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Aglianico e Nebbiolo: identità negate!

Bottiglie di Aglianico e Nebbiolo in degustazione

Il Gattinara base di Antoniolo, seguito a ruota dal Barolo di Bartolo Mascarello e dal Canneto di D’Angelo si impongono in una degustazione “orizzontale” di aglianico e nebbiolo del millesimo 1999.

Quando Pasquale Liguori mi ha telefonato per chiedermi se potevo aiutarlo ad organizzare una degustazione sull’annata 1999 in Irpinia, Vulture e Piemonte, non ho capito fin da subito quali fossero gli intenti probatori. Pensavo si mirasse ad una riabilitazione di una vendemmia archiviata e dimenticata forse un pò troppo presto. In realtà la finalità era un’altra. Partendo da un millesimo con caratteristiche, nell’andamento stagionale, molto simili (che garantissero comunque un minimo di omogeneità tra i campioni, nda) nelle diverse regioni d’Italia, provare ad analizzare e dimostrare quel parallelismo tra aglianico e nebbiolo che sempre più spesso (io sono fra quelli) viene proposto da critici, degustatori e semplici appassionati.
Pasquale Liguori, teorico del relativismo enoico, e Piero Bove, scout del vino quotidiano, con i quali è stata organizzata la degustazione, sono due grandissimi appassionati, come il sottoscritto, di vino e più nello specifico innamorati dei due vitigni presi in esame. Devo ammettere che tutti e tre ci siamo, alla fine, trovati d’accordo sulla conclusione, a dir il vero un po’ amara, che se un parallelismo è possibile, lo è, in questo momento, allo stato dell’arte, solo immaginabile sulla carta, tenuto conto della pari nobiltà dei due vitigni. Se, però, dobbiamo attenerci a quanto versato nei bicchieri, il nebbiolo pur nelle sue diversissime accezioni, sia esso proveniente dal Nord-Piemonte o dalle Langhe, è ancora lungi dall’essere non solo eguagliato, ma finanche avvicinato dai prodotti ottenuti con l’aglianico qui al sud.
Le uniche due sorprese emerse dalla degustazione condotta rigorosamente alla cieca, sono state il Canneto ed il Contado, che sono riusciti comunque a piazzarsi in posizioni di tutto rispetto considerato il blasone di talune delle etichette messe in campo. Forse un pò troppo penalizzati nei giudizi e nei punteggi i Taurasi campani relegati in posizioni di rincalzo quasi tutti nella seconda metà della classifica. I vini hanno dovuto superare un duplice ordine di giudizio. Il primo in degustazione “pura”, alla cieca, durante la mattinata, il secondo a tavola, durante il pranzo che ha seguito, per esser sicuri di non aver premiato vini sì validi dal punto di vista dei parametri squisitamente organolettici ma, poi, poco idonei ad accompagnare il cibo. In questa seconda fase è stato, com ulteriore riprova, preso in esame anche quanto di ogni vino era rimasto “imbevuto”. EccoVi, dunque, la classifica finale, non prima, però, di aver rivolto un doveroso ringraziamento a Francesco D’Agostino (curatore del sito www.enodelirio.it) per aver fornito buona parte delle bottiglie senza le quali l’evento non sarebbe stato possibile:

Cinque chiocciole @@@@@

1) Gattinara Docg Antoniolo
Questo vino degustato nella batteria dei Nebbiolo aveva da confrontarsi con alcuni pezzi da novanta (come avrete modo di leggere più sotto) eppure non ha avuto alcun problema ad imporsi, anche con una certa facilità ed unanimità di consensi. Un vino complesso ed allo stesso tempo profondo. Un rosso serio, minerale, elegante che grazie alla freschezza acida riesce ad essere anche un ottimo compagno della tavola. E’ la versione “base”, quella meno cara e pretenziosa rispetto ai più celebri e apprezzatissimi cru di Antoniolo.
(94/100+)

2) Barolo Docg Bartolo Mascarello
Una conferma e non certo una sorpresa. E’ stata una questione di millesimi lo scarto che gli ha impedito di imporsi su tutti. Una sorta di piccolo dizionario del Barolo. La rosa. La fulgida mineralità che emerge (come aveva ragione il grande Bartolo) anche nella vinificazione non per singoli cru che quando riuniti in una sola bottiglia regalano equilibrio e armonia. Anche in questo caso un vino di grande bevibilità nonostante il carattere e la forte personalità.
(93/100+).

