Terracruda in Fratte Rosa: vino e vacanze nella culla della visciola

Bisogna riconoscere a Luciano Lombardi, cioè a Vignadelmar, un palmarès di tutto rispetto come oste, ristoratore e critico del vino, ma anche un pedigree di assoluto valore: fanese, compagno, innamorato cotto. La rigorosità e la competenza con cui esalta la territorialità sono sicuramente un buon viatico per chiunque decida di dargli retta e di mettersi alla ricerca delle innumerevoli bontà della sua regione d’origine: Le Marche. La Moretta è soltanto quella fanese, la pizza Rossini è soltanto quella pesarese, il Verdicchio si ama sempre e comunque, sia in bottiglia che a quattro zampe. Ogni tanto rilascia delle dritte che suggerirei di annotare tra le prelibatezze da non perdere. È così che, seguendone le orme, ho scoperto la culla della visciola: Fratte Rosa.
Ed è stata una vera sorpresa, non sapete che cosa vi perdete se durante le vacanze al mare sull’Adriatico non vi spingete anche in una delle più suggestive zone della Provincia di Pesaro e Urbino, un territorio tra montagna e mare attorno a questo piccolo borgo arroccato sulla cima di un colle a 400 metri di altitudine tra la Val Cesano e la Valle del Metauro, proprio al confine tra la provincia di Pesaro e Urbino con quella di Ancona. È una bella località d’antico insediamento umano in cui la lavorazione dell’argilla proveniente dal versante dei ”lubachi” e la produzione dei ”cocci” si perdono nella notte dei tempi, anche se ne esistono ormai solo tre botteghe, un paese dove è possibile produrre i vini di tutt’e tre le DOC della provincia di Pesaro e Urbino. Quelli della Cantina Terracruda nascono da uve vinificate in modo da garantirne la qualità senza compromessi.

La Cantina Terracruda ha origini recenti, ma la passione che l’anima ha radici antiche. Nasce dall’unione e dalle idee di tre soci che hanno seguito la loro vocazione credendo nelle potenzialità di questo territorio in cui la produzione di vino era però prevalentemente realizzata soltanto a carattere famigliare. Senza dimenticare le proprie origini, ma con lo sguardo rivolto al futuro, il loro progetto è partito all’alba del terzo millennio. Hanno cominciato nel 2000 con l’acquisizione di oltre 20 ettari di vigneti, di cui 10 già impiantati con uve autoctone, e altri 10 reimpiantati con varietà locali, in particolare l’uva Aleatico, utilizzata per la produzione della DOC Pergola. L’attività si è poi concretizza nel 2005, quando la Cantina Terracruda ha iniziato a vinificare in una struttura nuova e tecnologicamente avanzata, con l’intento di unire tradizione e innovazione. Dalla vendemmia 2017 i vigneti sono coltivati a densità elevate con metodologie a basso impatto ambientale, i grappoli sono accuratamente selezionati e vendemmiati a mano, nel rispetto della terra e del suo frutto più prezioso, l’uva, tanto che a partire dalla vendemmia 2020 l’azienda è certificata anche in tutte le etichette con l’apposito bollino biologico.

L’intera produzione e vinificazione, infatti, sono condotte in regime biologico, una scelta fortemente voluta nel rispetto di quella terra e di tutti i suoi abitanti. Terracruda ha scelto di valorizzare solo i vitigni autoctoni, quelli che meglio esprimono l’anima di questo territorio a una trentina di km sia dal mare che dalle cime dell’Appennino.
Le basse rese per ettaro, la raccolta a mano in quattro passaggi in vigna, la tempestività del trasporto delle uve alla cantina, la rigorosa selezione all’ingresso, il riempimento a caduta delle cisterne senza l’uso di pompe, il controllo delle temperature in fase di fermentazione, la microssigenazione e una vinificazione senza solfiti aggiunti fanno parte della filosofia di quest’azienda. I vini sono tutti il meritato frutto della riscoperta e del recupero anche di antichi ceppi locali, alcuni dei quali erano abbandonati in via d’estinzione, dei veri e propri tesori della terra che non potevano e non dovevano assolutamente essere perduti.
Così è nato il progetto ”uvaggi reliquia” che ha reimpiantato e vinificato in purezza gli antichi vitigni autoctoni che erano ormai quasi del tutto scomparsi come le due varietà famoso e garofanata, per non parlare dell’incrocio Bruni, attraverso un lavoro di ricerca in collaborazione con l’Università di Ancona, proprio per non perdere la memoria vitivinicola di questa terra. Una sfida vinta grazie alla lungimiranza e all’amore per i sapori autoctoni che fanno onore alla proprietà e al maestro enologo Giancarlo Soverchia, coadiuvato dal figlio David.

