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Come il Birrificio Pontino incontrò lo sciamano di Castaneda per tornare tra i riccioli della maga Circe


Storia di cinque ragazzi e delle loro ottime birre


Etichetta Calavera

Calavera: deliziosi teschi di zucchero o cioccolata, creati per celebrare el dia de los muertos in Messico. Coloratissimi, decorati di fiori, foglie, piume, disegni di ogni tipo, rappresentano un modo per celebrare la morte, ma soprattutto la vita. Degli stessi teschi si creano giocattoli e ornamenti vari. Ridere e giocare per esorcizzare le paure.
Calavera: nome della penultima delle deliziose birre di casa, citofonare Pontino. Mexican lager, la Calavera (5% alc) è una bassa fermentazione prodotta con luppoli europei, malto pils e un lievito particolare, proveniente da Città del Messico, una combinazione del tutto nuova in Italia. Il risultato? Un aroma fruttato e complesso, ma di fin troppo facile bevibilità, soprattutto in una bella giornata di sole. Un altro modo per celebrare la vita.

Birrificio Pontino

Solita chiosa da me amata: dalla sua uscita ad oggi, un altro nome ha visto la luce, oltre che i fortunati palati presenti ai festival, la Magic Circe, una session IPA, generalmente una birra dalla generosa luppolatura ma dal livello alcolico molto contenuto, che con i suoi 4 gradi dona una bevibilità praticamente infinita, stimolata da un bouquet tropicale e selvaggio, dall’amaro dolce (un ossimoro? Provatela, tutt’altro che retorica) e ottimale per il gran caldo.
E poi l’invito scelto dai ragazzi fa appello ad affinità animali e a condivisione di banchetti… decisamente ammaliante! Chiosa chiusa, e sono di nuovo tra i ghirigori della mia Calavera.

Davide ed Egidio al lavoro

La prima occasione di assaggio è stata durante una serata di qualche tempo fa al →King Arthur di Ciampino, per quanto mi riguarda sempre tra i migliori di Roma e dintorni, per la scelta delle birre mai banale né prona alle preferenze in voga, in continua rotazione naturalmente, con un paio di nomi quasi sempre garantiti, penso al →Birrificio Italiano, con la Tipopils, orgoglio nazionale, e a LoverBeer, altro grande orgoglio sempre più richiesto all’estero. La serata, come spesso nello stile del locale, prevedeva una presentazione del birrificio e della sua produzione, e in questo caso della Calavera, direttamente da parte del mastro birraio, anzi, stavolta di tutta la famiglia: Davide, Egidio, Matteo, Stefano, Umberto (e meno male che esiste l’ordine alfabetico a garantire un trattamento equo… mancava solo la tavola rotonda dato il luogo ospitante).
Incredibilmente loro si completano, ognuno ha caratteristiche che mi piacciono molto e che lo caratterizzano rispetto agli altri. Potrebbero essere i protagonisti di una serie o di un fumetto, e mentre mi districo al tavolo tra la birra, il piatto e il notes, chiacchiero con Matteo, che ha lo sguardo serio e fermo ma gli occhi sorridenti, che mi racconta delle ricette argomentando anche una serie di aneddoti, Davide che aggiunge un bel carico sulla risata e la sua è decisamente contagiosa, Egidio che mi guarda con un’espressione divertita e incomprensibile almeno fino a quando mi ruba il notes per scrivere a margine dei miei appunti delle frasi (incomprensibili anch’esse, ancora lì in attesa di decodifica), Stefano più discreto e Umberto “Umbe” decisamente dissacrante, quello che con una battuta simpaticamente ti smonta (verbo smontare, solo per noi di Bergamo alta) sempre con un sorrisone grande così.

Produzione

Ecco il →Birrificio Pontino, un gruppo di cinque ragazzi completamente pazzi. Bravi. Incredibilmente simpatici. Umili (i classici lavoratori che vanno giù di fatica, come del resto la maggior parte dei birrai che conosco, loro almeno fino all’ora del crepuscolo, in cui non tirano fuori canini e mantello nero, ma il pallone da basket cercando di fare centro nel cesto attaccato al muro del birrificio… cercano, perché si sa, la birra buona va assaggiata durante la giornata). Curiosi e desiderosi di sperimentare nuovi generi oltre le mode, vantano una produzione relativamente giovane ma già abbastanza vasta, tra nomi ormai rodati e nuove ricette. La storia breve ma intensa, parte dal sole di Latina e arriva in Norvegia (in gennaio sia chiaro).