3) Canneto D’Angelo
Chi possiede nella propria cantina un pò di bottiglie di questo millesimo penso che abbia fatto, considerato il prezzo, un vero affare. Un vino che mostra a quasi 7 anni dalla vendemmia una freschezza ed un invidiabile vigore giovanile. Una carica minerale che esplode al naso e ritorna prepotentemente al palato. A fine pranzo la bottiglia era praticamente quasi finita. Complesso, fine ed allo stesso tempo piacevolissimo da bere.
(92/100+)

4) Barolo Monprivato Docg Giuseppe Mascarello
Non che questo quarto posto sia da disprezzare (ed il relativo punteggio pure) ma forse un pò tutti ci aspettavamo qualcosina di più da questo cru, considerato una sorta di monumento a quella che la più importante denominazione italiana. Il vino era profumatissimo, di rosa. Un eccesso che pur nella sua tipicizzazione varietale è apparso, in questo momento, meno serrato e rigoroso dell’altro Mascarello. A tavola a sicuramente recuperato terreno non tanto e non solo per l’abbinabilità al cibo ma anche se non soprattutto per essersi giovato di ulteriore ossigenazione.
(91/100+)

Quattro chiocciole @@@@

4) Barbareso Docg Produttori del Barbaresco
Un gradita sorpresa trattandosi, anche in tal caso, del base e non di uno dei cru che pure i produttori imbottigliano con grande successo. Un vino solido, con gli attributi, che era stato preso proprio per questa sua chiusura mascolina più per un Barolo che per un Barbaresco di consuetudine abbinato ad un immagine più femminile. Anche a tavola dimostra la sua validità interpretativa e ci fa ricordare e sottolineare l’accessibilità in termini di aquisto (reperibilità per numero di bottiglie nonchè abbordabile nel prezzo).
(90/100)

5) Barolo Piè Rupestris-Nebioli Docg Teobaldo Cappellano
Chiediamo perdono a Cappellano per averlo “punteggiato” e “giudicato”. In realtà dovevano essere due le sue etichette in gara. Ahimè il Piè Franco Michet ha evidenziato seri problemi di tappo ed è stato deciso di escluderlo. Il suo Barolo è stato uno dei pochi a dividere più nettamente il nostro giudizio. Io sono stato forse un pò cattivo trovando in questo vino qualche eccesso di legno dolce ed una certa rilassatezza ed il mio punteggio ha abbassato la media. Devo, però, ammettere che anche questo Barolo una volta in tavola è stato tra quelli che più si è giovato della prolungata ossigenazione convincendo senza riserve gli altri due degustatori.
(89/100)

6) Taurasi Vigna 5 Querce Docg Molettieri
Ecco il primo Taurasi ed il primo campano in lizza. Un vino eseguito in maniera quasi impeccabile ma che è apparso rispetto alle etichette che gli sono poi state preferite un pò troppo lavorato e figlio della cantina che dell’uva. Sia ben chiaro siamo di fronte ad un Signor vino che interpreta in maniera molto incisiva la potenza dell’aglianico. Gli è mancato quella naturalità e spontaneità d’espressione che è stata per anni l’istintiva forza dell’aglianico di Molettieri. Bottiglia inaspettatamente ed un pò tristemnente rimasta quasi piena una volta portata in tavola.
(88/100)

7) Contado Di Majo Norante
In genere in questo tipo di degustazione si chiamano “ringer” e sono etichette chiamate a destabilizzare il quadro di riferimento dei degustatori. In questo caso un aglianico molisano inserito tra quelli del Vulture. Contado secondo me è stata per anni un etichetta sottovalutata e forse proprio quando è stata (ri)scoperta ha iniziato a predere colpi. Questo ’99 è secondo me, l’ultima grande annata di questo vino. Certo che anche in questo caso la mano dell’enolgo si sente ma il vino dimostra di avere tutte le carte in regola per affermarsi senza problemi al secondo posto della sua batteria. Anche a tavola ha continuato ad essere apprezzato. Gli manca forse la carica emozionale di altre etichette presenti. Il prezzo è, però, senza ombra di dubbio tutto dalla sua parte.
(88/100)

