Sicilia en primeur
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Presentare en primeur, usanza tipicamente francese, rappresenta di sicuro la volontà di ribadire in maniera definitiva l’ingresso della regione tra le grandi zone produttive mondiali, e la Sicilia grande lo è davvero, almeno per estensione vitata, con 130mila ettari sparsi un po’ ovunque sull’isola. Ma non solo di quantità, ovviamente, si vuol parlare, e anzi, la scelta dei vini che abbiamo degustato puntava decisamente a presentare il fior fiore della produzione isolana, o almeno quello delle aziende partecipanti. Bisogna infatti premettere che la manifestazione è stata promossa solo da privati, dalla aziende di Assovini e da alcuni sponsor, e quindi non aveva il carattere ecumenico di altre presentazioni. Prima di passare alle impressioni sui vini, non possiamo tralasciare un plauso alla grande cura con cui gli eventi di accompagnamento sono stati organizzati. Sono ormai quasi parole d’ordine: “vino e territorio”, “sapori e cultura”. Questa è la carta vincente del prodotto italiano, quel di più che ci permetterà di contrastare la concorrenza del nuovo mondo. Ebbene, due giorni e mezzo sono pochi, pochissimi, per avere un’idea della ricchezza culturale della Sicilia, ma sono bastati per offrire ai presenti un assaggio, anche gastronomico, della bellezza palermitana. I pescatori di Mondello e le sue ville liberty, gli splendori di Monreale e delle architetture arabo-normanne cittadine, e infine la scioccante bellezza dei palazzi di città in cui si sono tenute le cene di gala. Tutto ha lasciato il segno, forse anche di più dei, pur interessanti, vini assaggiati. Ma veniamo all’alcolico liquido che ci ha spinto qui. È sempre una sfida degustare en primeur, e lo è ancor di più se si tratta della prima volta. I degustatori di Bordeaux sanno riconoscere nei vini ancora immaturi i caratteri definitivi, sono anni che sperimentano queste evoluzioni. Ben pochi, forse nessuno, può vantare una esperienza simile per i vini siciliani, e non solo perché questa è la prima manifestazione del genere, ma anche perché tanti di questi vini non esistevano qualche anno fa. Non vorremo con questo mettere “le mani avanti”, ma solo evidenziare una difficoltà oggettiva, del resto prevista anche dall’organizzazione, che ha avuto la bella idea di riproporre, durante le cene e i buffet, tutte le bottiglie esistenti in versione finita, delle annate precedenti. Facendo la tara sulle diverse annate e anche sulle variazioni di tipologia, è stato così possibile aggiungere informazioni complementari all’assaggio in anteprima. L’annata 2003, come nel resto d’Italia, è stata estremamente calda, ma possiamo dire che, vista l’abitudine alle alte temperature, questo ha rappresentato un problema minore in Sicilia che nelle regioni del nord. Vendemmie anticipate e raccolte notturne sono usuali da queste parti. Così si può parlare di una annate buona, se non ottima, dato confermato da una commissione di esperti dell’Assovini, che ha attribuito un punteggio di 4 stelle (su cinque) all’annata. Più complesso, a nostro avviso, il giudizio sulle scelte effettuate dalle aziende presenti per quanto riguarda la tipologia del vino. È vero che la Sicilia si è affermata con prodotti di grande corpo e struttura, sia bianchi che rossi, ma ci saremmo aspettati, se non una inversione di tendenza, almeno una pausa di riflessione nella corsa verso la creazione di vini densi, concentrati, fortemente segnati da contributi legnosi. D’altra parte è più che evidente che un ripensamento di tal genere è in atto in molte altre regioni vinicole, sia nazionali sia internazionali. In Sicilia invece questo messaggio non sembra ancora essere arrivato, ed ecco così che ci siamo trovati ad