Viaggio nel Canavese alla scoperta dell’Erbaluce

Ospiti di una masterclass durante l’evento Nebbiolo nel Cuore alla sua decima edizione, a Roma, abbiamo riscoperto l’Erbaluce, vitigno autoctono piemontese, a bacca bianca, che in questa occasione ha svelato tutte le sue qualità, in una narrazione del Piemonte alternativa.
Nome alquanto particolare che deriverebbe dal latino alba e lux da cui Albaluce, Erbaluce ne sarebbe un sinonimo di origine dialettale. Sta a sottolineare come gli acini già dorati tendono a farsi ancor più brillanti alla luce del sole. L’Erbaluce vanta una lunga tradizione, nel minuscolo lembo di terra di Canavese, nel nord del Piemonte al confine con la Valle d’Aosta. Ci troviamo nell’anfiteatro morenico di Ivrea, creato da un ghiacciaio discendente, il suolo è formato dai detriti trasportati e collocati da quest’ultimo, durante dieci periodi glaciali, nel pleistocene. È ricco di scheletro, costituito da sabbia, sassi e ciottoli. Si parla dell’Erbaluce già dal 1606, menzionato da Giovan Battista Croce, con il nome di Elbalus, nel corso del tempo si è fatto risalire, secondo alcune ipotesi, al Greco di Bianco, oppure a un vero vitigno autoctono legato all’uva Raetica, ma dalle ultime considerazioni, sembra più attendibile la sua discendenza dal Clairette Blanche francese.

Dagli acini grandi e verdognoli, la buccia spessa regala grandi componenti, accumula zuccheri fino a medie concentrazioni e mantiene una notevole acidità. Capace di invecchiare bene, è ottimo come base spumante. La sua è una denominazione storica, Erbaluce di Caluso Doc esiste infatti dal 1967, e il suo esordio è proprio con il passito, presente in batteria. Le uve che venivano portate a casa come alimento e poi lasciate ad appassire, hanno dato vita a questo grande prodotto, un tempo usato per la messa e oggi acclamato per la sua bontà. Il Consorzio di Tutela e Valorizzazione Vini Docg Caluso, Carema e Canavese DOC, raccontato proprio dal suo presidente, Bartolomeo Merlo, è del 1991, nel 1996 la competenza si allarga alla Doc Carema e nel 1998 a quella del Canavese. Nel 2010 viene approvata la Docg. Nel Consorzio sono riuniti 37 soci che rappresentano il 90% dei produttori della denominazione.

Iniziamo con l’Erbaluce di Caluso Spumante Metodo Classico della Cantina 366, 36 mesi sui lieviti, la bollicina è fine, al naso floreale, agile e persistente in bocca, con note fruttate agrumate sul finale. L’azienda nasce dall’idea di tre amici che hanno voluto recuperare i vecchi territori un tempo arricchiti dal genio di Olivetti, riprendendo alcune vigne abbandonate.
Passiamo all’Erbaluce di Caluso Spumante Metodo Classico Millesimato “Masilé” 2018 de La Masera, al naso erbe di campo e aromatiche, al palato frutta gialla, susina, con finale leggermente ammandorlato.
Tenuta Roletto ci propone un Erbaluce di Caluso Metodo Classico Pas Dosé Millesimato 2011, 120 mesi, dal colore dorato e brillante, la bolla sottilissima e al naso intenso, pot-pourri floreale, sentori di tisane, erbe, la mineralità spazia e dona una rara complessità.
Passiamo a Silva, con l’Erbaluce di Caluso Dry Ice 2022, un perfetto esempio di vino da criomacerazione, una pratica diffusa dedicata all’Erbaluce, per smorzarne l’acidità e cedere al vino un bel ventaglio di aromi. Al naso percepiamo frutta candita, in bocca un buon equilibrio tra dolcezza e acidità.
Erbaluce di Caluso La Rustìa 2022 Orsolani, il nome deriva da un termine per indicare l’effetto del sole che bruciacchia le uve quando sono particolarmente esposte. Il colore giallo paglierino regala un naso particolarmente fruttato tendente a una certa dolcezza, in bocca esplode in mineralità e persistenza con finale fruttato e agile.

L’azienda Ciek è una delle storiche del territorio, il suo Erbaluce di Caluso Vigna Misobolo 2021 fa 12 mesi in acciaio, e sei mesi in bottiglia, il colore è dorato, al naso è tendente a sentori di fiori bianchi, al palato struttura e corpo per una linea verticale e secca sul finale. Persistente, accenna a erbe speziate.
Cantina della Serra propone l’Erbaluce di Caluso Sessanta 2021, fa affinamento in acciaio con frequenti rimontaggi, giallo paglierino, al naso molto fruttato, si percepisce nota pirica, erbe aromatiche, fragranza di frutti agrumati, sul finale minerale e lungo.
Cantine Crosio di Roberto Crosio, grandissima la sua passione che lo travolge fin da giovanissimo. Assaggiamo con grande piacere Erbaluce di Caluso Costaparadiso 2020, che fa un anno di legno piccolo e regala per questo una bella complessità, un bouquet avvolgente, al palato la vaniglia e una nota balsamica, importante la struttura acida e una certa robustezza di beva. Utilizza vecchie viti di 50 anni per produrre un grande vino dal carattere tannico.
Erbaluce di Caluso 2020 Kalamass, il 30% del mosto fermenta in barriques usate, il restante in acciaio, ne risulta un vino bianco molto agrumato, fresco in bocca con leggere note tostate e di camomilla. Persistente e complesso, regala grande soddisfazione al sorso.
Terminiamo questa ricca carrellata con i vini passiti.

Azienda Agricola Le Masche, che significa le streghe, ci viene presentata da Lorenzo Simone, anche vicepresidente del Consorzio, ragazzo giovane e brillante che si dilunga piacevolmente in aneddotica legata appunto alla presenza delle streghe nei luoghi del Canavese. Abbiamo in degustazione Erbaluce di Caluso Passito Sofia 2015, una concentrazione di aromi, dal tabacco alla cannella, un palato di erbe aromatiche, molto equilibrato con un finale che richiama la tipica mineralità del vitigno.
Per la Cantina Produttori Erbaluce abbiamo il Caluso Passito 2019, al naso molto elegante, percepiamo sentori di erbe officinali e mineralità accennata, al palato mostra una dolcezza equilibrata, carruba e fichi secchi.

Volgiamo al termine con l’azienda Bruno Giacometto, Erbaluce di Caluso Passito 2009, un naso profumato di datteri, uva passa, fichi secchi. Dolcezza smorzata dalla struttura acida che ci aspettiamo e un finale molto avvolgente.
Ci congediamo in questo bel pomeriggio ricordando la mitologia nascosta dietro il nome di Erbaluce, che è fatto risalire ad una Ninfa, Albalux, talmente bella da spingere gli uomini a regalarle qualsiasi frutto della terra pur di riceverne i favori. A tal punto da desertificare la zona, e lei, colta da profondo dolore, piange, e dalle sue lacrime nascono i tralci di vite dell’attuale Erbaluce. Non dimentichiamo come il vino, oltre a essere universalmente amato come prodotto di convivialità e frutto di passione e fatica, è anche congiunzione tra storia, tradizione e cultura dei popoli, in un connubio fortunato e inesauribile.
Susanna Schivardi


