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Incontro-evento con Egon Muller


Gli straordinari riesling di uno degli interpreti più illustri della Mosella

Postazione bicchierifoto 1) Egon Muller è annoverato tra i produttori mito della Mosella e, più in generale, di tutta la Germania. I suoi riesling sono tra i bianchi più apprezzati al mondo. La serata svoltasi a Roma, lo scorso 5 ottobre, presso l’Enoteca Regionale del Lazio, è stata un evento unico, irripetibile, reso possibile grazie alla caparbietà di Francesco Agostini curatore del sito Enodelirio e dell’organizzazione di Giancarlo Marino (“Magister Burgundiae”) e Bruno Rosati. Vi rimando al pezzo già pubblicato su questo stesso sito (Viaggio fotografico nella Germania del Vino) nel caso aveste bisogno di ripassare le basi della legislazione vinicola tedesca. Vi ricordo, in breve, che essa prevede una classificazione rigorosa (anche se, per noi italiani, non sempre facilissima da comprendere) basata sul potenziale zuccherino dei mosti in ordine crescente, misurato in Ochsle: kabinett (44-50), spatlese (76-95), auslese (83-105), beeranauslese o B.A. (110-128), eiswein (110-128) trockenbeerenauslese o T.B.A. (150-154). Lo stesso vino, della stessa annata può, così, essere disponibile in più – se non addirittura in tutte – le tipologie (in tedesco sono classificati come Qualitätswein mit Prädikat e per questi vini non è consentita aggiunta di zuccheri ai mosti), a seconda del grado di maturazione a cui vengono raccolte le uve.  La fama dei vini tedeschi, nel mondo, è legata alle versioni che prevedono, quasi sempre, un residuo zuccherino. Nonostante ciò molte aziende producono anche versioni secche (“trocken” scritto a chiare lettere in etichetta) per incontrare soprattutto il gusto di chi preferisce poter abbinare il vino con più facilità al cibo.  Egon Muller produce, invece, solo riesling che prevedano un residuo zuccherino perchè ritiene che questi siano lo specchio fedele della vocazione e della tradizione della sua terra: la Mosella .

     

Sala degustazionefoto 2) Prima di entrare nel vivo della degustazione dei vini provenienti dal celebre Scharzhofberger, Mr. Muller ci ha tenuto ha presentare due campioni provenienti dalla tenuta che la sua famiglia ha acquistato qualche tempo fa nella Repubblica Slovacca. Le prime annate di Chateu Belà commercializzate sotto la nuova gestione  risalgono al 2000, quelle presentate in degustazione sono state, invece, il 2004 e il 2003. Al momento la produzione è limitata a sole 25.000 bottiglie nonostante ci sia la potenzialità di produrre numeri decisamente più importanti. Ciò deriva dalla scelta di vinificare e imbottigliare solo Riesling renano mentre nelle vigne è presente in netta prevalenza una varietà (Welschriesling) decisamente più scadente e meno adatta a produrre dei bianchi di qualità. Le condizioni pedoclimatiche sono particolarmente interessanti soprattutto per produrre quei riesling secchi (dry) da poter affiancare e quindi integrare nell’offerta produttiva della azienda madre in Mosella. Il clima è continentale con estati molto calde e inverni rigidi, i suoli di natura calcarea dànno vita a vini potenti e dotati di buona acidità. L’interpretazione delle due annate offerte in degustazione si è rivelata alquanto “didattica”. Il 2003, come nel resto d’Europa, è stato eccessivamente caldo ed asciutto. Il vino nonostante conservi un’acidità elevata (7.5 gr/l) mostra un frutto  troppo maturo evoluto su note di calcare sbriciolato che ricordano l’idrolisi dei lieviti. La 2004 mostra un frutto sì maturo ma più equilibrato, in bocca è salino con una freschezza, però,  più varietale che minerale.

     

Bottiglie in degustazionefoto 3) Archiviato l’assaggio di Chateu Belà, si è passati alla Mosella, partendo dallo Scharzhof una vigna aziendale di 3.5 ettari dalla quale si produce il vino “base” dell’azienda che non rientra ancora in nessuno dei prädikat ma appertiene alla categoria dei QBA. Questi possono solitamente beneficiare di zuccheraggio (chaptalisation) ma questa pratica  non viene, però, impiegata da Egon Muller. Vini solitamente da bere giovani ma che possono subire anche un discreto invecchiamento. Come dimostra questo 2001, da 11 gradi, selezionato per la serata,  in maniera quasi un po’ provocatoria, dallo stesso produttore. Questo riesling riprende le note più classiche di idrocarburi e cherosene risultando intenso anche se non particolarmente complesso. L’acidità appare leggermente scollegata dagli zuccheri ma considerato che stiamo parlando del vino “base” aziendale possiamo ritenerci più che soddisfatti della prova offerta nel bicchiere. E’ l’unico ad essere vinificato in 100% acciaio. I vini che seguiranno sono, invece, tutti ottenuti dalle vigne dello Scharzhofberger e vinificati in botti usate da 1000 litri (cosiddette fuder). Il 2004 kabinett è segnato da una copertura solforosa piuttosto evidente. Il produttore non ha problemi a riconoscerlo sostenendo la tesi (a dir il vero sposata dalla maggior parte dei produttori più tradizionalisti) secondo la quale l’uso, anche disinvolto, della SO2 (anidiride solforosa) sia fondamentale per l’invecchiamento prolungato dei bianchi teutonici da uve riesling.