assaggiare vini in cui l’impronta terziaria andava dal preponderante all’eccessivo. Sia bianchi che rossi, ma specialmente bianchi. Certo, si trattava di campioni di botte, ma la situazione non era molto diversa per gli assaggi delle annate precedenti. E si pensi che nessuno dei vini bianchi in anteprima uscirà prima del prossimo novembre, molti nel prossimo anno e il Bianca di Valguarnera del Duca di Salaparuta addirittura nel 2006. Intendiamoci, noi siamo ben favorevoli ad una commercializzazione non anticipata dei vini, apprezziamo l’affinamento in bottiglia prima dell’ingresso sul mercato, ma se due anni vanno attesi per permettere al vino di riprendersi da una cura choc a base di legno, beh, forse era meglio tostare meno ed uscire prima. Anche perché poi, come dimostra proprio il Bianca di Valguarnera 2000, tre anni di affinamento non riescono a rendere il vino più bevibile e anzi, mortificano completamente l’apporto del frutto. Ecco così che alla fine, forse per contrasto, i vini bianchi che abbiamo più apprezzato sono stati l’Ansonica di Donnafugata, il Grillo di Baglio Hopps, Il Grillo Parlante di Fondo Antico, Il Terre di Ginestra Catarratto di Calatrasi (questi ultimi tre assaggiati non in anteprima). Bianchi in cui l’apporto del legno era assente o comunque moderato. Menzione di merito anche per il Viognier Piana del Ginolfo di Baglio di Pianetto, vino delicato ma elegante. Certo, sempre restando tra i bianchi, abbiamo anche apprezzato l’incredibile potenza aromatica del Cometa 2003 di Planeta, in uscita il prossimo anno, lo Chardonnay Jalè 2003 di Cusumano, segnato da sentori nettissimi di ananas e da un frutto prepotente al gusto, lo Chardonnay Grand Cru 2003 di Rapitalà, per l’elegante bocca, vanigliata, ma con un bel rapporto frutto legno, e lunga, persistente, vivace. I vini rossi ci hanno ispirato considerazioni simili, anche se meno drastiche. Abbiamo infatti sofferto l’utilizzo di legni troppo ingombranti nei vitigni più freschi, come il nero d’Avola e il nerello, ma anche potuto godere di grandi freschezze, potenze e concentrazioni di frutto non stucchevoli. Come per i bianchi però iniziamo dai vini più semplici, come il Cerasuolo di Vittoria di Planeta, assaggiato nell’annata 2003 ma come prodotto finito, che ci ha affascinato per varietalità dei profumi e facilità di beva, come L’Etna Rosso Serra della Contessa 2000 di Benanti, semplice ma vivo e fragrante, il Syrah Duca di Castelmonte 2003 di Pellegrino, dal naso piccante di pepe nero e frutta rossa, acidulo e vivace. Tra questi e i più corposi citiamo il Terre d’Ottavia 2002, un pinot nero di Budonetto-Maurigi dai profumi minerali e di frutta con ricordi di fragola. Toni molto dolci al naso, contrastati da una bocca un po’ corta, ancora da farsi. Eccoci poi ai merlot, con in evidenza il Merlot di Fazio Wines che ci ha donato un naso composto, di bacca e frutta rossa e, al gusto, una frutta molto succosa, saporita e complessa. Buono anche il Merlot 2002 di Planeta, dal colore impenetrabile, e dal frutto carnoso che spicca in un palato che si rivela progressivo e deciso, e muore in un finale dal tannino assai dolce e di grande persistenza. L’ Incantari 2001 di Baglio Hopps è merlot 60% e cabernet sauvignon per il resto, e lo ricordiamo per il bel naso caratterizzato da una frutta rossa delicata, rotonda, di espressione lieve e convincente. Fragrante e comunicativo anche in bocca, senza concentrazione eccessiva, sa mostrare bella trama, succosità, ampiezza fruttata. La bocca ne esce fresca e pulita. E sempre tra gli uvaggi, degni di nota ci sono apparsi i seguenti: il Terre di Ginestra 2002 della Casa Vinicola Calatrasi (nero d’Avola, syrah) dai profumi ampi e penetranti, con una pepatura che accompagna un buon