Nesos Il Vino Marino, un viaggio nel tempo dalla lettura contemporanea

Un viaggio nel tempo, una ricerca scientifica nata dalla voglia di approfondire e dare lustro a un territorio, che nel corso degli anni sta cercando di ripresentarsi con le tante peculiarità che lo caratterizzano; nasce così sull’Isola d’Elba “Nesos il vino marino”.
L’incontro fortuito tra Antonio Arrighi, proprietario dell’azienda Agricola Arrighi e il professore Attilio Scienza, ordinario di viticultura all’università di Milano, ha reso concreto il progetto di ricerca storica sui segreti del vino greco di Chio, ricerca che il professore stava già portando avanti. L’ulteriore collaborazione con Angela Zinnai e Francesca Venturi, del corso di Viticultura ed Enologia dell’Università di Pisa, ha aiutato a scoprire e raccontare le imprese enologiche dei Greci dell’isola di Chio, che producevano vini “leggendari” che Varrone definiva “vini dei ricchi”. Questi vini facevano infatti parte di quella ristretta élite di vini greci considerati prodotti di lusso sul ricco mercato di Marsiglia e successivamente di Roma. L’Elba può vantare da tempo immemorabile una notevole tradizione enologica, riconosciuta già all’epoca di Plinio il Vecchio come “Isola feconda di vino”.
La giornata di presentazione del progetto si è svolta a Villa Fabbricotti, sede di Toscana Promozione, un racconto appassionato e puntuale da parte dei diversi protagonisti di questa sperimentazione che ha messo in rilievo l’idea di ripercorrere, dopo 2500 anni sulle tracce di un mito, le varie fasi di produzione di un vino di esperienze antiche.
Nel mondo del vino italiano e toscano in particolare non è facile trovare qualcosa di nuovo, come afferma Francesco Palumbo (Direttore di Toscana Promozione Turistica): “questo progetto rappresenta la vera capacità di innovazione italiana, una piccola innovazione capace di coniugare storia, paesaggio e imprenditoria, uniti alla ricerca universitaria. Questo rende la Toscana anche più contemporanea, un posto storico dove la contemporaneità è presente; un progetto che va oltre il motivo turistico, qui il turista oltre a venire per conoscere le peculiarità dei luoghi, viene per vivere una esperienza”.
Paolo Chiappini (Direttore di Fondazione Sistema Toscana) che ha seguito da vicino questo progetto di ricerca, a sua volta sostiene che: “con questo lavoro ci poniamo a un ritorno alla storia e all’origine del vino, per questo siamo molto grati a tutto il team che ha lavorato in questo progetto, proprio per il ritorno di una storia che torna a rivivere. La storia della vite e del vino oggi, con questa esperienza, ci consegna il vino come testimonianza della sua vitalità; rinnovare l’impegno di dare spazio non è solo studio della storia e accademia, ma lavoro quotidiano. Un omaggio alla nostra storia vitivinicola, una pagina importante quella che ci consegnate, dal valore distintivo e che ci pone al centro di una attenzione di una storia che dobbiamo rinnovare e potenziare senza avere l’ansia e la nostalgia di un ritorno al passato, ma un ritorno al futuro giorno per giorno“.
Anche Stefano Feri (Vice Presidente del Parco Nazionale Arcipelago Toscano), sostiene che “Progetti come questo sono l’essenza di quello che noi facciamo. Mantenere i vigneti sull’isola significa mantenere l’assetto del territorio, gli usi e costumi tradizionali e mantenere la biodiversità; ha un senso generale come cura del territorio e ha il senso della produzione locale, come produzione sostenibile e come valore fondamentale. Questo vino ha l’essenzialità della nostra terra“. Conclude Stefano Ciuoffo (Assessore al Turismo e Commercio della Regione Toscana): “in questo caso non parliamo di una etichetta, ma di una storia che ci conferma l’eccezionalità del nostro territorio e che dà continuità con una lettura più seria e profonda della nostra Regione, sostenendo imprese come queste che credono in quello che fanno e ci mettono cultura, competenza e passione”.
Antonio Arrighi, produttore coraggioso e appassionato, da oltre dieci anni già sperimentava e vinificava nelle anfore di terracotta di Impruneta. Racconta della sua isola d’Elba e di come è cambiata la viticoltura isolana; “nella prima metà dell’Ottocento la viticoltura era la principale attività dell’isola, con ben 32 milioni di viti coltivate ad alberello (sistema ereditato dagli antichi greci); con l’arrivo del turismo, negli anni Sessanta, è iniziato il progressivo abbandono dei terrazzamenti vitati non meccanizzabili, il cui lavoro era molto duro e solo manuale“.
Un tassello importante di recupero di questa realtà isolana che ebbe una sua svolta importante negli anni Ottanta, dopo aver raggiunto il minimo storico, con soli 100 ettari, dando inizio al rilancio della viticoltura dell’Isola d’Elba. La realtà di Antonio Arrighi, la cui azienda è interamente all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, situata nella parte orientale dell’isola, sulle colline alle spalle della baia di Porto Azzurro, è di proprietà della famiglia elbana da quattro generazioni.
