigenazione, ad oltre mezz’ora dalla mescita, torna prepotentemente sul frutto dolce, ingentilito, leggiadro, è il terroir di La Morra a farsi sentire, rispetto all’esordio nettamente “monfortiano”. Progressione notevole, in bocca l’attacco è morbido, sostenuto dall’alcol ben integrato alla materia. Dopo la deglutizione il tannino ha la meglio e si palesa netto, palpabile, protagonista, una sorta di assicurazione per il futuro che evidenzia la giovane età. Il finale è nettamente a vantaggio di una sensazione fresca, piacevole, distesa, dove la sapidità diventa presto protagonista, incrementando la lunghezza del vino. Scherzosamente: “Più che meglio” (Pichemej), direi un “gran bel vino!”. Adatto a piatti importanti della tradizione langarola a base di carne, o perché no, a base si tartufo, non siamo mica nella regione più importante al mondo in tal senso? Ecco, trovato un altro valido motivo per amare le Langhe ed approfondire sempre di più l’amato Piemonte.

Andrea Li Calzi

Andrea Li Calzi

È nato a Novara, sin da giovanissimo è stato preso da mille passioni, ma la cucina è quella che lo ha man mano coinvolto maggiormente, fino a quando ha sentito che il vino non poteva essere escluso o marginale. Così ha prima frequentato i corsi AIS, diplomandosi, poi un master sullo Champagne e, finalmente, nel giugno del 2014 ha dato vita con la sua compagna Danila al blog "Fresco e Sapido". Da giugno 2017 è entrato a far parte del team di Lavinium.

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