Il Vezzola pensiero: Costaripa e il mantra Rosé

Mattia Vezzola ha fatto dell’effervescenza e del rosé un mantra inossidabile della sua visionaria ed ultra-appassionata carriera enologica, “passeggiando oltre l’immaginazione razionale per trasformare il suo progetto nel sogno leggero e proprio dell’artigianato autentico”. Già, poiché Mattia con le bollicine non ha mai scherzato, sin dai primissimi anni Settanta, quando appena diplomato a Conegliano, si è ritrovato in un viaggio a dir poco illuminante in Champagne con una Mini Cooper, una tenda canadese, un amico e soprattutto tanta curiosità.
“Vendemmia manuale, presse Marmonier e fermentazione dei mosti in piccole botti da 205 litri in rovere bianco; mi sono sentito in quel momento portatore di innovazione” ci racconta passeggiando sulla riva del suo amato lago di Garda “anche perché a distanza di solo mezza giornata, il vino senza gas e caldo di temperatura aveva mantenuto intatta e perfetta la consistenza della sua identità: una degustazione che mi fece comprendere quanto fosse importante rimanere costantemente in avanguardia”.
Il suo successo poi in Bellavista è faccenda piuttosto celebre (per utilizzare un eufemismo), ma quello che ci interessa sottolineare è la sua versatilità che ha impiegato nelle sue innumerevoli cuvée ricercando per ognuna lunghezza, persistenza, longevità e ça va sans dire, la miglior carbonica possibile.

Sperimentazione e coraggio l’hanno quindi e di fatto contraddistinto sin dalle prime armi, così come il suo grande amore per la rigorosa procedura, al fine di ottenere i vini rosa. Quei nettari che, come ci ricorda lui stesso, non sono soltanto vini di grande viticoltura, ma sono anche vini di grandissima tecnologia, “poiché occorre investire nella gestione dell’evoluzione della materia e soprattutto non perché il mercato lo chiede o tantomeno perché l’uva non consente di fare un grande vino rosso”.
In altre parole, una viticoltura apposita e dedicata, dove la difficoltà non sta nel produrre eccessivamente poco, ma il giusto, per poi vendemmiare quando l’uva è perfettamente matura, a temperature fredde (e quindi al mattino presto) ed effettuando naturalmente una parsimoniosa selezione.
A questo punto le domande sorgono spontanee e ce le pone lui stesso: “ma perché, quando hai dell’uva rossa eccellente, fare un rosé, se con un rosso hai nel mercato sempre e comunque più margine di guadagno? Chi te lo fa fare? Banalmente, puoi venderlo quando vuoi tu…”

La risposta è fin troppo banale per Mattia e risiede precisamente nel concetto della vocazionalità, cioè un concetto, allo stesso tempo, molto semplice e molto profondo: “come sostiene un certo Albert de Villaine (Romanée Conti per intenderci) il buon Dio ti offre la possibilità di fare, in quel determinato luogo, un grande vino nove volte su dieci. Ben inteso, non è che lo fa lui, ti offre l’opportunità. Come? Attraverso la selezione dei grappoli. Infatti, puoi innalzare il livello qualitativo anche nelle annate non perfette, in più con la possibilità di educare il consumatore ad accettare le differenze tra una vendemmia e l’altra”.
Ecco, in sintesi, il “Vezzola pensiero”, per cui la vocazione si manifesta quando l’uva viene raccolta nella sua perfetta maturità fenolica. Più si va in là con il tempo o, al contrario, maggiore è l’anticipazione, oppure ancora interpretando esageratamente la materia attraverso una tecnologia di pressatura forzata, si rischia grosso. Sì, ma cosa, gli chiedo io ingenuamente. “Facile” mi risponde lui, con la sua ormai consueta simpatia: “il rischio di perdita d’identità del legame tra il valore del terreno e quello che va sotto il nome di origine”.