De Rerum romana natura
Si parte anche da via Benedetta (che equivale a dire →Ma Che siete Venuti a Fà, del resto lo dissi che si trattava di un punto di riferimento per il settore). I ragazzi, tra i quali inizialmente c’è Gianni cui subentra in un secondo momento Egidio, approcciano in modo naturale e spontaneo il campo attraverso lunghe ed analitiche sedute presso lo storico pub (dove continuo ad incontrali, sia al banco sullo sgabello accanto al mio, sia dietro a spillare la propria birra in occasioni del tutto particolari, e in tutte le situazioni parecchie pinte e risate scivolano via).

Hilary Antonelli fra Mike Murphy e Davide

Love Boat (tra profumo di mare e luppolo)
In seguito l’idea di prodursi la propria birra. Iniziano con l’impianto di un altro nome storico della birra artigianale italiana, Moreno Ercolani de →L’Olmaia. Il giro di boa avviene naturalmente in mare, dove, in occasione della crociera Un mare di birra, evento celebrativo dei 10 anni del Ma Che, la Grimaldi diretta a Barcellona, si trasforma nella loro Love Boat dove il Capitano Stubing (parlo ancora del telefilm sia chiaro), vede scoccare la scintilla con l’americano Mike Murphy, leggenda di Roma e attuale birraio di →Lervig Aktiebryggeri (di lui ho parlato in un articolo di qualche tempo fa, uno dei pioneri della birra artigianale, era il 1991, che innamoratosi di Roma, proprio qui iniziò a brassare prima di trasferirsi in Norvegia).
Insomma, cullati dalle onde, tra un paio di chiacchiere, ma rilevanti e considerevoli, e un paio di birre, ma rilevanti e considerevoli, l’invito a trascorrere qualche tempo presso il birrificio nel grande nord dove potersi confrontare con una realtà (fredda!) piuttosto strutturata, Lervig ha infatti attivi 10 anni di esperienza, di cui gli ultimi 4 notevoli grazie all’arrivo di Mike.

Into the wild
Zaino in spalla, Matteo e Davide si incamminano a gennaio quando ogni poro epidermico e bulbo pilifero urla disperazione e sogna brezze primaverili (il sole tropicale è fin troppo lontano anche solo come concetto concepibile dall’intelletto in quel momento). Accolti con ogni onore – tra l’altro a casa Murphy è da poco arrivata Nina, angioletto biondo dagli occhioni blu – come loro stessi raccontano, assistono alle fasi di produzione di birre come la Lucky Jack e la Rye IPA.

La stampa delle etichette

Tra le braccia di Circe “riccioli belli” (tra gli epiteti di quel noto bevitore di Omero)
Il rientro a casa li trova cambiati, come il loro approccio alle nuove cotte, mutato dall’esperienza da poco vissuta. Bella ed efficace la loro metafora con l’incontro di Castaneda e lo sciamano, Mike come Don Juan, e le sue lezioni apprese quasi per magia. I ragazzi riportano a casa nuove competenze e modalità di produzione (di skill, technicalities, problem solving parlerebbe il noioso communication & marketing expert… sempre sobrio lui), ma soprattutto riportano nuovi stimoli, più passione, tante idee, la stima per una bella persona, e una grande amicizia e molto lavoro da fare.
I frutti del loro lavoro? Eccone di seguito un rapido excursus, per le specifiche ci sono le schede, per assaporarle, il più vicino beershop o pub.
L’inizio è subito ottimo. La Runner Ale (4,8 alc) cui segue di poco l’Olim Palus (6,5%) escono con il botto (come diciamo noi sempre originari di Bergamo alta).
Si tratta di due birre molto accattivanti, perché fatte bene, perché incontrano i gusti del pubblico, anche di quello non particolarmente avvezzo alla birra artigianale, in tempi recenti ho avuto il piacere e l’onore di “iniziare” qualche mio amico alla birra artigianale proprio con questi due nomi (oltre alla storica Zona Cesarini di →Toccalmatto, la Zona per tutti) e ammetto che non solo sono piaciute parecchio ma hanno stimolato nuovi assaggi, e nuovi appassionati si sono uniti alle fila del settore, con mia immensa soddisfazione.

