La Pourriture Noble dall’accento fiorentino

Cosa hanno in comune Gironda con Bagno a Ripoli e il fiume Garonna con l’Arno? Alessandro Fonseca, vignaiolo fiorentino, ha trovato condizioni microclimatiche simili che possono favorire la muffa nobile. Sui dodici ettari vitati della Fattoria Petreto si respira aria di Francia.
Sono diversi i viaggi che hanno portato Fonseca all’idea di produrre Semillon e Sauvignon sulla riva sinistra dell’Arno e farli diventare “nobili”. È nata così nel 1989 l’etichetta Pourriture Noble, che oggi regala circa 1800 bottiglie all’anno provenienti da un piccolo appezzamento di proprietà della famiglia Fonseca. Il passito riposa per dodici mesi in barriques da 225 litri e conclude il suo percorso con 18 mesi di affinamento in bottiglia.
A qualcuno potrà sembrare quasi irriverente il paragone del prodotto fiorentino con il grande muffato francese, ma le degustazioni di questa Pourriture Noble, soprattutto di annate davvero ben riuscite come 1998 e 2010, fanno cadere ogni soggezione verso i prodotti d’Oltralpe.
E se è vero che sui muffati la Francia domina, è altrettanto vero che a Firenze hanno il chiodo fisso per questa tipologia di vini. Basti ricordare la degustazione organizzata nel 2011 a Palazzo Vecchio a cura di Bernardo Conticelli, o quella del 2012 all’Hotel Four Seasons di Firenze con 4 annate di 12 produttori tra Sauternes e Barsac grazie a Enzo Vizzari con la complicità dello chef Vito Mollica. Era ancora il 2012 quando al Ristorante Borgo San Jacopo dell’Hotel Lungarno Beatrice Segoni ha diretto la cucina per una serata dedicata allo Château Suduiraut.
Per i Sauternes lo chef Mollica aveva scelto un menu con scampi al vapore, crema di pollo di Bresse e quaglia. La chef Segoni aveva puntato invece su gambero rosso, crema di cecino rosa e coscia di fagiano.
Sono però fichi e formaggi erbornati gli abbinamenti che esaltano le caratteristiche del passito fiorentino, che coniuga le tipiche note di pesca gialla e ginestra del Semillon, con quelle di melone, albicocca del Sauvignon.
Colore paglierino acceso, quasi dorato in gioventù, ma con decise tonalità ambrate col passare degli anni, al naso ha un corredo aromatico di grande impatto e fascino, che acquisisce complessità con le sfumature di miele, castagno e zafferano.
Al palato colpisce sia per la presenza densa e vellutata, sia per una trama al tempo stesso nervosa e minerale, forse originata dal terreno calcareo delle vigne.
“Nemo profeta in patria” è una massima che non si addice all’azienda Petreto. È pur vero che i riconoscimenti non sono mancati nemmeno all’estero: medaglia di bronzo nel 2010 al Concorso Internazionale di vini dolci e da dessert di Jerez de la Frontera.
Altri interessanti abbinamenti sono Foie gras, crostacei e dolci a base di mandorla o crema.
Negli ultimi venticinque anni soltanto due annate sono mancate all’appello, e dieci anni più tardi dagli stessi vitigni è nato anche il Podere Sassaie, un bianco toscano che mira alla longevità ottenuto da uve non destinate ad essere aggredite dalla muffa nobile. Un vino sul quale varrà la pena soffermarsi in seguito, così come merita qualche parola in più anche il Sangiovese in purezza di carattere che andrà ad affiancare gli altri classici dell’azienda: il Chianti Colli Fiorentini (80% Sangiovese, 20% Merlot) e il Bocciolè (100% Merlot).
Fabio Beggi