Di più. Hanno anche ampliato la loro attività in campo e in cantina con la ristrutturazione di un antico casolare, da cui sono stati ricavati quattro appartamenti indipendenti, dov’è nato così l’agriturismo Terracruda: un rifugio enoturistico per scoprire da vicino l’arte della vinificazione, per esplorare il paesaggio incantato, per andare a degustare tutti i prodotti tipici di questa terra, per assaporare i cibi cotti lentamente nei “cocci”, per conoscere l’antica tecnica di lavorazione dell’argilla che, plasmata dalle mani esperte degli artigiani, si trasforma in terracotta. Oltre all’agriturismo, fin dal 2013 Terracruda propone, durante tutto il periodo estivo, un ampio programma con eventi legati al mondo del vino e della convivialità, come quello che ha riscosso il maggiore successo tra gli appassionati di vino e non solo, cioè il ciclo delle Cene in Vigna Terracruda, diventate oramai famose sia in tutto il territorio che fra gli enoturisti che arrivano fin qui numerosi anche dalle altre regioni d’Italia per concedersi un’esperienza sensoriale a 360° con una benefica e distensiva immersione completa nel vigneto.
I vini che ho degustato sono entrati come una boccata d’aria fresca nella mia esperienza e hanno prezzi molto convenienti, cosa di cui devo ringraziare Luca Avenanti e Luciano Lombardi, un esploratore del buon gusto che vi suggerisco di tenere strettamente d’occhio. Chi si trova a Pesaro, Urbino, Fano e dintorni cerchi di seguire le sue orme nell’interno, nessuno se ne pentirà.

Bianchello del Metauro Boccalino 2019
Il suo nome si riferisce al piccolo boccale da vino panciuto di terracotta in uso queste parti. Proviene dal vitigno bianchello del Metauro, che è un antico clone di trebbiano, coltivato nel vigneto Pianelli a un’altitudine di 350 metri sul livello del mare con esposizione sud/sud-est su 4 ettari di suolo argilloso calcareo. Il sesto d’impianto è di 3,00 x 0,80 m, la densità è di 4.000 ceppi per ettaro di età media sui 45 anni allevati a spalliera con potatura guyot.
La selezione delle uve avviene dapprima in vigna mediante il diradamento e le varie fasi della raccolta durante la vendemmia che si fa esclusivamente a mano in piccole casse, di solito nella seconda decade di settembre, con una resa di 90 quintali per ettaro. La vinificazione prevede la spremitura morbida a grappolo intero, la decantazione statica dei mosti a freddo, la fermentazione a temperatura controllata in vasche d’acciaio inox e l’affinamento di 3 o 4 mesi in bottiglia. Il vino del 2019 che ho gustato ha un tenore alcolico del 12,5% e un moderno tappo a vite.
Nel calice un bel colore giallo paglierino scarico di trasparenza cristallina. All’attacco il profumo di susina mirabella apre un bouquet ricco di note di fiori bianchi, zagare e acacia in primis, quindi aromi d’agrumi, come arancia tipo vaniglia e pompelmo. In bocca è vispo, fresco, piacevole, con un finale sapido. Suggerirei di servirlo e mantenerlo a una temperatura da 10 a 12 °C sia come aperitivo che in abbinamento con antipasti e primi piatti piuttosto delicati, non piccanti, meglio se leggeri e con tendenza dolce, come la pastasciutta alle vongole e zucchine, i gnocchetti ai gamberetti e zucchine, il lardo affettato sottilmente, il ciauscolo spalmabile e le caciotte a pasta molle di latte ovino o caprino mischiato con un po’ di quello vaccino.