Olim Palus e Runner Ale

La prima, la Runner, è una american pale ale dal tenore alcolico contenuto, leggera e beverina, in cui il corpo regge i profumi e il palato sente l’amaro, che invita a berne ancora, insomma, corre via facilmente proprio come il nome. L’Olim, l’ipa di casa, definibile quindi la sorella maggiore della Runner, deve il suo nome al luogo in cui nasce, Latina Olim Palus, Latina un tempo palude è la frase scolpita nello stemma della città, i suoi aromi sono caratterizzati da un amaro decisamente maggiore e una forte persistenza dei luppoli americani.
Da queste in poi lo spartiacque. Queste infatti hanno visto anche il primo birrificio, la versione in bottiglia da 0,50 e anche le etichette primordiali. Poi lo spostamento. Anche la veste grafica cambia, restyling del logo e nuove etichette che meritano tutto un discorso a parte. Un artwork, passatemi il termine, davvero curato, elementi ricorrenti: le frasi, le immagini, il cinema, la musica, la ribellione artistica in generale.
Divertente il nesso che ogni volta li lega alla birra, ad esempio, cosa può avere in comune Roman Polanski e la oatmeal stout del Pontino? Ovvio, il rosmarino selvatico del Circeo (oltre ad una disgraziata che vive in un bel palazzo di New York in dolce attesa di un ragazzino più indemoniato del solito)!

Ed ecco infatti la Rosemary’s (6% alc). Ricordo che la otmeal stout è una stout con una certa percentuale di avena, normalmente non superiore al 30%, una delle più famose abbastanza reperibili in commercio è quella di Samuel Smith. La Rosemary’s del Pontino è una bella scura con profumi tostati e note speziate provenienti dall’avena. Il rosmarino conferisce un aroma balsamico, la bevibilità va ad abbandonarsi in una sensazione vellutata, ad iniziare già dalla schiuma persistente e omogenea.
Dopo la selvaggia delle rocce, i Pontini hanno creato, con mia immensa soddisfazione, la Alaaf Kolsch (5% alc), stile più tedesco che mai, e come vuole il nome, tradizionale della zona di Colonia e dintorni. In Germania si dice sia l’unico stile – ad alta fermentazione tra l’altro – che si beve e si parla, perchè anche il dialetto della città è definito kolsch, almeno così sostiene wikipedia, questo credo lo chiederò a Manuele Colonna, Garzantina tedesca (con monografia francone). Chiara e fresca, dall’aroma di malto e dai profumi leggermente fruttati, la bevibilità è accentuata dall’amaro delicato. Questa birra vanta anche una bella vittoria, medaglia di bronzo all’edizione 2014 di Birra dell’Anno per la categoria alta fermentazione – basso grado alcolico.
La Purple Ale (8,5 % alc), con una bellissima etichetta viola in cui regna il viso di Jimi Hendrix (e a Purple Haze cosa potere obiettare?) aggressiva, calda e pericolosa (appunto, di nuovo Purple Haze, cosa potere obiettare?), questa double ipa è amaro profondo, solo luppoli americani e in quantità smisurata…da provare e senza dubbio! Anzi, stupefacente è forse la parola più adatta.

La Zitella

Go Black (7% alc) è la loro black ipa, in cui è abbondante l’uso di malti caramellati e tostati, l’amaro audace ma resinoso e agrumato. Ancora una volta la grande quantità di luppolo si sente, ma senza minare l’equilibrio generale. “La paura è il primo nemico naturale che l’uomo deve superare lungo la strada verso la conoscenza“, la frase che accompagna questa birra è di Castaneda che invita al salto nel buio. Anzi, ad un inebriante tuffo nel nero. L’imperial stout è degnamente rappresentata dalla Hopped Ink (9,8 % alc), ancora una volta con generoso luppolo e l’utilizzo di diversi malti in grado di donare una complessità di aromi caratterizzati da note tostate, di liquirizia, caffè, caramello e cioccolato.
Una novità, poco diffusa in Italia, piuttosto come da tradizione americana, quella legata alla stagionalità degli ingredienti, è la creazione di una pumpkin ale con i prodotti di casa nostra, zucca in primis. In questo caso la ricetta è stata arricchita e completata con spezie, fino a regalarle l’epiteto di “tortello liquido” come viene definita, non avendola mai assaggiata personalmente.
Negli Stati Uniti le birre alla zucca vedono la luce verso novembre, nello stesso periodo di Halloween (toh!), in tempi andati quasi per necessità, quella di utilizzare i prodotti offerti al momento dalla terra data la scarsità generale degli ingredienti, negli ultimi anni per riprendere questa antica tradizione e probabilmente per onorare (cavalcare?) i festeggiamenti di Halloween.
E’ della zona di Mantova la zucca utilizzata per la Orange Poison (7,5% alc), pumpkin ale speziata, tra gli ingredienti anche mostarda di frutta mantovana, pepe e senape. In seguito subisce un dry hopping di mandorle amare e noce moscata a richiamare gli aromi dell’amaretto.

