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La pasta nell’alta ristorazione

Composizione in quattro toni di un Pacchero del Pastificio dei Campi
Composizione in quattro toni di un Pacchero del Pastificio dei Campi

Da Marchesi a Marchesi solo andata (transitando dalla Pop-art e da Wikipedia, riascoltando nel mentre Lou Reed, con John Cale e le loro Songs for Drella)

«Ciò che si deve comprendere è già in parte compreso.»
Hans Georg Gadamer

Ugo Tognazzi con sguardo inquisitorio, le due mani rivoltate con il pollice e l’indice nel gesto esplicito con cui si segnala (anche minacciosamente, volgarmente talora) una dimensione o un’estensione, quanto grande è, sarà o sarebbe, lo spazio insomma che ne verrà. Nel caso, proprio quella larghezza che chi la indica metaforicamente produrrebbe. E poi l’ispettore Derrick, Horst Tappert, con gli occhiali scuri d’ordinanza, in abito blu carta da zucchero, orologio d’oro al polso e la rivoltella in mano. Ancora: un punto vita in primo piano, i pantaloni damascati chiari, panna e oro, d’un modello a vita così bassa che a fatica coprono appena appena metà del taglio che passa tra i glutei di un bel deretano. E poi il volto di un giovane Jean Louis Trintignant con lo sguardo obliquo e umbrofilo dietro gli occhiali neri e spessi. Sono solo alcune immagini delle fulminanti copertine di Permanent Food di Maurizio Cattelan, le prime che immediatamente mi vengono alla memoria, di quella rivista (ma anche ri-ri-vista, in questo caso) di 15 numeri in tutto, stampati tra il 1996 e il 2007, con “un’originalità” che era tutta nell’evitare accortamente di fare qualcosa di originale e, invece, nell’accostare il già visto, il già fatto, il già fotografato, ma disposto diversamente. L’immagine che diviene parziale citazione, riformulata, ricreata, rivissuta in una sequenza diversa, si trasforma in provocatoria, da statica in dinamica, più accelerata, più ferma. Drammatica. Qualcuno ha parlato di editoria cannibale che attinge ad altre riviste, si appropria delle sue immagini, le strappa e le ricompone in una sintesi artistica fomentata.
I testi erano pressoché assenti, talvolta compaiono quelli della didascalia dell’immagine originaria (non più originale), o di un frammento di quella immagine, che però alla luce di quella nuova composizione si sono già trasmutati da racconto che erano a divagazione, sul filo dell’assurdo e della distorsione.
Non semplicemente una citazione, per quanto i riferimenti più o meno palesi, spaziassero da Yayoi Kusama a Piero Manzoni, passando da Mimmo Rotella e i suoi decollage, per arrivare ad Andy Warhol e lì fermarsi. Fermarsi un poco. E poi ripartire.
Stavo pensando al più impressionante piatto di pasta dell’alta ristorazione (l’altezza, in questo caso, è la misura delle vette del pensiero applicato alla cucina che alcuni chef, in modo particolare, hanno toccato) e ho finito con imbattermi in Wikipedia (nota bene, ero su: en.wikipedia.org) alla biografia di Andy Warhol e in particolare su una affermazione proprio di Maurizio Cattelan riportata tra le virgolette “…la cosa più grande di Warhol: il modo in cui ha penetrato e sintetizzato il nostro mondo, al punto che distinguere tra lui e la nostra vita quotidiana è fondamentalmente impossibile, e comunque inutile”.
Da lì tutti i miei svolazzi e le parentesi aperte e socchiuse.
Stavo pensando a Le quattro paste di Gualtiero Marchesi, piatto creato nell’anno 2000 che aveva come riferimento la Marilyn Monroe di Andy Warhol, ovvero le 9 Marilyn Monroe serigrafate in colori diversi dal genio di Pittsburgh.