Bianchello del Metauro Superiore Campodarchi Argento 2019
Il suo nome si riferisce alla località in cui si trova il vigneto, dov’erano state ritrovate punte di frecce degli antichi Romani che risalivano a una battaglia contro i Cartaginesi. Proviene dal vitigno bianchello del Metauro, che è un antico clone di trebbiano, coltivato nel vigneto Campodarchi, il più antico dell’azienda con le sue viti di 45 anni di età a un’altitudine di 400 metri sul livello del mare con esposizione sud/sud-ovest su 2,5 ettari di suolo argilloso calcareo e che è in grado di offrire le uve bianche migliori. Il sesto d’impianto è di 3,00 x 0,80 m, la densità è di 4.000 ceppi per ettaro, l’allevamento è a spalliera con potatura guyot o archetto.
Questo vino è prodotto solo con uve perfette che sono state attentamente selezionate e raccolte rigorosamente a mano, in piccole casse, dopo aver raggiunto il giusto grado di maturazione. La vendemmia infatti si svolge più tardi, a partire dalla prima decade del mese di ottobre, quando le uve sono più mature, con una resa di 70 quintali per ettaro. La vinificazione prevede la spremitura morbida a grappolo intero, la decantazione statica dei mosti a freddo, la fermentazione a temperatura controllata in vasche d’acciaio inox.
La maturazione avviene sulle fecce fini (sur lies) in acciaio (a differenza di precedenti versioni che usavano il rovere) con la continua risospensione delle fecce nobili (batonnage), in modo da esaltare i profumi e l’intensità di sapore del fruttato senza coprirli però con quelli del legno. L’affinamento continua per almeno 12 mesi in bottiglia. Il vino del 2019 che ho gustato ha un tenore alcolico del 13,5%, quello che preferisco, ma in certe annate era arrivato anche a 14, perfino a 14,5%.
Nel calice un bel colore giallo paglierino intenso e brillante con riflessi dorati. All’attacco il profumo di bergamotto apre un bouquet di aromi di cedro, frutta gialla matura e sfumature di frutta secca, spezie dolci come pepe bianco, uva spina sotto spirito. Complimenti all’enologo perché il legno non si sente proprio, finalmente qualcuno che di botti ne capisce assai e se ne frega della moda della vaniglia, ma eccelle in finezza. In bocca è morbido, avvolgente, equilibrato, ma vispo e fresco nel suo intenso fruttato. Il finale aggiunge un fondo di piacevole sapidità. Suggerirei di servirlo e mantenerlo a una temperatura da 12 a 14 °C.
È molto gustoso se lo bevete come aperitivo, ma mai a stomaco vuoto, piuttosto pretendete olive, noccioline e tartine a volontà e non fatevi fregare dalle patatine, che tirano un calice dietro l’altro ma poi vi deve accompagnare a casa qualcun altro. Lo abbinerei a pietanze ricche e succulente come quelle al tartufo bianco, pesce di mare al forno, carni d’agnello alla griglia, oca in porchetta, coniglio alle olive, galletti amburghesi e faraone in fricassea.

Incrocio Bruni 54 2019
Il nome è quello del vitigno incrocio Bruni 54 o dorico 54, creato nel 1936 dal prof. Bruno Bruni nel periodo tra il 1930 e il 1950 incrociando tramite impollinazione le varietà sauvignon blanc e verdicchio, diffuso esclusivamente nella regione Marche e che stava quasi scomparendo. Attraverso il progetto di ricerca uvaggi reliquia” sono state ritrovate alcune barbatelle reimpiantate nel vigneto del Mulino a un’altitudine di 350 metri sul livello del mare con esposizione sud-ovest su 1 ettaro di suolo argilloso calcareo. Il sesto d’impianto è di 2,70 x 0,70 m, la densità è di 5.500 ceppi per ettaro di 20 anni di età che sono allevati con potatura guyot. La vendemmia si svolge nella prima decade del mese di settembre, la prima di quelle dell’azienda, con una resa di 50 quintali per ettaro di uve raccolte a mano in piccole casse. La vinificazione prevede la spremitura morbida a grappolo intero, la decantazione statica dei mosti a freddo, la fermentazione a temperatura controllata in vasche d’acciaio inox e un affinamento minimo da 3 a 4 mesi in bottiglia. Tenore alcolico del 13,50%.
Nel calice è di colore giallo paglierino con leggeri riflessi dorati. All’attacco sprigiona subito i profumi della foglia di pomodoro e del bergamotto che aprono un bouquet di fiori di sambuco e zagare. In bocca è fresco, dai sapori morbidi, ma intensi, degli agrumi che lo accompagnano anche nel finale. Suggerirei di servirlo e mantenerlo a una temperatura da 10 a 12 °C con carni bianche insaporite da salse varie e pesce in guazzetto.

Colli Pesaresi Sangiovese Olpe Riserva 2017
Il suo nome si riferisce all’antica ampolla greca da vino che veniva usata in queste zone. Proviene dal vitigno sangiovese coltivato nel vigneto San Giovanni piantato da 10 anni a un’altitudine di 400 metri sul livello del mare con esposizione sud/sud-ovest su 7 ettari di suolo sabbioso argilloso. Il sesto d’impianto è di 2,70 x 0,70 m, la densità è di 5.500 ceppi per ettaro, l’allevamento è a cordone speronato. La vendemmia si svolge nella seconda decade del mese di settembre, con una resa di 80 quintali per ettaro di uve raccolte a mano in piccole casse. La vinificazione prevede una selezione delle uve in fase di raccolta e in cantina con utilizzo di tavolo vibrante e tavolo di selezione. La fermentazione avviene a temperatura controllata in acciaio inox con macerazione di oltre venti giorni e follature meccaniche. La qualifica riserva è dovuta a 24 mesi di maturazione in barrique di rovere francese da 225 litri di secondo e terzo passaggio e successivo affinamento di 12 mesi in bottiglia. Tenore alcolico del 14%.
Nel calice è di un bel colore rosso rubino con riflessi granati. All’attacco i profumi della vaniglia e della viola contendono il primato a quello della ciliegia matura, che aprono un bouquet complesso in cui predomina il fruttato maturo di ciliegie, marasche, ribes rosso tra sfumature di geranio. In bocca conferma il fruttato a cui aggiunge mora di rovo e ciliegia matura di Vignola tra sfumature di vaniglia e cioccolato in una sensazione immediata di calore ed è strutturato, equilibrato, intenso, succoso e fine, con un finale persistente alla marasca e alle ciliegie sotto spirito. Suggerirei di servirlo a una temperatura di 18 °C, ma ne sopporta bene anche 20 e 22. Vino da tutto pasto con le più gustose pietanze di terra ben insaporite, dalle lasagne agli arrosti di carni bianche e dal pollame alla cacciatora ai formaggi di media stagionatura.

