“Blend 2022”: Agroforestazione, Patrimonio Unesco e biodiversità

Blend, la rassegna enoculturale ideata e realizzata da Bellenda, è tornata a innescare nuovi stimoli, portando con una tematica attuale ed estremamente delicata: l’Agroforestazione.
Foreste, agricoltura e zootecnia sono attività nettamente separate tra loro nelle moderne pratiche colturali intensive; questo squilibrio ha senza dubbio causato le problematiche che ci troviamo ad affrontare oggi. Da qui la necessità di ridurre le recenti barriere tra alberi, colture ed allevamenti animali, soluzione che può avere conseguenze positive sulla biodiversità degli agroecosistemi e combattere e mitigare la crisi climatica. Non si tratta di un acritico ritorno al passato, ma di coniugare, i vantaggi che questi sistemi offrono al territorio e all’impresa rurale.
Come ha spiegato Umberto Cosmo, proprietario di Bellenda e ideatore della manifestazione: ”Prima di entrare nel merito del tema, forse va esplicitato il suo significato; l’agroforestazione è un termine meno noto in Italia, un concetto che si può dividere in tre branche coltura produttive insieme alla silvicoltura, coltura produttiva insieme all’allevamento di animali e l’insieme delle tre cose”.

L’agroforestazione è infatti l’insieme dei sistemi agricoli nei quali la coltivazione di specie arboree e/o arbustive perenni sono consociate a seminativi e/o pascoli, nella stessa unità di superficie. Se a metà del secolo scorso, nei Paesi ad agricoltura intensiva, tali sistemi sono stati cancellati dalla meccanizzazione e dalla monocoltura, oggi si ritorna a parlare e a piantare alberi nei campi coltivati.
“La grande sfida di noi produttori e di tutti coloro che fanno parte della filiera vino – continua Cosmo – è di andare oltre il concetto di agricoltura biologica; dobbiamo mantenere in equilibrio il nostro territorio. Oggi si parla sempre più spesso di Sostenibilità, una parola ormai abusata e che sta senza dubbio perdendo una sua efficacia, soprattutto se non supportata da azioni concrete o legata a buone pratiche. Per parlare oggi di sostenibilità ambientale si deve parlare di biodiversità e non di monocoltura”.
Come ricordano le parole di Philippe Petit nel suo Traité du funambulisme (Trattato di funambolismo) del 1985:” Bisogna battersi contro gli elementi per apprendere che tenersi su un filo è poca cosa, ma restare dritti e ostinati nella nostra follia di vincere i segreti d’una linea è per noi funamboli la forza più preziosa. “
Il segreto per una buona riuscita dell’agroforestazione sta proprio nell’equilibrio tra le parti e nel fatto che deve essere una scelta condivisa nel territorio. Sostenibilità, agroforestazione ed equilibrio, queste sono tra le caratteristiche che riassumono il mosaico tra bosco e vigneto, aspetti che hanno reso le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene Patrimonio UNESCO. Il turista deve essere affascinato da questa grande bellezza.
A margine delle considerazioni e degli interventi che si sono susseguiti da parte dei diversi ospiti – Sabrina Tedeschi di Tedeschi Wines, Pietro Pellegrini di Pellegrini Spa, Rossana Roma del Ristorante Dolada, Andrea Cartapatti, Corporate Manager of Food & Beverage presso Blu Hotels S.p.A e Giuliano Vantaggi Site Manager all’interno dell’Associazione per il Patrimonio delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene UNESCO – emerge, la necessità di creare un sistema di certificazione ambientale a basso costo a cui possano accedere anche le piccole aziende.