8) Taurasi Vigna Macchia dei Goti Docg Caggiano
L’unico altro vino che ha diviso in maniera più evidente il giudizio di noi degustatori. Anche in questo caso il vino ha mostrato due facce la prima durante la degustazione tecnica piuttosto scontrosa e difficile da decifrare, la seconda dopo aver subito una prolungata ossigenazione decisamente più leggibile ed apprezzabile. Come se il “motore” del vino avesse avuto bisogno di tempo per scaldarsi ed andare a pieni giri. Io gli avevo dato un punteggio leggermente più alto che però è stato ridimensionato dal giudizio di un altro dei degustatori presenti che fino in fondo non è stato convinto delle bontà di questo aglianico.
(87/100)

9) Radici Riserva (etichetta bianca) Mastroberardino
Ha stentato, non poco, all’inizio a disperdere alcune note un po’ dolciastre che arrivavano al naso. Successivamente sentori marini, iodati e salmastri hanno ricomposto un quadro olfattivo più in linea con la tipologia ed il prodotto. Sembrerebbe che anche questa etichetta bianca, per anni caposaldo della tradizione non sia riuscita a resistere alle sirene del mercato rinunciando a parte della sua austerità di un tempo a favore di una più immediata piacevolezza e fruibilità.
(86/100)

Tre chiocciole @@@

9) Aglianico del Vulture Synthesi Paternoster
E’ l’aglianico base di Paternoster ed è forse stato, a modo suo, una piccola sorpresa. E’ stato fatto notare come la freschezza espressiva fosse forse un po’ “truccata” grazie ad una vendemmia anticipata ed uve leggermente più acerbe. Anche in questo caso, però, il prezzo è tutto dalla sua parte.
(82/100)

Due chiocciole @@

10) Serpico Feudi di San Gregorio
Doveva essere il ringer nella batteria dei Taurasi. Anche alla cieca questo vino non è riuscito a superare i pregiudizi dei presenti. Monolitico, surmaturo (vendemmia tardiva?!) e tostatura del rovere in chiara e netta evidenza. Le migliori sensazioni a bicchiere vuoto che in qualche modo l’hanno salvato da un giudizio peggiore. Non è arrivato, comunque, in tavola…
(80/100)

11) Re Manfredi GIV
Se Serpico nella sua minore espressività riusciva almeno a non essere caricaturale questo Re Manfredi ha invece palesato quei limiti nell’utilizzo smodato del rovere che tra fine anni novanta e l’inizio del nuovo millennio hanno colpito in modo trasversale l’Italia del vino. Un ruffianeria mal riuscita con note di vaniglia, cocco e smalto in evidenza.
(79/100)

Senza Valutazione:
Aglianico del Vulture “base” di D’Angelo: problemi di conservazione palesati dalla scarsa tenuta del tappo, il vino sembrava molto avanti con inequivocabili segnali di ossidazione.
Piè Franco-Michet Cappellano: viziato da evidenti sentori di TCA (tappo).

Fabio Cimmino

Fabio Cimmino

Napoletano, classe 1970, tutt'oggi residente a Napoli. Laureato in economia, da sempre collabora nell'azienda tessile di famiglia. Dal 2000 comincia a girovagare, senza sosta, per le cantine della sua Campania Felix. Diplomato sommelier ha iniziato una interminabile serie di degustazioni che lo hanno portato dapprima ad approfondire il panorama enologico nazionale quindi quello straniero. Ha partecipato alle più significative manifestazioni nazionali di settore iniziando, contemporaneamente, le sue prime collaborazioni su varie testate web. Ha esordito con alcuni reportage pubblicati da Winereport (Franco Ziliani). Ha curato la rubrica Visioni da Sud su Acquabuona.it e, ancora oggi, pubblica su LaVinium. Ha collaborato, per un periodo, al wineblog di Luciano Pignataro, con il quale ha preso parte per 2 anni alle degustazioni per la Guida ai Vini Buoni d'Italia del Touring. Nel frattempo è diventato giornalista pubblicista.

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