Pergola Aleatico Superiore Ortaia 2017
Un vino eccellente dal vitigno autoctono aleatico che anticamente veniva chiamato vernaccia di Pergola. Il suo nome si riferisce alla località di via degli Orti in cui si trova il vigneto, là dove si coltiva anche la tipica ”favetta” dolce e tenera e che è considerato una culla delle viti del Pergola e che nelle annate più calde fa miracoli, migliorando perfino con il surriscaldamento climatico. Qui le viti sono piantate da 15 anni a un’altitudine di 400 metri sul livello del mare con esposizione sud/sud-ovest su 6 ettari di suolo sabbioso argilloso. Il sesto d’impianto è di 2,70 x 0,70 m, la densità è di 5.500 ceppi per ettaro, l’allevamento è a cordone speronato. La vendemmia si svolge nella seconda decade del mese di settembre, con una resa di 70 quintali per ettaro di uve raccolte a mano in piccole casse. La vinificazione prevede una selezione delle uve in fase di raccolta e in cantina con utilizzo di tavolo vibrante e tavolo di selezione. La fermentazione avviene a temperatura controllata in acciaio inox con macerazione di oltre venti giorni e follature meccaniche. Il vino matura per un periodo da 12 a 16 mesi di invecchiamento in barrique di rovere francese da 225 litri di secondo e terzo passaggio e successivo affinamento di 12 mesi in bottiglia. Tenore alcolico del 15%.
Nel calice è di un bel colore rosso rubino intenso e trasparente. All’attacco un profumo inebriante di ciliegia matura tra sfumature di viole e rose rosse che aprono un bouquet ricco di aromi floreali di lillà e fruttato di ciliegie, ribes rosso, confettura di amarene con una lieve speziatura dolce e un leggero alito fresco di glicine. In bocca è succoso, morbido, equilibrato, complesso, con un accenno di visciola e sambuco nero. Ha una meravigliosa acidità, è fine, di razza. Gran finale persistente alla marasca.
Suggerirei di servirlo a una temperatura di 18 °C. È vino da tutto pasto con il lardo essiccato e maturato nei cocci, le lumache in porchetta, il salmì di capriolo o cinghiale, cacciagione di piuma in salse nobili, intingoli al tartufo, ma se non vi volete proprio male vi consiglio anche di togliervi un capriccio. Provate a gustarvelo da eretici (come talvolta Luciano Lombardi e il sottoscritto) perfino con il brodetto alla fanese, una deliziosa zuppa di pesce dell’Adriatico servita con croccanti crostini di pane per l’immancabile scarpetta. Non cercate di spremere la bottiglia, è meglio ordinarne un’altra.

Visciola del lotto L61220
A fine pasto concedetevi quest’antica tipica bevanda marchigiana da dessert a base di vino e visciole, una varietà di amarene (spesso selvatiche), che risale al tempo di Federico da Montefeltro, il duca di Urbino che nel XV secolo ”quasi non beveva vino se non de ceriegie e de granate” secondo il suo amico libraio e biografo Vespasiano de’ Bisticci. Deriva dal migliore Pergola Rosso unito alle visciole che nascono spontaneamente nelle campagne del Montefeltro e che in luglio, quando sono mature, vengono raccolte a mano e unite al vino con aggiunta di zucchero per lasciare rifermentare il tutto per alcuni mesi a temperatura controllata. Il colore nel calicino da Porto è rosso rubino profondo e consistente. Profumi a iosa di visciola e un sapore fruttato dolce che dà un’immediata sensazione di calore. È una bevanda armoniosa, godibile come vino da meditazione, ma anche per affogarvi gelati cremosi e per bagnare le crostate di ciliegie e i dolcetti al cioccolato fondente.
Mario Crosta
Azienda vitivinicola Terracruda
Via Serre 28, 61040 Fratte Rosa (PU)
coord. GPS: lat 43.631527 N, long. 12.919458 E
Tel. 0721.777412, fax 0721.771070
sito www.terracruda.it
e-mail info@terracruda.it
Prenotazioni agriturismo: agriturismo@terracruda.it



