Nsajàr, quel vino bianco siciliano da uve locali che…

Devo dire che quando mi sono trovato nel calice il Nsajàr 2019 dell’azienda Riofavara, senza saperne praticamente nulla perché si trattava della degustazione alla cieca che ogni anno facciamo con i vini che gli enologi aspiranti al Premio Gambelli inviano al gruppo ASET/IGP, sono rimasto di sasso, anzi di sale marino.
Mi spiego meglio, il mio stupore era dovuto principalmente al fatto che, non ne so la ragione, nella stragrande maggioranza dei casi, i vini inviati ogni anno sono principalmente rossi, e i bianchi e rosati non sono quasi mai fra i migliori. Ripeto, non ne so la ragione, ma dalle nostre sessioni alla fine emergono nei punteggi più rossi che bianchi.
In questo caso, forse l’unico per quanto mi riguarda, quel 2019 mi aveva davvero spiazzato, per originalità, per qualità espressiva, per pulizia esecutiva. Tanto che gli detti proprio un bel punteggio.
Ebbene, quel vino, ho saputo poi che si chiamava Nsajàr, proveniente da un appezzamento di soli 0,60 ettari, situato in Contrada Miucia-Malutiempu a Ispica (RG), a un’altitudine di 80 metri s.l.m. ed esposto a Est-Nord-Est, dove dimorano tre vitigni che più autoctoni non potrebbero essere come il Recunu, il Cutrera e il Rucignola.

Ne è rimasto colpito anche il buon Carlo Macchi, che ha pensato bene di dedicargli un “VINerdì IGP”, ma io ho voluto approfondire ulteriormente, ho preso contatto con il produttore Massimo Padova che mi ha spiegato meglio l’origine di quei vitigni, uno dei quali, il Recunu, è già stato inserito nel Registro Nazionale delle varietà di vite.
L’azienda dispone di circa 16 ettari, lavora seguendo metodi biologici e naturali certificati Bioagricert e controllati da VinNatur, che garantisce sul metodo di lavoro sia in vigna che in cantina.
Per fare questo non ha certo improvvisato, ma è provvista di tecnologie moderne che consentono di evitare quei rischi di derive gusto-olfattive che purtroppo ancora oggi capita di sentire in alcuni vini di questo tipo, infatti il vino degustato era semplicemente perfetto e nessuno si è posto la domanda se era “naturale”.
La materia prima viene raccolta nelle prime ore del mattino, quando c’è fresco, arriva in cantina in perfette condizioni, una parte viene pressata con i raspi, un’altra senza, la fermentazione avviene attraverso pied de cuve selezionato dalle uve raccolte, si svolge a bassa temperatura. Una parte del mosto subisce anche la fermentazione malolattica. Poi un periodo di legno di circa 6 mesi, più il consueto riposo in bottiglia.

Sicilia DOC Nsajàr 2020 – cutrera 40%, recunu 30%, rucignola 30%, gradazione 13%: il nome del vino proviene da una tipica espressione usata in Val di Noto per dire “provare”. Massimo Padova ha voluto provare a recuperare qualcosa che stava andando perduto e realizzare un vino che riesca a sorprendere. Ritengo sia riuscito nel suo intento, basta accostarlo al naso per rendersi conto che è davvero particolare; in questa veste più giovane non esprime ancora appieno quelle sfumature di idrocarburi che avevo sentito nel 2019, ma rimanda sicuramente alla pietra focaia, a belle note agrumate di cedro, ma anche di yuzu, quell’agrume cinese che sembra una via di mezzo fra il limone e il pompelmo, poi arrivano delle delicate venature di erbe aromatiche, richiami salmastri, susina gialla, anche spunti floreali.
In bocca conferma questo slancio agrumato, che però non è per nulla aggressivo, ma pervaso da una gradevole freschezza, qui qualche guizzo verso il riesling arriva, ma la cosa che più mi colpisce è che, nonostante l’estrema gioventù, ha una bevibilità fantastica e un finale decisamente minerale e marino.
Terre Siciliane IGT Nasjàr 2019 – cutrera 40%, recunu 30%, rucignola 30%, gradazione 13%: come ricordavo qui gli idrocarburi escono fuori molto bene, ma tutto sembra esprimersi con maggiore intensità e mordente, forse anche l’annata diversa, sta di fatto che l’anno in più non sembra avergli sottratto nulla alla forza giovanile, evidentemente è un vino che guarda lontano, è una miscellanea di erbe aromatiche e agrumi, molto variegata, passa dal limone alla melissa, dal pompelmo alla salvia, emerge anche una nota iodata, di salsedine, la componente marina è ancora più marcata, soprattutto al palato ha un’originalità espressiva che lo rende riconoscibile fra mille altri, sono molto curioso di scoprire cosa tirerà fuori nei prossimi anni…
Roberto Giuliani




