Pomario: una verticale del Bianco Arale racconta tutto il fascino dell’Umbria

Terra di santi ed eroi, nonché di raffinati artisti che l’hanno costellata di meravigliose opere d’arte e architettoniche, l’Umbria è considerata il cuore verde d’Italia, un paesaggio ricchissimo da un punto di vista storico e culturale, caratterizzato dal solco della vite e dal puntinismo degli olivi. Nonostante non sia “bagnata” dalla bellezza del mare, vanta un territorio eminentemente collinare a dir poco paradisiaco e, comunque, una condizione che consente un’ottima ventilazione della vite e dell’olivo i quali, in un continuo saliscendi, diventano anche i pilastri alimentari su cui si fondano gli usi e i costumi delle innumerevoli e placide località ricche di arte, storia e tradizione.

Ci troviamo dunque a Pomario, nel comune di Piegaro in provincia di Perugia: un minuscolo poggio a 500 metri di altitudine, isolato dal resto del territorio da un fitto bosco che lo circonda tra, manco a dirlo, i gioielli architettonici di Città della Pieve e Orvieto.
“A Pomario si arriva da una sola strada fatta di piccoli sassi bianchi, che si snoda attraverso un folto bosco. Il paesaggio intorno è invisibile e il silenzio quasi irreale trascende l’immanenza. Il bosco viene interrotto da una vecchia vigna, con anarchiche forme segnate dal tempo di filari vissuti, memori di infinite vendemmie. Avvolti nella nebbia degli ulivi, tronchi irregolari, afferrano la terra, imprigionandola tra i rami. Si giunge così al casale dalle linee architettoniche perfettamente integre e dai tagli precisi di pietra; un “archetipo” di casa rurale, non abitata da decenni, ma pronta a riprendere vita”.

Questo è infatti lo scenario nel quale si sono calati i due visitatori, Giangiacomo Spalletti Trivelli e la moglie Susanna d’Inzeo, par hazard, spinti da una visione di “Buen Retiro” in Umbria, per allontanarsi dal caos della metropoli romana. Insomma, il desiderio di un casale in collina, nella quiete della natura, dove l’agricoltura non è solo impeto e impegno, bensì una pratica di assoluta indulgenza e umiltà da costruire lentamente.

Ora l’impresa si presenta come un “agro ecosistema” coltivato attraverso pratiche biologiche e biodinamiche con un avanzato sistema geotermico ed utilizzo del fotovoltaico, al fine naturalmente di mantenere inalterati gli equilibri ambientali. A completare la squadra di lavoro Federica de Santis e Mery Ferrara, rispettivamente agronoma ed enologa, personalità validissime oltre che modeste e simpatiche, con la supervisione enologica di Maurizio Castelli.

Nove gli ettari in totale di cui quattro a bacca bianca (Trebbiano, Grechetto, Riesling Renano, Sauvignon Blanc Malvasia, Chardonnay, Vermentino e Incrocio Manzoni) e cinque a bacca nera (Sangiovese, Merlot, Ciliegiolo Alicante, Malvasia Nera, Colorino e Foglia Tonda), su un terreno ricco in scheletro ma con struttura sciolta limo-argillosa dove tutti i vigneti (per un’età compresa dai due ai sessant’anni) sono situati in poggi con illuminazione intensa e continua.

«I vini buoni sono tantissimi. Noi cerchiamo di dare ai nostri vini personalità, legando la produzione ad un filo conduttore che parla di questo territorio. Amiamo questo posto e vogliamo che i nostri prodotti trasmettano l’amore per questa terra». Chiosa infine Giangiacomo, come a dire, i gusti possono sempre cambiare, ma non deve mai essere messa a rischio l’identità territoriale.
Lele Gobbi

La verticale dell’Umbria IGT Bianco Arale
Desidero complimentarmi con Giangiacomo e Susanna, che avrebbero potuto limitarsi a presentare i vini aziendali come fanno la maggior parte dei produttori, invece hanno preferito dare maggior risalto alle potenzialità del trebbiano e della malvasia recuperati dal vecchio vigneto dove tutto ha avuto inizio. Concentrarsi su un vino bianco e metterlo in gioco proponendo 6 diverse annate è stata una mossa lungimirante ed evidentemente consapevole, perché se c’è qualcosa di ineluttabile che è emerso da questa verticale 2019-2010 dell’Arale, è la conferma che in Italia ci sono molteplici territori dove è possibile produrre vini bianchi longevi e di grande personalità.
È un vero peccato che per pochi chilometri non rientri nella Doc Orvieto, perché questo vino gli darebbe un notevole contributo…

Le uve destinate all’Arale subiscono un’attenta selezione in vigna e arrivano a produzioni medie non superiori ai 40 q/ha, spesso anche meno. La raccolta viene effettuata mediamente a inizio ottobre, di mattina presto con le temperature ancora basse. La macerazione con le bucce viene effettuata fino ad alzata di cappello, successivamente le uve vengono pressate e messe a fermentare in barriques con inoculo di lieviti autoctoni.
Gli unici interventi effettuati sono dei bâtonnage giornalieri, la prima sfecciatura grossolana avviene solo al termine delle fermentazioni alcolica e malolattica. Si procede poi con ulteriori quattro pulizie annuali in maniera da ottenere un vino pulito e pronto per l’imbottigliamento dopo una leggerissima filtrazione.

2019 – Tinta oro antico con venature ramate, abbraccia i sensi con note di albicocca disidratata, ginestra, agrumi maturi; bocca fresca, salina, un vago sentore di zafferano, arriva la pesca gialla, la susina, finale lungo e coinvolgente. Un vino giovane, giovanissimo, i 4 anni dalla vendemmia non pervenuti.
2018 – Qui le uve sono state raccolte un po’ più mature del solito, infatti il colore appare più carico, potremmo dire un classico “orange”; al naso arrivano note di miele, mela cotogna, fruttato maturo. Al palato è coerente, di bella intensità e pienezza, leggero contatto tannico sulle gengive, finale che richiama la nocciola e la mandorla secca.

2017 – Anche se, come sappiamo bene, è stata un’annata molto calda, qui abbiamo a che fare con piante di una certa età, che sanno dove andare a cercare l’umidità di cui hanno bisogno; infatti pur nel suo colore orange intenso, esprime note di frutta esotica e in parte secca, ma al palato spiana una perfetta vena acida che lo sostiene e un finale marcatamente sapido.
2016 – “Scendiamo” su un dorato luminoso, figlio di un’annata eccellente, tra naso e bocca c’è una perfetta sintonia, emerge l’uva spina, la mela renetta, la susina; acidità importante che stimola i sensi, accompagnata dalla consueta vena sapida che contraddistingue un po’ tutti i vini.
2015 – Oro lucente, tornano gli agrumi, ancora freschi e questo la dice lunga sulla qualità di questo vino. Al gusto ha una bella finezza, progressivo e stimolante conferma una vitalità che dopo otto anni non sono molti a poter garantire.
2010 – Andando indietro negli anni ci si aspetterebbe un colore sempre più evoluto, invece ci troviamo di fronte a un oro puro con venature verdoline, torna la nota botritica, resto sorpreso nel non percepire alcuna, seppur lieve, ossidazione. Unico segno evolutivo una pregevole sfumatura di idrocarburo, che non è per nulla sgradita.
Roberto Giuliani