Fondamentale, allora, è la breve macerazione con un’uva che deve essere “immacolata”, dove l’estrazione dell’acino deve essere la sua parte centrale, all’incirca massimo al 55-60%, proprio per ricavarne il carattere e non il colore. Lavorare effettivamente per scaricare il colore è, in estrema ratio, il fascino dei vini rosa, poiché, paradossalmente, avere delle perplessità sulle tonalità cromatiche nel calice risulta essere un buon segno, se non ottimo: “se tu analizzi e valuti un vino per il colore, è un errore gravissimo se non parti dall’analisi iniziale; il colore deve essere soltanto una consequenzialità del lavoro che hai svolto; non deve essere assolutamente il valore primario”.
Ecco allora perché Mattia definisce il rosé un “antidoto” al formalismo e alla banalità, poiché, parafrasando, questa volta il compianto Gualtiero Marchesi, “il diaframma che separa la semplicità dalla banalità, si chiama stupidità; solo lo stupido pensa che le cose semplici siano facili da fare o banali”.
Come dire, un godimento dell’armonia!

In degustazione
RosaMara Valtènesi DOC 2022 (groppello gentile 50%, marzemino 30%, sangiovese 10%, barbera 10%): ad una leggerissima tonalità di rosa appena fiorita, quasi perla brillante e vivida, corrispondono sentori fruttati di notevole intensità. Proseguono poi al palato affiancati da una dotazione sapida persistente e intensa.
RosaMara Valtènesi DOC 2021 (groppello gentile 50%, marzemino 30%, sangiovese 10%, barbera 10%): rosa lucente e cristallino; profumi netti floreali di rosa e nuance agrumate. In bocca esprime un’acidità vivace accompagnata da un frutto morbido e rinfrescante, con un bel tocco di spezie (zafferano), mandorle tostate e una chiusura oltremodo asciutta e salina.
Molmenti Valtènesi DOC 2018 (groppello gentile 60%, marzemino 20%, sangiovese 10%, barbera 10%): colore chiaro tendente alla buccia di cipolla; note fruttate di pesca, albicocca e melograno contrastate da piccoli frutti rossi, cenni di vaniglia e qualche nuance di nota pepata. La notevole sapidità si riverbera nelle spezie fini con finale alquanto lungo, fresco e gradevolmente amarognolo.

Maim Valtènesi DOC 2017 (groppello gentile 100%): rosso rubino brillante; sprigiona al naso note di lampone, mirtillo e ciliegia accompagnate da folate di liquirizia e tabacco. Al gusto amplifica le medesime qualità trovando oltre che armonia ed equilibrio anche una vivace spinta di spezie tra il piccante e il dolce.
Mattia Vezzola Crémant (chardonnay 100%): giallo paglierino con riflessi verdognoli; bollicina estremamente fine e spuma molto leggera accompagnano sentori di mela, pera, agrume e frutta secca. Avvolgente in bocca, si impone per leggerezza e scioltezza, rimettendo la finezza al centro della scena gustativa.
Mattia Vezzola Brut Rosé (chardonnay 80%, pinot nero 20%): colore rosa molto chiaro, carbonica finissima e continua che porta al naso piacevolissimi profumi freschi e delicatamente morbidi di viola e piccoli frutti rossi; secco e dritto al palato con un centro bocca di succo fresco ed un finale sapido, convincente e persistente.
Mattia Vezzola Grande Annata Brut 2017 (chardonnay 100%): giallo scarico cristallino con qualche riflesso verdognolo; fine, tagliente, a tratti ammiccante senza perdere di vista l’obiettivo dell’eccellenza. Questa grande annata, quasi 60 mesi sui lieviti, ha sorso definito e sapido, qualche nota gessosa e di fumo, mentre racconta soavi note di agrumi, frutta bianca matura e fiori di campo.
Mattia Vezzola Grande Annata Rosé 2014 (chardonnay 100%, pinot nero 20%): vestito di lucenti tonalità di rosa con riflessi ramati, ribes, fragola e qualche bellissima nota di fiori secchi: anch’esso 60 mesi sui lieviti, vino top per usare un gergo moderno, sontuoso fin dall’approccio olfattivo. Bocca complessa e lunga, ampiezza e sostanza, una beva che può dare grandi soddisfazioni nel tempo.
Lele Gobbi




