Fattoria Sardi, geografia sensibile del vino e dell’accoglienza

L’inizio: una geografia in ascolto
Ci sono luoghi che non si impongono, ma si rivelano poco alla volta. Fattoria Sardi appartiene a questa categoria: un paesaggio che si lascia attraversare più che osservare, dove ogni dettaglio sembra accordato a un ritmo più ampio. A pochi chilometri da Lucca, tra la linea morbida dell’Appennino e il respiro aperto del Tirreno, la tenuta si distende in un equilibrio fatto di vigne, olivi, campi e boschi. I fiumi Freddana e Serchio scorrono come presenze silenziose, mentre le variazioni di altitudine, esposizione e suolo costruiscono una trama complessa, mai uniforme. Qui la luce cambia spesso, il vento non ha una sola direzione, e il tempo sembra scandito più dalle stagioni che dall’orologio. È in questa instabilità apparente che si trova una forma di coerenza profonda, capace di imprimersi nei vini con naturalezza.

Le mani e le scelte
La storia della fattoria attraversa due secoli, ma il presente ha il volto di Matteo Giustiniani e Mina Samouti. Il loro lavoro non cerca scorciatoie: si muove piuttosto per sottrazione, affinando gesto dopo gesto una relazione diretta con la terra. In vigna ogni intervento è calibrato, mai invasivo, come se l’obiettivo fosse accompagnare piuttosto che dirigere. Le piante crescono in un contesto che privilegia l’equilibrio, sostenuto da pratiche che restituiscono vitalità al suolo e continuità al ciclo vegetativo. Le varietà coltivate – dal Vermentino al Sangiovese, fino a Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon – trovano ciascuna una propria collocazione, come voci diverse all’interno di uno stesso registro. Anche in cantina si ritrova questa misura: spazi essenziali, strumenti funzionali, nessuna volontà di sovrascrivere ciò che l’annata ha già raccontato. Il vino, qui, non è mai costruito; semmai, viene accompagnato fino a prendere forma.

Il rosato come linguaggio identitario del presente
Alla base del progetto di Fattoria Sardi c’è una scelta controcorrente: costruire l’identità aziendale attorno al rosato. In un contesto in cui questa tipologia è spesso relegata a ruolo marginale, qui diventa invece il punto di partenza, il filtro attraverso cui leggere territorio, vitigni e stile produttivo. Con circa 160 mila bottiglie prodotte ogni anno, la cantina ha progressivamente consolidato questa visione, trasformando il rosato in un vero elemento distintivo. «Quando abbiamo iniziato, nel 2010, in Toscana non era affatto una strada battuta», racconta Matteo. «Il nostro obiettivo era restituire un’immagine della Lucchesia più attuale, senza però perdere il legame con ciò che la rende unica».

Questa direzione trova radici anche nel percorso francese di Matteo, dove il rosé viene inteso come interpretazione sottile dell’uva: una materia che si esprime attraverso estrazioni delicate, lavorando il cuore del grappolo o limitando al minimo il contatto con le bucce. Nel contesto della Valfreddana, caratterizzato da maturazioni lente e acidità naturali ben presenti, prende forma uno stile definito da slancio, nitidezza aromatica e vocazione alla tavola. Oggi i rosati della tenuta costituiscono il segno distintivo più evidente della produzione: una gamma che attraversa sfumature che vanno dai toni più pallidi a quelli più intensi, evocando un’immagine di Lucchesia vivace e contemporanea, distante dai cliché di una Toscana opulenta e potente.

Il Vermentino Fiore: una storia che affiora
Tra le etichette della tenuta, il Vermentino Fiore nasce come una narrazione dentro la narrazione. Proviene dalle vigne più vecchie, quelle che hanno imparato a dialogare con il clima della Valfreddana, un’area attraversata da correnti fresche e da escursioni termiche che rallentano la maturazione, rendendola più sfumata. La vendemmia arriva tardi, quando l’uva ha trovato un suo equilibrio pieno, e continua in cantina con una vinificazione che lascia spazio all’iniziativa dei lieviti indigeni. Il tempo diventa un alleato: fermentazioni spontanee, affinamento sulle fecce fini, attese che non hanno fretta. Nel bicchiere il risultato è un bianco che non cerca di stupire, ma di restare. I profumi si aprono con gradualità, il sorso si distende con precisione, e ogni elemento sembra rimandare al paesaggio da cui proviene. Non c’è ostentazione, solo una profondità che si lascia scoprire a chi sa sostare.

A tavola, il paesaggio si fa piatto
Il racconto continua al Ristoro, dove la cucina di Damiano Donati traduce in forma gastronomica ciò che accade nei campi. Non si tratta di imitare la natura, ma di leggerla e restituirla con sensibilità. Le verdure dell’orto, le erbe spontanee, i legumi diventano materia viva, trattata con precisione e rispetto, mentre carne e pesce compaiono come accenti, mai come protagonisti assoluti. I piatti non inseguono effetti speciali: preferiscono lavorare sulla nitidezza del gusto, sull’equilibrio delle consistenze, su una costruzione che elimina il superfluo. La sala, raccolta e luminosa, invita a un’esperienza intima, mentre all’esterno, durante la bella stagione, la tavola si apre verso le vigne, in un dialogo continuo tra ciò che si vede e ciò che si assaggia. Anche la carta dei vini segue questa linea, costruendo un percorso coerente tra le etichette della tenuta e quelle di altri vignaioli affini.

Restare: il tempo dilatato dell’ospitalità
Fermarsi a Fattoria Sardi significa entrare in un tempo diverso, più disteso, quasi rarefatto. Gli appartamenti ricavati dall’antico borgo contadino e la villa ottocentesca accolgono senza ostentazione, lasciando che siano gli spazi e la luce a parlare. Le giornate scorrono senza forzature: una passeggiata tra i filari, una degustazione, una colazione lenta, il silenzio interrotto solo dai suoni della campagna. La piscina, defilata, offre un punto di quiete, mentre le sere d’estate portano con sé un’atmosfera più viva, tra cene all’aperto ed eventi che animano l’aia. Tutto sembra pensato per non interrompere il dialogo con il luogo, ma per approfondirlo. E così, quasi senza accorgersene, il visitatore smette di essere ospite e diventa parte di un racconto più ampio, fatto di gesti, stagioni e attese. Un racconto che non ha bisogno di essere spiegato, perché si lascia vivere.
Emanuele Gobbi