Umberto Cosmo ha così lanciato la proposta che siano nello specifico i Consorzi di Tutela a farsi promotori di questa iniziativa, a cominciare da quello del Conegliano Valdobbiadene, da sempre all’avanguardia nell’attenzione all’ambiente. La tutela del territorio e dei diversi elementi che lo compongono è tra l’altro una necessità anche per accedere a moltissimi mercati, soprattutto quelli del Nord Europa, da sempre più sensibili a questi temi. Le certificazioni attualmente sono fornite da società private e il costo per ottenerle è piuttosto impegnativo.
“Per raggiungere l’obiettivo verso una viticoltura sostenibile – aggiunge Umberto Cosmo – è necessario mettere in campo una squadra composta da tecnici, agronomi, biologi e soggetti che ogni giorno vivono la vigna. Dapprima questo comitato deve creare leggi ad hoc e, in seguito, regolamenti per costruire linee guida precise e valide per tutto il comparto del vino. In una seconda fase è poi evidente il bisogno che siano i singoli Consorzi di Tutela, i quali sono a conoscenza delle specificità locali, a monitorare le azioni e le tecniche impiegate da piccole, medie e grandi aziende vitivinicole garantendone l’efficacia e la veridicità e accompagnandole nella costruzione di una sempre migliore gestione della tutela ambientale territoriale. Una certificazione di territorio sarebbe giusta e necessaria”.

BLEND, GLI ASSAGGI
Una disamina interessante, che sicuramente richiede un maggiore approfondimento tecnico-scientifico e un confronto con coloro che ricoprono ruoli di maggiore responsabilità.
Ma Blend è anche momento di scambio e di conoscenza di altre realtà produttive, attraverso gli assaggi delle tante etichette dei produttori presenti. Si tratta di produttori selezionati e distribuiti da Bellenda, che condividono la loro stessa filosofia, come nel caso della maison Forget-Brimont, che fa del rispetto del suolo e della vigna, con trattamenti mirati e ridotti il più possibile, il suo principio basilare. Siamo nello Champagne a Ludes, nel cuore della Montagna di Reims, questa realtà di antica tradizione familiare, arrivata alla sesta generazione, che dai loro 19 ettari vitati ottiene solo a Champagne Grand Cru e Premier Cru. Si tratta di Champagne sottili e di grande eleganza, che colpiscono per l’equilibrio delle componenti e in modo particolare per il dosaggio. Lo Champagne Extra Brut Premier Cru, da uve 50% Pinot Nero, 30% Pinot Meunier, 20% Chardonnay è disteso e coinvolgente con le sue sottili note di fiori bianchi e agrumi, piacevole e fresco al palato e di buona lunghezza. O ancora lo Champagne Blanc de Noirs Extra Brut Premier Cru, da uve 100% Pinot Nero coltivate nella Montagne de Reims dove il terreno si presenta marnoso e argillo-calcareo. Sosta 54 mesi sui lieviti prima della sboccatura e viene dosato a 5 g/l.. Uno champagne deciso e complesso all’olfatto, con note di frutta secca e spezia. Un perfetto gioco di equilibrio tra struttura, lunghezza e vivacità.

Restiamo ancora in Francia, ma stavolta ci spostiamo nel Perigord, da Château Le Payral, una piccola tenuta di cui Thierry e Isabelle Daulhiac hanno preso in mano la gestione nel 1992. La tenuta si inserisce all’interno delle due, spesso trascurate, denominazioni di Montbazillac e Sainte-Foy, nella città di Razac de Saussignac nel Sud Oest della Francia, terra ricca di storia e di cultura, terra di Cyrano de Bergerac, personaggio immaginario ma non troppo. Le vigne si affacciano verso Dordogna, a circa due chilometri verso nord, alle porte di Bordeaux. I loro vini sono il frutto del rispetto della terra e di un’agricoltura biodinamica e hanno scelto di utilizzare solo lieviti indigeni e produrre vini biologici senza solfiti. Affascinante il loro Lou Payral bianco 2017, che nasce da Sauvignon Gris (70 %) e Sauvignon Blanc (30%), che esprime carezzevoli note di scorza di lime e pompelmo giallo, gesso, tracce marine e un tocco speziato. Snello, dinamico e di buona persistenza al sorso. Della stessa stoffa è anche il loro Lou Payral merlot 2019, che esprime note carezzevoli di frutta rossa, espressivo e goloso, il sorso è di grande freschezza, e lunghezza, con tannini eleganti e piacevoli.