     

degustatorefoto 4) La dimostrazione di quanto sostenuto sopra è nel bicchiere successivo dove fa la sua comparsa un kabinett del 1990 che stupisce tutti i presenti per la sua inaspettata freschezza aromatica e gustativa. Possiamo dire all’apice del suo percorso evolutivo. Di solito il riesling si chiude dopo i primi due-tre anni di vita durante i quali esprime il suo corredo fruttato e primario per poi riaprirsi a distanza di circa 10 anni su toni più complessi ed evoluti. Mai ossidati, né stanchi sempre vivi e vibranti grazie alla notevole acidità che li caratterizza. Questo bianco sembra venuto da un altro pianeta: note tra lo speziato e il balsamico, sentori di zafferano dolce, accenni di idrocarburi. Fresco e vitale. Più scorbutico e introverso il fratello maggiore, stessa annata (1990) ma prädikat superiore: uno Spatlese. Il naso più ricco di idrocarburi e meno sfaccettato nella parte aromatica sembra ancora scontare una certa  chiusura. Tanta è l’acidità che pervade e sollecita il palato che sembra quasi tagliare in due la progressione gustativa lasciando pensare ad una sorta di diluizione nel finale. E’stato uno dei pochi vini a non convincermi fino in fondo di tutta la serata.

     
 
     

etichetta vinofoto 5) Il 2003 è stato anche in Mosella una vendemmia caldissima molto ricca, caratterizzata da un frutto surmaturo. Purtroppo la bottiglia non era a postissimo, in maniera lievissima “sporcata” dal tappo. La copertura solforosa, ancora una volta, come per il 2004, mi è sembrata piuttosto evidente anche se meno invasiva e non determinante dileguandosi col trascorrere dei minuti. Uno spatlese che probabilmente non invecchierà a lungo nel tempo e che può essere bevuto senza dover aspettare tantissimo. Da questa considerazione l’idea del produttore di porlo subito a fianco di un 1990 e subito prima dell’incredibile Auslese 1976. Sì avete capito bene. Un bianco di 30 anni straordinariamente fresco e pimpante. Ricchezza e complessità. Eleganza e potenza. Finezza. Profilo speziato e sentori di erbe officinali. Buono e piacevolissimo da bere  a tal punto che è stato impossibile farlo durare a lungo nel bicchiere. Grandissima annata, da standing ovation. Superiore, secondo il produttore, a questo 1976 è stata sicuramente la 2005 che egli ritiene addirittura la migliore di tutti i tempi. Un Auslese stratosferico, concentrato in tutte le sue componenti. Un frutto nitido, pulito, netto di pera, turgida, succosa e croccante. Equilibrio acido zuccherino da manuale. Insomma per i fortunati che hanno messo in cantina un po’ di queste bottiglie una vera goduria per i prossimo cinquant’anni almeno.

     

bicchieri per il tastingfoto 6) Eccoci entrare nella parte conclusiva, nel vivo delle selezioni con più elevato tenore zuccherino e dalle suggestioni aromatiche decisamente più dolci. Il 1999 Auslese Goldkapsel è una selezione nella selezione. Si prendono le uve che hanno raggiunto un potenziale “auslese” e si decide quali siano le migliori. Una volta imbottigliato si utilizza una capsula dorata (goldkapsel) per distinguerlo dalla stessa versione “normale”. Quest’annata sembra piuttosto chiusa e recalcitrante. Qualche accenno di idrocarburi impreziosito da ricordi di botritys. Un annata considerata minore ma sui cui risultati il poduttore si dice convinto e soddisfatto. Saliamo di un gradino con il Beerenauslese del 1993. In questo caso le uve non sono selezionate grappolo per grappolo ma addirittura acino per acino privilegiando quelli attaccati dalla muffa nobile. I prezzi sono di conseguenza (anche più di mille euro a bottiglia nda). Finale pirotecnico con un Eiswein del 1983. Uve raccolte ghiacciate e pressate immediatamente. Miele, castagna arrosto, caramello, note affumicate e tabacco da pipa. L’acidità di questa tipologia risulta talvolta scomposta e difficile da approcciare. In questo caso pur nella sua esuberanza non mi è sembrata però così stravolgente. Anche per questa bottiglia i prezzi sono da capogiro (per la cronaca è stata battuta all’asta a 1800 euro).

Fabio Cimmino

Napoletano, classe 1970, tutt'oggi residente a Napoli. Laureato in economia, da sempre collabora nell'azienda tessile di famiglia. Dal 2000 comincia a girovagare, senza sosta, per le cantine della sua Campania Felix. Diplomato sommelier ha iniziato una interminabile serie di degustazioni che lo hanno portato dapprima ad approfondire il panorama enologico nazionale quindi quello straniero. Ha partecipato alle più significative manifestazioni nazionali di settore iniziando, contemporaneamente, le sue prime collaborazioni su varie testate web. Ha esordito con alcuni reportage pubblicati da Winereport (Franco Ziliani). Ha curato la rubrica Visioni da Sud su Acquabuona.it e, ancora oggi, pubblica su LaVinium. Ha collaborato, per un periodo, al wineblog di Luciano Pignataro, con il quale ha preso parte per 2 anni alle degustazioni per la Guida ai Vini Buoni d'Italia del Touring. Nel frattempo è diventato giornalista pubblicista.

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