Arrighi negli ultimi venti anni si è dedicato unicamente allo sviluppo del territorio, con sperimentazioni e innovazioni che hanno comportato un incremento sia degli ettari, sia della produzione. Infatti dal 1990, con la sperimentazione con la Regione Toscana e il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura di vitigni non autoctoni, è iniziato il recupero di terrazzamenti con gli storici muretti a secco e il reimpianto di vigneti. Si arriva così al progetto Nesos, vino che viene prodotto con l’Ansonica, varietà a bacca bianca la cui origine deriva dal probabile incrocio tra il Rhoditis e il Sideritis, antiche uve dell’Egeo. Quest’uva è connotata da una buccia molto resistente e una polpa croccante, il che ha consentito la permanenza in mare.
I processi di vinificazione sono stati seguiti dall’enologa Laura Zuddas, che ha spiegato come si è svolto il processo produttivo. I grappoli migliori sono stati raccolti e depositati in nasse di vimini e poi calati nel mare a una profondità di una decina di metri per pochi giorni (nella prima sperimentazione dell’annata 2018 sono rimasti immersi per cinque giorni), periodo in cui l’acqua del mare ha favorito l’eliminazione della sostanza cerosa esterna, detta pruina; in questo modo il seguente appassimento delle uve è stato più rapido e ha permesso di concentrare nell’uva più aromi (il contenuto in fenoli totali del vino marino è il doppio rispetto a quello prodotto tradizionalmente grazie alla maggiore estrazione legata alla parziale riduzione della resistenza della buccia che cede polifenoli in maniera più veloce).
Infatti il sale marino, durante i giorni di immersione, riesce a penetrare per “osmosi” anche all’interno, senza danneggiare l’acino. L’uva viene quindi messa ad appassire al sole, stesa sulle cannucce e successivamente, dopo la separazione dei raspi, avviene la macerazione a contatto con le bucce in piccole anfore molto simili a quelle famose di Chio. Anfore di terracotta che, come illustrato dal professor Scienza e da Franco Cambi e Laura Pagliantini, entrambi dell’Università degli studi di Siena (co-direttori dello scavo archeologico della villa rustica romana di San Giovanni, nella rada di Portoferraio), rappresentano il legame tra l’Isola di Chio e l’Isola d’Elba (tra i diversi reperti archeologici sono state catalogate alcune anfore di terracotta rinvenute nei relitti delle navi sommerse e nelle tombe). Queste anfore erano infatti usate dai commercianti greci diretti a Marsiglia, che durante la strada del ritorno facevano una sosta nell’isola maggiore dell’arcipelago toscano, dove si rifornivano di ferro dagli Etruschi.
Come dichiarato dal professor Scienza: “Abbiamo provato a riprodurre questo vino mitico, un esempio di archeologia sperimentale che ci consente di ritornare alle origini e cerca così di dare risposte a molti interrogativi rimasti inevasi”.

Di questo vino, vendemmia 2018, sono state prodotte solo 40 bottiglie, che sono passate a una maggiore quantità per l’ultima vendemmia, la 2019, che è ancora nelle anfore di terracotta a contatto con le bucce. Ulteriore punto di forza di questa sperimentazione è che la presenza di sale nell’uva, con effetto antiossidante e disinfettante, ha permesso di realizzare un vino senza solfiti aggiunti e nessuna filtrazione.
Nesos Il Vino Marino 2018 di Arrighi, a differenza dei vini prodotti a Chio e nelle altre isole greche che erano dolci e alcolici, è un vino asciutto, profuma di frutta gialla matura, agrumi semi-canditi, nuance floreali, mandorla fresca e traccia di scoglio. Coinvolge la vista con il suo luminoso colore dorato e mette in evidenza al sorso quella traccia di sale e di iodio. Un vino denso e masticabile, quasi il ricordo del sorso marino di un sauté di cozze e vongole, reso dinamico da una fresca traccia floreale e fruttata che ritorna in retrolfazione. Un esperimento intrigante che fa emergere il luogo di appartenenza.
Arrighi guarda infatti al futuro di Nesos come il possibile tramite per la promozione turistica dell’Isola d’Elba, così come è stato possibile ammirare nel documentario “Vinum Insulae” diretto e prodotto da Stefano Muti (Cosmomedia), che racconta l’esperimento enologico di Nesos.
Un cortometraggio davvero coinvolgente che è stato proiettato in anteprima italiana durante il convegno ed è reduce dai successi del 26° Festival International Œnovidéo di Marsiglia (primo premio come Miglior Cortometraggio e riconoscimento della Revue des Œnologues, per l’originalità e il valore della sperimentazione). Vinum Insulae è in concorso anche alla IX edizione del Most Festival 2019, Festival internazionale del cinema del vino e della cava, che si sta svolgendo in Spagna a Vilafranca del Penedès, durante la celebrazione della Giornata europea del turismo del vino.
Un progetto che nella sua complessità rivela non solo la sua importanza scientifica, ma sottolinea l’enorme fascino della cultura e della storia della produzione del vino.
Fosca Tortorelli