Una certezza il Domaine des Carlines, la deliziosa realtà che si trova nel piccolo villaggio di Menétru-le-Vignoble, parte della denominazione “Château-Chalon”, Grand Cru dei Vin Jaune. Una realtà giovane messa in piedi da Patrick e Sophie Ligeron alla fine del 2015.
Il Domaine si trova sulle migliori parcelle della denominazione Château Chalon, distribuite nei tre villaggi di Château-Chalon, Menétru-le-Vignoble e Domblans. La proprietà si è ampliata nel 2018 con l’acquisizione di ulteriori 6 ettari portando la tenuta ad una superficie di 11 ettari. Il dominio possiede ora il 10% della denominazione totale di Château-Chalon e le viti hanno dai 30 ai 45 anni.
Il domaine ha sviluppato un approccio ai vini a vinificazione parcellare con “ouillage”, metodo che esprime al meglio la diversità del terroir di Château-Chalon. Tra le sue etichette, tutte da provare, il Côtes du Jura Chardonnay Le Calvaire 2017, prodotto da viti di circa 40 anni piantate sulla cima della collina, è un vino di grande spinta e tensione salina, con note di agrume verde, pieno, di ottima concentrazione, grande acidità e lunghezza. Da segnalare anche il Côtes du Jura Savagnin En Beaumont 2018, un 100% Savagnin, che esprime profumi di frutta gialla, percoca e albicocca, a cui si uniscono cenni di agrumi e di pepe bianco. Un vino di grandi prospettive.

Dalla Francia approdiamo in Spagna, nel cuore pulsante della DO Rueda (coinvolge 57 comuni della provincia di Valladolid, 17 di quella di Segovia e 2 di Avila, ndr), in terra di Verdejo, dove nasce Menade, grazie all’amore dei tre fratelli Sanz, Alejandra, Marco e Richard, che hanno deciso di imprimere una svolta alle abitudini locali, mantenendo un indissolubile legame con la natura. Il loro progetto si basa sul recupero della viticultura ancestrale senza rifiutare le conoscenze enologiche. Non utilizzano prodotti sintetici o chimici nei vigneti, optando invece per infusioni a base di piante per prevenire parassiti e malattie legate alla vite.

Tra le loro etichette il Nosso 2021, un verdejo natural è stato un punto di svolta, prodotto senza l’aggiunta di solfiti e in vigneto senza trattamenti di zolfo o rame. È un vino pensato dalla vigna e con il quale si vuole esprimere il meticoloso lavoro fatto da oltre 10 anni. Un vino profondo che esprime note di fiori bianchi ed erbe officinali; un vino ricco ed elegante al palato, dal sorso ampio, che incuriosisce per il suo carattere distintivo. Meritevole di menzione anche il loro La Misión 2019, prodotto con Verdeja pre-fillossera, un vino che si dimostra energetico, complesso, speziato, non mancano le note di frutta bianca e sentori di timo e alloro. Al palato è teso, ampio e fresco, elegante e di grande personalità.
Intriganti il Traminac (Roter Traminer) e il Grasevina (Riesling Italico) della cantina croata di Iločki Podrumi, costruita attorno al 1450 sotto il castello di Ilok da Nicola il Grande, signore delle terre di Slavonia. Le prime piante di Traminer furono piantate da Livio Odescalchi nel 1710 attorno alla residenza estiva della famiglia sulla collina oggi denominata Principovac. Questa zona viticola è considerata il grand cru della Slavonia, dove fin dal 1700 viene prodotto e imbottigliato.

Da non farsi sfuggire l’italianissimo Marco Levis, un giovane che ha saputo riscoprire, scommettere e credere nella la viticoltura dell’area montana di Alpago, considerata una terra di mezzo, un crocevia dove da sempre sono transitati eserciti e mercanti, vincitori e fuggiaschi. Una scelta coraggiosa che vede Pinot Grigio e Pinot Nero come uve di elezione; uno studio e un approccio che vede la riscoperta di vecchi metodi per esaltare la qualità delle uve, come l’incisione ad anello del capo a frutto verso fine maturazione che ritroviamo nel suo vino iconico, Anulare 2020 un pinot grigio che riesce ad esaltare le peculiarità di questo vitigno.

Sottile ed elegantissimo il suo Pinot Nero 2020, che rimanda ai profumi dei piccoli frutti di bosco, dalla fragolina al lampone, a cui si unisce la nota di melagrana e le delicate nuances speziate di ginepro e pepe rosa. Colpisce per la freschezza e la gentilezza del tannino, un vino di grande equilibrio.
Fosca Tortorelli