41° paralleloA queste seguono in poco tempo La Zitella (5,5 % alc) e la 41° Parallelo (5 % alc) ognuna completamente diversa dall’altra e dalla iniziale produzione del birrificio, che con questi stili dimostra la voglia di variare e soddisfare nuovi stimoli.
Con la prima si torna alla tradizione tedesca, nello specifico alla altbier, originaria della zona di Düsseldorf, che soffre di una storica rivalità con Colonia e le sue birre (a casa nostra diventerebbe La Zitella contro Alaaf Kolsch, ma dato che sono buone entrambi, lasciamo ai tedeschi gli eventuali limiti di schieramento). Una altbier, nome che letteralmente significa vecchia birra per l’antico metodo di produzione, che utilizza lievito ad alta fermentazione e malto scuro, in questo caso pensata in onore di uno dei carnevali più trasgressivi d’Europa, il Carnevale delle Zitelle della città.
Una birra leggera, dal corpo medio con note caramellate e maltate, una punta di tostato e lievemente fruttate per chiudere con un amaro leggero, sempre in favore di una maggiore bevibilità. L’ho provata due volte, e ammetto che la seconda è stata molto meglio della prima (come in alcune cose della vita accade… già), ho saputo in seguito che la ricetta è stata migliorata (come in alcune cose della vita ripeterei).
Con la 41^ Parallelo invece entriamo in fattoria, si tratta infatti di una farmhouse ale. La letteratura di settore dedicata al genere – o meglio ai generi, dato che con il termine si fa tendenzialmente riferimento alle birre “rustiche” “fatte in casa”, dove ruolo centrale lo giocano i lieviti, fortemente caratterizzati dal luogo di produzione – parte dalle fattorie del nord Europa (tra Francia e Belgio e non solo) che vedono anche la produzione delle Saison tra le altre, per arrivare oltreoceano, fino negli Stati Uniti soprattutto di recente.
Forte è il legame con il territorio, con i suoi prodotti, e nel caso del Pontino è rappresentato dai kiwi gialli dell’Agro Pontino, proprio quelli di zona, di Cisterna di Latina, ad onor del vero tra i migliori in Italia. E proprio agli americani si riferiscono i Pontini quando parlano di vicinanza ideale, trattandosi la 41^ di una birra ottenuta dalla fermentazione di lieviti spontanei statunitensi in combinazione con una dose di brettanomiceti e l’aggiunta dei kiwi.
E infatti tra note fruttate e acidule, si arriva alla giusta dose di luppolo classico che invita ai sorsi successivi. Una birra che senza dubbio piace sia agli amici più stretti dei brettanomiceti, ma anche a chi è abituato alle fluenti luppolature, di quelle a secchiate (i tecnici del settore ameranno molto questa definizione).
Ebbene, eccole qui, sta ora ai palati decretare la preferita.

Per quanto mi riguarda invece, dalla serata al King, in cui ci siamo goduti più di una Calavera, altro Pontino è passato sotto i ponti (il ricercatissimo ed elegante gioco di parole naturalmente non è voluto, anzi), li ho incrociati ad alcuni festival, in alcune serate, al Birra del Borgo Day e sono riuscita a strappare loro una promessa (e mica solo una): prossima tappa, sole, mare e birra del Circeo… ehm prossima tappa, una professionale visita al birrificio con lunghe ed estenuanti dimostrazioni delle tecniche produttive, della preparazione degli ingredienti, delle ricette, della capienza degli impianti, di ogni segreto di ogni cotta… tanto poi un tiro al canestro e parecchie risate, non ce le toglie nessuno. Ovviamente, sempre tutto sotto lo sguardo attento della fatale Circe.

Hilary Antonelli

Appassionata di birra artigianale, con un debole da anni per Franconia e West Coast USA coltiva quotidianamente la sua passione tra pub, amici publican, birrai e non, e viaggi fino all'altro capo del mondo. Lasciando poco spazio alle mode, il suo posto preferito era e resta il bancone del pub. Tra una birra e l'altra si occupa di promozione e tutela del Made in Italy agroalimentare nel mondo.

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