contenuto di frutta nera matura e sfumature di cioccolato, e che in bocca entra caldo e concentrato, con un frutto spiccato e giustamente dolce. L’ Hugonis 2002 di Rapitalà (cabernet sauvignon, nero d’Avola) dal bel contenuto fruttato al naso, accompagnato da note minerali e di inchiostro e dalla bella progressione e compattezza al gusto. Il Terre di Maria 2002 di Budonetto-Maurigi (cabernet sauvignon, syrah, pinot nero) che al naso si mostra elegante, composto, dal contenuto fruttato già aperto ed accompagnato da sfumature di inchiostro e sottobosco. Anche al palato questo vino ha tensione ed impatto,con un frutto espresso con nettezza. E infine il D’Istinto Magnifico 2002 della Casa Vinicola Calatrasi (cabernet sauvignon, petit verdot, syrah), vino di impianto olfattivo molto elegante, floreale ma anche dal bel contenuto di frutta rossa e nera. Che si conferma su alti livelli in un palato dove ha medio corpo, un frutto croccante ed un assetto di beva scorrevole e fresca. Ma chiudiamo in nobiltà, con i Nero d’Avola. Come detto alcuni di questi ci sono sembrati troppo marcati dal legno, ma belle impressioni le abbiamo comunque avute, a partire dall’Harmonium 2002 di Firriato, dal colore violaceo, il cui naso lasciava da subito prefigurare grandi estratti e concentrazione. E infatti al palato ingranava una marcia decisa e potente, piena di frutta nera matura, inchiostro e un finale saporito e lunghissimo, interminabile, ampio e dal tannino finissimo. Su regimi più semplici ma di grande piacevolezza erano il Nero d’Avola 2002 di Grottarossa Vini, segnato da note balsamiche e di incenso, con un naso ricco di frutta nera e sottobosco. Buono in bocca, cremoso senza essere potente, di andamento tranquillo, pastoso e di impostazione dolce. Lungo e piacevole il finale, vivacizzato da un tannino”piccante”. E il Duca di Castelmonte Nero d’Avola 2002 di Pellegrino, di impianto fresco al naso, minerale, floreale, pervaso di frutta fresca, e, al palato, marcato da intense sensazioni di erbe aromatiche e rabarbaro, che virano poi su una buona frutta rossa. Vino piacevole e morbido, che non eccede in dolcezze, di buona bevibilità. Ed infine due classici, che citiamo con qualche riserva: il Duca Enrico 2002 del Duca di Salaparuta. Vino dal colore violaceo molto cupo, che mostra un buon assetto aromatico floreale e con un bel fruttato fresco, pulito, speziato e leggermente acre, con risonanze del rovere sullo sfondo. Maggiormente dolce in bocca, cremoso e con un tannino molto fine e dolce. E il Contea di Sclafani Rosso del Conte 2002 di Tasca d’Almerita, in cui al nero d’Avola si aggiunge una piccola quantità di perricone. Di colore inchiostro, mostra un quadro aromatico fatto di terra, sottobosco, frutta nera dolce, cenni di cioccolato, spunti mentolati. La bocca, dominata all’attacco in bocca da influenze del rovere, viene segnata presto da una carica tannica piuttosto dura. Grande persistenza su toni liquiriziosi e sensazioni legnose. Questi sono i vini che più ci hanno colpito. Li aspettiamo al varco, alla prova della commercializzazione, così come speriamo che anche di molti degli altri si possa parlar meglio. Cosa sicuramente possibile, se tutta la potenza che abbiamo percepito prenderà la strada dell’eleganza e dell’armonia. |
La Sicilia vinicola di fronte agli occhi del mondo. La gattopardesca terra di leoni, forte di un decennio di successi, ha presentato, per la prima volta, i suoi prodotti en primeur a oltre 70 giornalisti specializzati, di cui solo trenta italiani. Una proposta degustativa di grande ampiezza, organizzata, il 13 marzo scorso, nel suggestivo castello Utveggio che domina dall’alto Palermo, dall’Assovini Sicilia, associazione di gran parte dei produttori più significativi dell’isola.