Consiste essenzialmente (l’avverbio si intenda qui nel senso di paradigmatico) in quattro formati di pasta su un piatto quadrato dal piano a specchio e il bordo nero, alto come una cornice. Un pacchero in alto nell’angolo a sinistra già con i rebbi della forchetta infilzati. Nell’angolo a destra, in una ciotolina di terracotta dalla ruvida ispirazione orientale, pochi fusilli da afferrare con le pinzette, uno per uno. Sotto, nell’angolo a destra un gomitolo di spaghetti inforchettato. Infine, dentro un cucchiaio, un boccone raso di risoni. Il condimento consiste di solo un filo di olio extra vergine d’oliva e poco pecorino grattugiato. Essenzialmente pasta (qui l’avverbio lo si intenda nel suo senso di sostanziale). Ripetuta. Citata. Dagherrotipo e fotocopia che il fondo a specchio rimanda e richiama incessante. Continuamente. Tutto dentro e sopra che ne è specchiato, è rivelato, è illuminato. È ancora. Baluginio e bagliore. Claim, slogan, l’uso comune dentro l’abuso d’indagine, il manifesto e il manifestato, il riverbero dell’immagine come riflesso ma condizionato. Eco. Tutto il pop è dentro lo spazio di quel piatto quadrato, riluce e conseguenza, che adesso supera la citazione che aveva citato.
E infine è quintessenzialmente pasta (qui per l’esattezza al cubo, quadrato per quadrato e, questa volta, l’avverbio lo si intenda nel suo valore di indispensabile). Al gusto di pasta. Pasta in bianco ma che al palato è diversamente connotata, come fosse un diverso colore per ogni forma divergente, di volta in volta, angolo per angolo, perché per ogni boccone ne viene un differente tatto gustativo, una fruizione che cambia, un’altra consistenza e quindi sì: assolutamente un nuovo colore. La somiglianza e la differenza. La somiglianza è la differenza. Quattro paste antitetiche e cardinali nello stesso piatto. Che aprono e chiudono la trasfigurazione artistica e citazionistica della pasta ad altezza siderale. Così che poi ovunque si rintracci una espressione prossima alla purezza della pasta, alla pasta nella sua (quasi) essenzialità estetica e gustativa, solleticata appena per proiettarla all’iperurano gustativo, ogni volta ritorno alle Quattro paste di Gualtiero Marchesi, intanto rimuginando sugli Elicoidali cacio e pepe di Paolo Lo Priore e sugli Spaghettoni al burro e lievito di birra di Riccardo Camanini, senza poter fare a meno neppure dell’Insalata di spaghetti al caviale ed erba cipollina di Gualtiero Marchesi (ancora). Così: circolarmente.
In qualche modo, come la ripetizione nella pop art assurge alla glorificazione dell’oggetto e del soggetto, per cogliere le valenze delle molteplici citazioni della cucina di Gualtiero Marchesi bisogna considerare il circolo ermeneutico, le precomprensioni, gli orizzonti che si fondono, la semiotica e tutti i rimandi del caso, passando da San Zenone al Po e da Roanne, prima ancora che da Milano.
Oppure, molto semplicemente, tocca liberarsi di ogni altro gravame e godere visceralmente del gusto del bello (che, quando è davvero bello, è simultaneamente buono).

Intanto, fino al 25 aprile, alla Palazzina di Caccia di piazza Principe Amedeo 7 a Stupinigi (Torino) riprende la mostra “Andy Warhol é…Superpop!”

PierLuigi Gorgoni

Pierluigi Gorgoni

Per quasi 10 anni tra gli autori della guida I Vini d'Italia de L'Espresso, docente di materie vinose ad ALMA - La Scuola Internazionale di Cucina Italiana fin dalla sua fondazione, membro del Comitato editoriale e Responsabile delle degustazioni di SpiritodiVino già dal suo primo numero in edicola. Gli piace viaggiare, assaggiare, curiosare, incontrare e soprattutto gli piace raccontare tutto.

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